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Usa, i grandi elettori si riuniscono per eleggere Trump. Ma se qualcosa andasse storto? Ecco cosa potrebbe succedere

“Il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre”, è scritto nella Costituzione. E così tra meno di 24 ore, quando negli Stati Uniti sarà lunedì 19 dicembre, il “collegio elettorale” (i 538 grandi elettori espressi da ognuno dei 50 Stati dell’Unione a seconda della popolazione) si riunirà per eleggere formalmente il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Il repubblicano Donald Trump, che ha ottenuto lo scorso 8 novembre 306 grandi elettori contro i 232 della rivale democratica Hillary Clinton. Nonostante la democratica abbia ottenuto ben 2,8 milioni di voti popolari in più.

459271450_0ccb8679a1_bUn paradosso che è tutto nel sistema elettorale Usa. Un meccanismo di elezione non diretta (non vince chi prende più voti a livello nazionale), ma indiretta e sulla base dei singoli stati. La soglia che permette di vincere sono 270 grandi elettori sui 538 in palio e quindi favorisce chi prende anche un solo voto in più nei singoli stati e ne conquistan il più possibile. Esattamente quello che è successo a Trump, che ha vinto stati elettoralmente più pesanti (che garantivano più grandi elletori) di quelli della rivale.

Lunedì 19 dicembre, tra le 9 e le 15 locali in base ai ben nove fusi orari che attraversano gli Stati Uniti, nelle capitali di ciascuno dei 50 Stati, più il Distretto di Columbia, si riuniranno i grandi elettori e procederanno al voto. I grandi elettori sceglieranno con due schede separate il presidente ed il vicepresidente. I risultati saranno quindi trascritti sui sei “Certificati di voto” che andranno appaiati ai sei rimanenti “Certificati di accertamento” del voto popolare dell’8 novembre. I grandi elettori, a quel punto, “firmeranno e sigilleranno” i sei ‘Certificati di voto elettorale’ composti ognuno da un ‘Certificato di voto’ e da un ‘Certificato di accertamento’.

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Joe Biden

Ognuno di questi sarà poi inviato dai segretari di stato a: uno al presidente del Senato (il vicepresidente uscente Joe Biden) per la conta ufficiale dei voti prevista il 6 gennaio; due a ciascuno segretario di Stato del singolo Stato dove i grandi elettori si sono incontrati per eleggere il presidentee e il vice; due agli Archivi di Stato di Washington e uno al giudice del distretto della capitale dei singoli Stati dove i grandi elettori si sono riuniti per votare.

La ridondanza di copie venne scelta per scongiurare successive contestazioni. Entro il 28 dicembre due copie dei ‘Certificati di voto’ devono essere ricevute dal presidente del Senato e dall’Archivio di Stato. La conta formale dei voti è prevista il 6 gennaio 2017. Quel giorno, dalle 13, il Congresso si riunirà in sessione congiunta e inizierà la conta, stato per stato, dei voti espressi dai grandi elettori. Il vicepresidente uscente, Biden, in qualità di presidente del Senato annuncerà formalmente l’esito del voto e dichiarerà eletto il presidente. A mezzogiorno del 20 gennaio il presidente eletto Donald Trump giurerà sulla bibbia e nelle mani del presidente della Corte Suprema e assumerà l’incarico. E per l’America si aprirà ufficialmente una nuova fase, imprevedibile.

Ma se in questa procedura di voto qualcosa andasse storto? Se non tutti i grandi elettori rispettassero il mandato espresso dal voto popolare nel proprio stato e votassero Hillary al posto di Trump o viceversa? Sappiate che è già successo e che succederà anche domani. Ma difficilmente in modo da alterare l’esito del voto. Però è bene sapere che non esiste un vincolo di mandato federale, per cui in realtà non c’è nessuna regola valida per tutti i 538 grandi elettori. In 29 stati ci sono leggi che scoraggiano i prescelti dal cambiare idea. Ad esempio in Michigan e Colorado chi si esprimerà contrariamente al mandato sarà escluso e sostituito da un altro grande elettore che rispetterà il vincolo. Ma in tutti gli altri stati non c’è nessuna legge.

Almeno sulla carta, Clinton potrebbe vedere 38 grandi elettori di Trump cambiare idea e votare per lei, e quindi raggiungere i 270 grandi elettori necessari a vincere. Oppure potrebbe anche accadere che 37 grandi elettori di Trump si astengano e nessuno dei due candidati raggiunga la soglia magica di 270 voti. In quel caso ci sarebbe uno stallo. Un qualcosa che è avvenuto solo due volte nella storia, nel 1800 e nel 1824.

My Approved Portraits
Tim Kaine

A quel punto entrerebbe in gioco la Camera (241 i repubblicani, 194 i democratici) e votarebbe lei per il presidente entro il 20 gennaio, quando scade il mandato del presidente in carica, Barack Obama. Ma diventerebbe presidente chi si aggiudica i deputati di 26 Stati e non la maggioranza assoluta dei deputati. Nel caso in cui la Camera, però, non riuscisse a esprimersi prima del 20 gennaio, uno dei due vicepresidenti verrebbe eletto presidente ad interim. Ma quale tra i due vicepresidenti? Lo eleggerebbe il nuovo Senato (52 repubblicani, 46 democratici e due indipendenti) e vincerebbe chi otterrebbe 51 voti. E nel caso di parità 50-50? Voterebbe anche l’uscente Joe Biden, che agisce in questo caso come presidente del Senato. A quel punto, ma siamo nella fantapolitica, l’America si potrebbe ritrovare Tim Kaine (vice di Hillary Clinton) al posto di Mike Pence (vice di Trump) alla Casa Bianca, seppur ad interim.

 

Tutti gli articoli dell’autore si trovano sul suo blog personale unvotoalgiorno.wordpress.com

Andrea Boeris

Andrea Boeris, genovese, si laurea in Lettere Moderne nel 2013 con una tesi sulla fondazione e le prime pubblicazioni del quotidiano Il Giorno, per poi conseguire nel 2016 la Laurea Magistrale in Informazione ed Editoria con uno studio sui telegiornali italiani.

Nato nel 1991, ha collaborato per quasi due anni, fino alla sua definitiva chiusura, con la storica testata locale della sua città natale, Il Corriere Mercantile-Gazzetta del Lunedì, occupandosi di cronaca e di sport.

Sempre a Genova, ha lavorato per l’emittente televisiva Telenord.

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