Vrel e l’attesa

La sorte avara, o la pigrizia dei biografi di professione, ci ha privato di quasi ogni notizia sulla vita di Jacobus Vrel. Frisone per nascita, visse e operò con qualche anticipo rispetto ai conclamati maestri dell’arte fiamminga (1612-1681). La piccola balia siede verso i battenti di una porta-finestra aperta a metà su cui lascia cadere uno sguardo indefinito. La sala enorme circoscrive la donna in uno spazio anonimo, abitato da un vuoto simile a quello del suo sguardo. Piatti poveramente lavorati giacciono verticalmente sulle modanature di legno della porta e del camino, mentre l’ombra delle capriate comincia a calare sul bianco sporco delle pareti, presagio di eventi infausti proprio in virtù della quotidianità del loro ripetersi. Il pattern delle mattonelle, la regolare disposizione delle stoviglie, la centratura della balia tra sedie simmetricamente disposte ai lati della camera da letto tradiscono un tentativo di geometrizzazione dell’interno, abolito però dal fronte cupo e aggettante del camino. Ad accrescere la frattura ecco anche un paio di scarpe negligentemente abbandonate accanto al paiolo, un dettaglio apparentemente minore tramite il quale si intuiscono i rigori della stagione, i reumatismi e anche, oltre l’esperienza individuale, la durezza del vivere affrontando ogni giorno la Unheimlichkeit dell’esterno. Rientrata a casa, la balia ha abbandonato distrattamente le modeste calzature al calore del fuoco, sprofondando nella sedia in un’attesa pensosa. Attesa di cosa, precisamente? Se il “fuori” entra nel dipinto indirettamente come un’oscura minaccia (un’ombra di travi, un paio di scarpe fredde al focolare), il “dentro” si sottrae al conforto di una polarità perfetta. L’ampiezza della camera disadorna non comunica alcun calore e anzi lo sguardo converge naturalmente oltre la balia, verso la figura stesa nel letto. Una pigra fantasia potrebbe soffermarsi a lungo sui rapporti fra i due, riconoscendo nell’uomo (se di uomo si tratta) il marito oppure un infermo che la donna, la “balia”, forse accudisce. La coperta nera diffonde sulla scena un brivido di morte, eppure la desolata Stimmung del dipinto allontana da sé ogni tentazione di pathos tragico. La malattia e la morte imminente, come l’ombra sui muri, non incrinano il fluire del quotidiano, ma ne sono assorbite, compenetrandosi con l’intimità della stanza in un vuoto ineluttabile, ripetitivo, straziante. La mancata rifinitura, l’impressione di inferiorità rispetto a maestri del dettaglio come Jan Vermeer o Pieter de Hooch appaiono allora conseguenze di un’appercezione originale degli oggetti, colti non già nel loro ruolo di martyres di una vita intima composta di piccoli avvenimenti e turbata da piccole passioni, quanto piuttosto in una sorta di svuotamento, come corpi morti fluttuanti in uno spazio ampio ma soffocato, indecifrabile. L’attesa della balia, dunque, è attesa del nulla, di un nulla già esperito nella catena dei giorni e degli eventi (l’aver freddo, il riscaldarsi, l’ammalarsi, la morte) e sofferto con più acutezza proprio nel violato tepore di un interno, nel sacrario della Heimlichkeit. Sulle iridi vacue della donna, che non vediamo, si contorna un’angoscia irriducibile alla retorica del vanitas vanitatum, un semi-conscio momento di illuminazione qohèletica dinnanzi alla vertigine del vuoto infinito, al corso insignificante dell’esistenza.

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