Urban – Davide Tartaglia

Davide Tartaglia nasce nel 1985 ad Ascoli Piceno.
In ambito poetico ha pubblicato la raccolta di poesie “Figure del congedo” (Italic Pequod, Ancona 2014), vincendo lo stesso anno il Premio Guido Gozzano nella sezione Opera prima e si classifica al terzo posto nel premio “Solstizio” di Fondi nel 2015.

Nel 2016, per i tipi di Archinto, cura un’antologia critica sui poeti del secondo novecento dal titolo “Sulla scia dei piovaschi – poeti tra due millenni”.

Socio fondatore dell’associazione culturale “Quid Culturae” è anche redattore dell’omonima rivista. Suoi scritti ed interventi critici sono comparsi su diverse riviste e collabora stabilmente con le pagine online “Il sussidiario” (www.ilsussidiario.net) e “Midnight magazine”.

 

 

Ascoli

 

Vorrei dirti la disappartenenza

del sangue, quando guardo le tue volte

illuminate, e il nulla della notte

che le assedia. Gridare la violenza

 

dei tuoi figli caduti in questa vulva

di spine, avara di luce, di vento.

Questa morte calma, senza sgomento

la morte di secoli, in questa bava

 

di travertino ossificata tra i colli.

Dovrei ucciderti forse, liberarti

da questa luce fissa, senza tempo

 

invece tu mi inchiodi senza scampo

a questo manto di crolli; e cantarti

è la salvezza e condanna dei folli.

 

 

 

#

Non avevi l’età della nostalgia

per l’assedio del tempo, dell’aria

del verde di brina.

Il mondo erano i colori squillanti

delle pareti, l’artificio della plastica

sul pavimento. E tutto era in equilibrio,

sotto il vuoto della luce smorta di neon.

 

Non soffrivi il vetro opaco

su cui premeva il mondo

e il vento fresco di febbraio.

Ignoravi il rumore del traffico

il lunedì mattina, il chiasso nei bar

la voce elettrica che ci dice la crisi

il Nasdaq, l’invecchiamento del pianeta,

quel presente che non è mai ora.

Eppure sapevi tutto, le sperdute

anse d’esistenza, il numero degli alberi

e dei fiori, i capelli del capo, l’acqua

che riga le montagne e attraversa i boschi

gli abissi del mare e il nome dei pesci,

il battito profondo dell’universo.

 

E di null’altro c’era bisogno

nella stretta dell’aria sterile

della stanza, fuorché il cavalluccio,

la mascherina a schermare le labbra

e quello sguardo, lo sguardo d’agonia

di cui comprendevi il dolore.

Ma più saldo era il legame

con un filo di voce la chiamavi

madre.

 

 

 

 

 

#

Eppure dovevi esserci già

devi esserci stato da sempre.

Il bisbiglio lo conosco già, il vento

che sento alle caviglie

quando apri la porta

e mi corri accanto.

 

Eri tu.

 

E chissà il nome che porti

addosso, il nome inventato

che trovo per strada, il nome

che forse un giorno

imparerò a pronunciare.

 

 

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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