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«Vieni a vedere l’avanzata del mare»: riflessioni su Esodo di Michele Joshua Maggini.

Esodo è la raccolta di esordio di Michele Joshua Maggini, pubblicata per Round Midnight edizioni.  Se l’obiettivo (credo) di una buona critica consiste non tanto nell’esercizio autoreferenziale di chi la scrive, spesso affannosamente impegnato a sovrastare l’opera piuttosto che a cercare un confronto con il testo (in maniera amichevole o rissosa, purché dialogica), l’urgenza di una critica a un testo poetico di lettura ‘non immediata’ (così viene bollato tutto ciò che esca dagli schemi del sole-mare-amore-primavera) dovrà, necessariamente, basarsi su una ricerca quasi ‘archeologica’ nel testo, che è quel mucchio di macerie rimasto del nostro proposito di scrivere in pagina. Difatti un ‘monologo’ del critico col critico altro non servirebbe che ad accrescere l’infinito pattume digitale in cui si accatasta ogni cosa che firmiamo. Di ciò sarebbe ben contento chi considera la letteratura un eremo per ‘eletti’; ma la letteratura è semplicemente conoscenza di una parte della produzione umana nella storia del mondo, e questa ‘parte’ non è per forza la più straordinaria, pregevole e nobile (non tutti i letterati sono persone piacevoli).

 

Questo preambolo, prima di ricadere anch’esso nel ‘sollazzo’, vuole aprire un discorso attorno ad Esodo, che non a caso è sorretto da due elementi: la ricerca ossessiva del rapporto dialogico attraverso il ‘mito’ e il tema della ricostruzione, a seguito della ‘distruzione’ che l’uomo pare compiere ciclicamente su se stesso.

È lo stesso autore a darci alcuni indizi tramite un’accurata scelta delle epigrafi all’interno della raccolta: le citazioni sono ricavate da Dante, T. S. Eliot, Marco Aurelio, Euripide e da alcuni passi della Bibbia. Maggini pare ispirarsi al modello ideato proprio da Thomas Stearns Eliot, che aveva definito «metodo mitico» l’infinita rete di citazioni intertestuali nell’Ulisse di Joyce, che secondo il Nobel americano intervenivano nella scrittura joyciana per  «controllare, ordinare e dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e di anarchia che è la storia contemporanea»[1]; prima di fare il punto su cosa significhi la ‘storia’ nel poema di Maggini, mi pare opportuno precisare che il ‘metodo’ instaurato da Eliot ha la funzione, come scrive Alessandro Serpieri nell’Introduzione a The Waste Land (BUR Rizzoli, 2016), di «mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo»[2]. Ogni testo e ogni storia, che di fronte all’assurdità del mondo contemporaneo pareva «sbriciolarsi nella sua insignificanza»[3], sussiste come elemento di ‘confronto’ verso un’alterità; si tratta, quindi, di un ‘dialogo’ tra testi attorno a un unico «senso»[4].

 

In una prima parte, che potremmo definire la sezione della ‘Distruzione’, (pp. 13-61), la narrazione è basata sulla dicotomia presente-passato, non come ‘scavo’ in memoria, ma come cammino ‘alla cieca’ verso l’ennesima distruzione della generazione degli uomini; questi, in Esodo, sono esseri ‘vuoti’ (come in The Hollow Men del solito Eliot), senza coscienza della propria storia e quindi destinati a passare inosservati, a essere una «stagione del mondo» (p. 13); così Eliot, nel suo saggio L’uso della poesia e l’uso della critica:

 

Il popolo che cessa di curare la propria eredità letteraria s’incammina verso la barbarie; il popolo che smette di produrre letteratura cessa di progredire in pensiero e sensibilità. La poesia di un popolo prende vita dal linguaggio del popolo stesso, e a sua volta gli dà vita; e rappresenta il suo più alto grado di coscienza, il suo maggior potere e la sua più delicata sensibilità.[5]

 

Tra gli uomini ‘vuoti’ emerge una ‘voce’ che si rivolge a un ‘destinatario’ che deve ricevere passivamente la ‘rivelazione’ sul destino degli uomini; è una forma narrativa che non può che richiamare ai testi sacri e al ruolo dei profeti. È questo ‘dio-artifex’ a guidare il protagonista, assimilabile al lettore stesso, come a dire che pur esistendo tra questi uomini ‘vuoti’ chi sia degno di conoscere i meccanismi della storia umana, il suo destino sarà sempre quello di essere ‘spettatore’, mai ‘attore’, degli avvenimenti:

 

Vieni

a vedere l’avanzata del mare,111

un assedio di cui si è perso

l’inizio e perciò ci somiglia (p.13)

 

La storia è insomma un vortice di distruzione che lega gli uomini attraverso le generazioni; anche qui si potrebbe citare un ‘vicino’ letterario di Eliot, ossia James Joyce, quando bolla l’intera storia come un insieme di errori e orrori umani:  «La storia, disse Stephen, è un incubo da cui cerco di destarmi».[6]

