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Urban – Fausto Paolo Filograna

Fausto Paolo Filograna nasce in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea all’Università di Bologna in Lettere antiche nel 2014 e in Filologia classica nel 2017, con tesi sul teatro antico. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con “Le Baccanti, ovvero Il processo”, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Nel 2017 esce “Persona”, sua opera poetica d’esordio con Giuliano Ladolfi Editore, già finalista come silloge nel premio Poiè – Le parole sono importanti. Collabora da anni col Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e come editor per Ladolfi Editore. Suoi contributi sono apparsi su Poetarum Silva, Poesia Ultracontemporanea, Il Pickwick, QuidCulturae. È in via di pubblicazione un suo saggio scientifico sulla schizofrenia.

*

Persona

Eravamo a Gallipoli notte piena

eravamo pochi e bianchi faceva freddo

non ho voglia di mangiare questa notte

eravamo suicidi e battezzandi

attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare

la bionda seduta è vestita uguale all’altra

e ha gli occhi di un uomo morto

fermate la bionda non sopravvivrà

ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo a scacciarci

siamo troppi e puri come bestemmie

siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte

un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.

Ma una città ci dev’essere

e dal mare merita un excursus.

Insegne a forma di croce ne diffondono la luce intermittente

la città ne vive illuminata a volte sì e a volte no

– e nel complesso no -.

Un tizio un girovago solo intuìto dai passi

o solo immaginato incedere, qualcuno

con scarpe leggere passa sulle macerie

e rotola, coi piedi, o con le scarpe

pietre sulla strada di pietre

piedi bianchi che possiamo solo intuire

strada nera che possiamo soltanto immaginare

scostano e fanno rotolare

pietre e caclinacci e i ferri

dei lavori incompiuti e lasciati lì senza nome.

Resti dell’acqua

di quando c’era l’acqua

questo è quello che fa l’acqua: portare

restare

senza esserci più.

Non c’è bisogno di immaginare luoghi, antiche regioni

cantieri abbandonati, desolazioni

residui del mare è soltanto

terra, visitata durante una stagione estiva

e abbandonata sotto i vestiti delle donne

andate, e ancora immaginate

svestirsi e rivestirsi dopo un bagno

e lasciare ciò che erano e andare via

come se ne vanno i serpenti

terra

tanta, morta soltanto perché visibile

terra con non più acqua

nata (ma sarà

poi vero?) per morte.

Il mare ha lasciato carte di consumazioni e manciate di ossa

da calciare e spostare con la punta della scarpa. Vieni

guardiamo meglio

non ci è rimasta

che simbologia

e l’importanza

del nome. Il tempio

è rovesciato.

Gli atridi piangono le colonne.

Dio se n’è andato.

Questo cumulo di ossa

questa volta chiamiamolo madre

perché con amore va guardato.

[…]

Da Persona, Ladolfi Editore, 2017.

Ti dedico la grandezza

che non ho. Quando il pensiero non vola, le parole

non sono una danza e tutto

sta in un riposo da nulla

nella notte che non è riposo dal giorno

né attesa ti penso, amore mio

e ti dedico il nulla. Il pensiero legge seduto

e mi inforca

come un paio di occhiali, vorrei

dirti l’amore che sento in questa paralisi

senza bocca seduto al balcone a questo paralitico cenozoico

di albe ripetute a notti e notti.

Datti calma, fa’ silenzio, ascolta

un concerto di odori si espande

blu, verde, giallo

il canto dei colori – albeggia

tra i monti tra gli alberi – e fende lo sguardo

e l’immobilità. Dove tu sei

dove tu sei

un intrico di ruote si spagina

l’universo brancolando tenta nuovi

uguali cicli e l’alba

il sole in una distrazione di hangar

ci promette l’eterno. E noi?

Io tento una vita,

un nome a giorni innominabili

tento di alzarmi e di dire «…

…» vorrei

sorriso millenario rivolgerti mille parole

non c’è secolo per questo fastidio

né giorno che viene né notte che passa

c’è che a volte seduto al balcone mi sento fissare. Sento

l’enorme marchingegno guardarmi

non mutare mai da un tramonto

due cariatidi sembriamo, sprezzare il vento

la pioggia i fulmini, io con occhi

e tu no, mentre qualcosa dice

non finirà mai tutto ciò

finirà la carne

lo spirito

ma la volontà l’altezza io penso

a un risveglio, a un’alba

a un’aria freschissima e respiro l’immoto

svegliarsi delle cose e il mio

intentato, penso a un risveglio

a ipotesi e ipotetiche salvezze nell’alto

sospeso con uno sguardo a un balcone –

dalla bocca del mondo una lingua nel cielo –

è questo, mi chiedo? è questo il vento

della carne che soffia da dietro e mi spinge alle stelle?

[…]

Da Persona, Ladolfi Editore, 2017.

____________________________________

 

Rimproverami di non saper parlare

rimproverami, ma io mi rimprovero da solo.

Io mi rimprovero di avere avuto una schiena,

di questo mi rimprovero

e potermi stendere sulla terra marrone

senza coscienza, in divisione.

Io non vorrei mai aver avuto una schiena

né un prima né un dopo, né un dietro

né un avanti.

Sogno che una grande mano mentre dormo

sbuchi dalla terra e mi spezzi il petto

da dietro la schiena mi apra

e tutto coli giù

terra

con terra. Vorrei

al posto dello stomaco

un’enorme piantagione di patate

germogliante, fresca, bagnata di terra, e una mattina

perfettamente coerente sentire la zappa

salire dalle mani di mio figlio incontro al sole

e scendere giù a spaccarmi le costole

a vangare e rivangare e nutrire

guardando il cielo di terra sopra.

Tu immagini lo stacco, il cambiamento di materia.

Tu immagini la purificazione

e non c’è cosa più sporca del cielo.

Ti sento parlare da un altro piano

dietro un’alta finestra, nella penombra

dalle imposte socchiuse senza distinzione

non so se provenga dalle stelle o dalle rocce che calpesto

se sia l’ombra dei mobili che trema o la luce

abbarbicata per terra come una pianta

da chi sa quale profondità

da chi sa quale profondità parlare e la luce

trema come gli alberi là fuori al respiro di dio.

Non vedo cielo là fuori

non voglio vederlo che bisogno avrei di vederlo, dio

se è da una parte e non fatto di fango e di sputo

come noi.

Madre, quando morirò anch’io

questa putrefazione, mano per mano alla tua

sciaquerà il cielo sopra le nostre città sotterranee. Fango

su fango, monte

su monte. Quando nella tua strana lingua

solo non parlando

hai messo in comunicazione il prima e il dopo,

ciò che dev’essere e ciò che non è ancora

stato, solo dicendo

dio ha sputato per terra

e si è conformato. Benedicimi

nell’indistinzione

di cielo e di terra,

benedicimi nel battesimo della terra

e della pioggia che sale da me quasi morto

a innaffiare il cielo spaccato,

il battesimo della luce che sale dalle tue orbite terrestri

a inventare un cielo,

e non ce n’era bisogno. Benedicimi quando con una parola

comanderai ai vermi nel tuo stomaco di farsi altissime betulle

quando le tue dita storte come cucchiai di legno

diverranno alberi alberi, le tue sopracciglia

ali dei merli che sveglieranno i nostri bambini laggiù

in un futuro già passato

e basso

e fatto di alberi. Benedicimi

nella putrefazione.

Quando morirò anch’io madre (ma sarà

poi vero?) non saliremo

ma continueremo a stare

volando

nel nostro immenso peso.

Inedito, 2014.

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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