Urban – Maggini

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online Midnight. È stato tra i menzionanti, per la sezione inediti, del premio Elena Violani Landi 2016. Delle sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come PoverArte. “Esodo” è la sua opera prima, con la quale ha vinto la prima edizione del concorso Poié – le parole sono importanti 2017.

 


Dalla sezione “Partenogenesi I”, Esodo

 

È nella geometria del silenzio: («Fammi

venire» ed è già qui, che ha dato vita ad un mare.)

il traffico che scema nel ronzio dei cavi

e risuona il centrifugare dei sistemi solari

Quello che sta accadendo ha un nome e una

voce perché venga distinto

tra miliardi di dialoghi da miliardi

di dialoghi. E nel mezzo del cammino

della gente hai ritrovato un te nel fuoco

incrociato dei discorsi tra i poli delle tempie.

Le voci metalliche in stazione annunciano,

provvidenziali ci accorgono che la materia ora

[parla,

ripetendo, come noi, per apprendere

gli interrogativi lasciati a polmoni aperti.

Quando questa lingua avrà chiamato

all’appello tutti i nomi, brinderemo

al vangelo dell’uomo.

 


Dalla sezione “Partenogenesi II”, Esodo

 

Il canto scema, segui i lampioni che vuoi.

Come grido grida la gioia

dei secoli rinchiusa nei gironi dei polpastrelli e tu

non senti, non sentire, tra il frastuono

delle sirene degli allarmi dei treni di ogni

cosa di questo universo che copre

la notte i tuoi seni ogni parola

i volti i passi di metallo degli

uccelli alle ringhiere le urla dei bambini nei

[cortili, l’amore

che muove l’uomo a conquistare e non c’è amore.

Nessuno ascolta se non una voce familiare

e ribatte che ogni cosa già c’era

quando siamo arrivati qui e non c’è inizio.

 


Inedito, da Annales

 

Guardami, guardami ora prima dello schianto, amami tu che ascolti e taci che appari e al mare pari parlare, ma rimani nel buio del sedile nello schianto e sii chiunque anche te se vuoi ora che questo presente piomba e tre anni sono due parole, una mitologia che si spezza, per ricominciare. Alla ricerca del mondo che siamo, oltre la linea che divide i corpi, confini di noi, di te, un addio nella penombra di un neon di un’uscita di emergenza. Su di questo sconosciuto soffitto mi si formano le immagini, mi si fermano le mani perché non afferro, non è concesso afferrare qui, solo attraversare. Era nel dolore. Era lo scisma il suo nome, la porta degli annali, aperta in eterno, saeculasaeculorum in continuo aprirsi la porta e il corridoio che era solo un corridoio, più vuoto, illuminato dall’aureola dei neon a tratti (lingua troppo giovane per essere capita) in un messaggio di speranza o di guerra o di estate. Ora è un corridoio più vuoto la vena dove il sangue ristagna frena si svena di nuovo la vita e recidono ancora la gola fino alla tiroide. Poi avanzò l’emorragia interna. Se ci penso mi si schiudono i suoni nella retta che si disegna nell’aria come un richiamo alla rabbia è una retta che il dito traccia e traccia poi la sagoma di un corpo, di una geometria assente. Un teorema senza tesi è la morte, solo ipotesi sull’ipotenusa della vita. E uno s’erge, spicca senza mai prendere il volo si fa sua storia e ridiscende nella storia di tutti come un battito che ritorna nell’eterno bip del cardiogramma. Dal reparto salire gli scalini le scale della casa le scale della disperazione e della gioia e distendere i tendini e il lacerarsi della vita dagli arti e salire le scale passo dopo passo della casa la grammatica della mia vita i sintagmi per mezzo dei quali mi hai generato. La madre che è solo madre e madre onnipotente. Salire gli scalini tallone pianta punta non è una corsa ma il tempo che si fa passo e ogni secondo sprofonda nel tonfo sordo del cuore che serba un’eco della voce che rimane e non muore. E ogni passo rimbomba nel metallo quasi rugginoso pianto e le meccaniche dell’universo si inceppano e stridono in ogni atomo dello scalino un tintinnare di catene che alla vita ti legano. Non sei ancora polvere, ma ossigeno nei miei polmoni. Oltre la luce solo la luce del profondo dell’occhio che fissa il muro della palpebra chiusa. Il tuo verbo, madre, è amare e accetta solo il bene che ti viene dato e nulla meno della gioia concedi e chiedi.

 

 

 

 

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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