Gli uomini di Esodo sono esseri immobili che subiscono gli eventi, quasi favorendo il proprio ‘dolore’; prima di tutto facendo ricadere ogni ‘responsabilità’ della propria condizione sugli dèi (errore già individuato da Leopardi), che nel poema sono descritti come volute figurazioni dell’uomo: «Fu uomo chi agli dèi diede voce/ e noi si reca il tempo dove si vede» (p. 16); successivamente (anche qui torna il recanatese) le ‘illusioni’ che attanagliano l’uomo sono conseguenza delle paure dell’uomo nei confronti dell’’ignoto’, perduto ogni punto di ancoraggio con la propria storia:

 

Insegnano

Che c’è una paura che salva che salva

Noi immolati alla vita che mai si chiese,

ma venne come vengono le stagioni.

Ed è nostro il dolore che s’imparò giocando

a strappare alle lucertole le code. (p. 16)

 

Ogni uomo porta in sé il ‘seme’ della propria distruzione, e ogni distruzione è il ‘segmento’ di quella successiva: «la fine che s’infinita e si è lì ognuno di noi/ sporto, segmento che si aggiunge/ all’accadere che è già stato» (p. 23), o come scriveva Carmelo Bene ne ‘l mal de’ fiori: «Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star/ inavvenir/ Nel sogno che non sai che ti sognare/ tutto è passato senza incominciare/ ‘me in quest’andar ch’è stato»[7].

Tale ‘rivelazione’ consente all’autore di compiere un viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca di quelle ‘alterità’ (e torna il tema del ‘dialogo’) di cui si è persa coscienza: «Ma tu allora parlami perché possiamo noi dare/ sinonimi, verbo nuovo alla carne. Parlami perché ho bisogno/ di una voce per riconoscere la mia» (p. 27). Il viaggio attraverso le età (sezione Civiltà e Colloqui, p. 35) e i riferimenti ad alcuni avvenimenti storici (la distruzione di Cartagine voluta da Catone, la battaglia di Zama) alimentano il rapporto ‘mitico’ tra presente e passato, che però si risolve nella desolante consapevolezza che l’uomo contemporaneo non ha più memoria: «Oro è ciò ch’è perso» (p. 36), dice il poeta, fino a che, dopo aver setacciato alcune età dell’uomo (dell’’oro’, del ‘rame’, del ‘ferro’, infine della ‘pietra’), si può ottenere sì una ‘consapevolezza’ storica, ma ciò si traduce immediatamente nell’amara constatazione che il destino dell’uomo non è controvertibile; al contrario, il passare del tempo ne accelera la fine:

 

Il ricordo macera i resti

e quel che tu invece soverchi è sabbia e solo sabbia,

tempo e tempo perduto che non ritorna,

puoi capirlo, non redimerlo. (p. 48)

 

L’avvenuta «marificazione» narrata nel Proemio II (p. 58) rappresenta il risveglio di una ‘coscienza’, mai collettiva, che ha compreso il ciclo ‘inconcludente’ delle generazioni: queste si susseguono, ammassate una sull’altra e indistinte tra loro, destinate a essere dimenticate dalle generazioni successive; ogni epoca è un «riazzeramento» (termine suggerito da Frolloni nella Prefazione), un riordino da rifare al buio:

 

Era l’Inferno questo mondo ch’affonda in sé, di sé certo,

una storia scritta da chi sa che non occorre

vedere per dare nomi o distinguere. Perché

iniziò con un cieco, ma ora siamo

di nuovo prima di Omero, nel caos che si dimentica.

 

L’inferno che ci danna è questo immenso sapere senza radici. (p. 61)

 

Al ‘riazzeramento’ deve seguire una fase di ‘riordino’. All’inizio della sezione Genesi tutto sembra rispondere alle sole leggi del ‘caos’: «Vedi, questo è il limite dove si rinasce:/ il caos. – fa -/ Allora sta per nascere» (p. 66). In Riflessioni sul vers libre, saggio in cui Eliot dà alcune delucidazioni sull’utilizzo del verso ‘libero’ in poesia (su cui si basa il poema in questione), di fronte al problema della scelta della metrica, il poeta chiosa alla fine: «Esistono soltanto buoni versi, cattivi versi, e il caos»[8]; il ‘caos’, dunque, può e deve essere riordinato dal poeta.

