Urban – Noemi De Lisi

Noemi De Lisi (1988) è nata e vive a Palermo. “La stanza vuota” (Ladolfi Editore, 2017)  ha vinto il Premio Solstizio, è stato finalista al Premio Carducci, Premio Maconi, Premio Città di Como (prima selezione), Premio Rimini. Suoi testi in prosa e poesia sono apparsi su varie riviste e blog.

 

 

Poesia sulla città.

 

XXII

 

Ho sepolto il tuo nome e ho dimenticato il luogo.

Quando cammino inciampo, cado, mi ricordo.

Poi mi rialzo, guardo l’asfalto, seguo le crepe:

“Cos’è che cercavo?”

Tutta la città mi chiama col tuo nome.

Mi premo le orecchie per non sentirne il rumore

e ricomincio a cercarti rabbioso come una bestia.

Mi passa accanto qualcuno, mi volto, da dietro sembri tu:

“Anna è tornata. Anna è cambiata.”

Calpesto forte la strada, mi inginocchio, comincio a scavare.

Le mani battono contro l’asfalto duro, impolverato,

le unghie mi sanguinano, mi rompo tutte le dita:

“Anna è partita. Anna è nascosta.”

La città ti copre, ti difende, ti chiama con la mia voce;

tu sei in fondo, sotto le pietre, il tuo nome è sepolto.

Ogni giorno cammino per le stesse strade, su di te,

cercando la buca in cui vivi, che ti protegge.

Lo stesso luogo in cui mi hai trovato, la casa

da cui sono emerso quando mi hai salutato senza cenni,

quando hai parlato per la prima volta e mi hai detto:

“Non avevo mai incontrato qualcuno con il mio stesso nome.”

 

Altre due poesie:

 

I

 

Ci eravamo svegliati cambiati.

I nostri figli non lo credevano

eppure glielo avevamo raccontato

da quando ancora erano niente.

Ci accarezzavamo lo stomaco

e gli parlavamo come se fossero vivi:

“Quella volta siamo cambiati senza accorgercene.

Ci siamo infilati in un vicolo,

potevamo andare solo avanti.

Per attraversarlo abbiamo sanguinato,

dopo di noi c’era il segno sulle pareti.

Fuori dal vicolo ci sentivamo strani,

abbiamo aperto gli occhi e non ci siamo riconosciuti:

«Ma perché ci siamo entrati?»”

I nostri figli ci sputavano addosso disperati:

“Con che coraggio raccontate questa storia?”

Noi strizzavamo gli occhi nello sforzo

di ricordare qualcosa che li rendesse felici:

“Il giorno in cui ci siamo incontrati, noi eravamo uguali.

Ci siamo visti da lontano e ci siamo salutati come in uno specchio.

Abbiamo cominciato ad avvicinarci,

camminavamo lenti per la paura:

«E se adesso aprissi la porta e mi ritrovassi sul letto?»

Ci siamo fermati quando le punte dei piedi si sono toccate,

qualcuno da lontano ha chiamato un nome e ci siamo voltati.”

 

 

II

 

I nostri figli ci colpivano nel sonno,

si rompevano le mani per riempirci di lividi.

Al mattino ci guardavano stupiti:

“Come siete belli adesso, sembrate gemelli.”

Noi restavamo muti per non ferirli

e quando i corpi guarivano, si ricominciava.

Loro più crescevano, più erano esausti nella lotta

ma avevamo promesso di non mentirgli.

Per questo una volta, ci siamo alzati, siamo usciti dalla casa,

quando non potevano vederci e non siamo più tornati,

anche se addosso sulla schiena già sentivamo il loro grido,

un richiamo che sembrava il nostro nome, un vagito

come i rumori lontani che ci svegliavano dalla finestra

ogni mattina contro i vetri.

Il frastuono saliva, ci spaventava, ci confondeva,

scambiava il nostro sonno con tutta la loro ferocia.

 

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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