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Variazioni sulla cenere o del nuovo libro di Fabio Pusterla

Si possono esprimere pensieri complessi anche con parole semplici, ma è un miracolo che avviene solo quando si vive in totale coerenza con la propria espressione poetica. L’oscurità giunge laddove c’è confusione e insincerità, ma quando alle cose e alla storia il poeta dà il volto e il cuore ecco la poesia farsi chiara, ecco che il paesaggio può essere modellato senza che si possa parlare di violenza e così anche per la parola, il verso. Fabio Pusterla pubblica Variazioni sulla cenere con la casa editrice Amos: Sardegna e Valsoda siedono accanto e confondono le loro forme ma non c’è, dicevamo, traccia di forzatura alcuna, perché “cenere, o terra” (leitmotiv dantesco purgatoriale) batte con fermezza le tappe del nostro riconoscimento, drizza il nostro sguardo col dito verso un punto di origine e ritorno. A darci un’anteprima dello spartito, il titolo.

La chiarezza di Pusterla è la sincerità dell’incontro, la cronaca d’un percorso in cui nulla sarà taciuto, e allora gli elementi potranno essere raffrontati agli incroci del cammino (“Cenere, o terra? Luce, semplicemente”) o essere messi sul tavolo d’un comune discorso (“Qui si pone il problema del fuoco”).

La poesia d’apertura è un incantamento di rima e di suono, l’attenzione del lettore è volta e fissata con la precisione con cui l’albero spicca in mezzo al nulla fermo: “Cenere, o terra. Mite / alto fusto di platano / si staglia sul cemento che rinserra”. Le Variazioni in breve tempo ci conducono al cuore della tragedia: bambini che muoiono in Siria, un uomo nigeriano che comunica a gesti l’indicibile nella notte sarda. Ma non c’è clamore, anzi, al contrario, il rischio che tutto si ovatti e si insonorizzi, giacché quei bambini “sprofonderanno nel nulla in pochi giorni” come “Anfore sprofondate nella polvere / sopra il duplice mare di Tarros”, mentre l’uomo incontrato, al culmine del suo delirio, prende la bicicletta e “svapora”. Figure umane che si muovono (e si dissolvono) col ritmo della luce e della terra, per loro grazia e sfortuna; ma se non riponesse questa sua fede soltanto nel ciclo naturale, Pusterla, ad esempio, non potrebbe rinnegare così logicamente ciò che naturale non è, e fare un’affermazione politica così felice: “(…) l’antico capitale / ha scelto da tempo altri luoghi per produrre / ricchezza e miserie, le eterne / non eterne disparità, / il suo impuro moto”.

E forse, una volta percorso questo libro, ci resta impressa, comunicata, soprattutto questa particolare fede, nella linearità che dal fuoco ci conduce alla cenere. Fino alla poesia conclusiva, dove tutto brucia dolcemente lasciandoci il sentore di un luogo dove tutto ha avuto principio.

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