Il rapporto ‘mitico’ tra le epoche all’interno dei versi di Esodo si riconferma tentativo ‘a vuoto’ di riordino; ma, pur ristabilito un punto ‘zero’ nella storia, i nuovi uomini, che il poeta immagina nel ritorno di Adamo ed Eva, ‘tramandano’ i segni delle distruzioni passate; e infatti Eva (p. 69) osserva le sue «mani incrostate di destini» precedenti, mentre Adamo riconosce in lei i segni della ‘marea’ umana: «Sei la terra e sei il mare./ Quello che ero io» (p. 70). Il ‘riconoscersi’ di Adamo ed Eva avviene tramite gli ‘esempi’ della storia che loro stessi sembrano rievocare attraverso un’operazione di ‘scarto’ mnemonico; così l’uomo in principio, per la sua sopravvivenza, aveva fatto una ‘selezione’ tra gli elementi della natura (le prime invenzioni) e tra gli uomini stessi: viene nominato infatti il sacrificio di Isacco, poi l’episodio di Barabba, risparmiato al posto di Cristo (p. 70); la storia avviene già nella mente dei due primogeniti, tanto che, in una sorta di visione, possono presagire (o forse già vivono) il ritorno alla civiltà moderna, tramite l’immagine del ‘treno’:

 

E niente qui nasce se non sulle strade

Dove già seminammo e bisogna ritrovarle

Tra queste righe delle mani

[…]

 

Poi insieme iniziano il canto ed è sera. E il canto si

disperde tra le voci e il rumore dei treni.

(pp. 71-72)

 

La storia è sulle spalle del poeta che conosce il passato e lo riformula tramite la parola: «e non eri solo il buio/ alle spalle, ma anche la storia di tutti e la tua che assale» (p. 82); ricostituita la parola torna il ‘caos’ e l’impossibilità della comunicazione, perché si è perduto il primato di una lingua ‘unica’, e ogni uomo, a seguito della distruzione della Torre di Babele, parla la ‘sua’ lingua: «le due lingue non si amano, non si comprendono/[…] e ognuno/ va e declama la propria parola ed è subito/ delirio di voci, in cui ognuno perde la sua» (p. 83).

Il riconoscimento di sé, conquistato nel silenzio e nella solitudine durante la fase di ‘riazzeramento’, può trasformarsi in ‘identità’ solo nella ‘moltitudine’, nel caos ‘urbano’ delle voci ‘metalliche’: «E nel mezzo del cammino/ della gente hai ritrovato te nel fuoco/ incrociato dei discorsi tra i poli delle tempie./ Le voci metalliche in stazione annunciano/ provvidenziali ci accorgono che la materia ora parla» (p. 92).

 

L’ultimo componimento è Epilogo | Annales: su una spiaggia ‘desolata’ il poeta ribadisce che le generazioni fanno parte di un’indistinta «marea umana» (p. 100) che non ha coscienza di ciò che si è ‘perso’: «io cerco/ e trovo in te ogni giorno senza ricordare/ quello che ho perso»; ogni generazione è materiale di ‘scarto’ umano rimestato e vessato dalla «risacca del tempo» (come nel canto V dell’Inferno le anime dei peccatori erano trascinate dal vento).

Far parte di questo ‘riciclo’ storico rende viva e pulsante la parola del poeta: tutto il discorso si rivela un districarsi negli interrogativi, in una «domanda aperta che aspettava a risolversi» (p. 102); ciò si traduce nella consapevolezza di far parte di un’infinita ‘riconversione’ umana destinata sempre a ricominciare daccapo.

Maggini sembra dire in ultima analisi che, una volta compreso il meccanismo di distruzione e ricostruzione delle generazioni, all’uomo è dato guardare con lucidità alla storia degli «eroi che non sono eroi», cioè degli uomini ‘vuoti’, che partecipano alla storia in un solo modo, ossia accelerandone il meccanismo di auto-distruzione; tutti gli uomini di tutte le epoche, giunta l’ora del ‘Giudizio’, sono chiamati a raccolta a conoscere il proprio destino, e il poema, tramite la ripetizione del verbo iniziale, «vieni», pare riavvolgersi su se stesso. È di nuovo l’inizio della fine:

 

Non c’è fine, solo

ricominciare: continuare fino al giorno del ritrovo,

quando tutti risponderemo all’appello.

 

Ora che sai le coordinate della storia, vieni

con me, ti dirò dall’estremo del volto

la costruzione dei nomi, degli anni, degli eroi che non sono eroi. (p. 103)

 

 

[1] T. S. ELIOT, Ulysses, ordine e mito, in ID., Opere 1904-1939, Bompiani, Milano, 1992, p. 646.

[2] A. SERPIERI, Introduzione a T. S. ELIOT, La terra desolata, BUR Rizzoli, 2016, p. 6.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 8.

[5] T. ELIOT, L’uso della poesia e l’uso della critica, in ID., Opere 1904-1939, cit., p. 1095.

[6] J. JOYCE, Ulisse, traduzione di Guido de Angelis, Mondadori, Milano, 1991, p. 35.

[7] C. BENE, ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano, 2000, p. 37.

[8] T. S. ELIOT, Riflessioni sul vers libre, in ID., Opere. 1904-1939, cit., p. 274.

Alessio Paiano

Alessio Paiano, nato a Pavia nel 1992. È laureato in Lettere Moderne con una tesi su Carmelo Bene all'Università del Salento, dove è redattore del Centro di Ricerca PENS (Poesia e Nuove Scritture). Studioso di letteratura contemporanea, è anche appassionato di musica e di calcio.

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