Urban – Alessio Falso

Alessio Falso è nato a Napoli, nel 1996. Una ricomposizione biografica, così come una mappatura delle pubblicazioni, si risolverebbe in una testura di virtualità. Dopo aver abbandonato Lettere Moderne a Napoli, conduce studi erratici. Vive a Torino.

1.

Sul muro scrostato, uno stencil avverte:
“You’re looking the wrong direction”.
Vernice nera su intonaco; datazione incerta.
L’irresistibile impulso di voltarmi, indagare
la realtà circostante come ci fosse un messaggio,
qualcosa da decifrare, come ci fosse qualcosa.
“Forse un mattino andando”; poi avverto
un involontario sputo lasciare le mie labbra
calpestio di passi agitati che si allontanano
in fretta rimuginando su ingenuità significato
frustrazione.

Un’altra notte da H, a parlare di paesi

che mi sembrano esotici, nelle sue ricostruzioni
nostalgiche quasi dimentico la miseria, le morti
catastrofe che dilaga senza scampo;
mentre aspetto che mi prepari l’ennesimo kebab
che è il nostro accordo, il movente del nostro
conversare – in fondo una declinazione del mercato.
Eppure resiste una sbiadita prima persona plurale
irriducibile simulacro di ?
“Bruciamo le frontiere”; acrilico spray nero su cabina
coibentata Enel, forse poliuretano; datazione incerta.

Non esistono città; solo coordinate, luoghi
o piuttosto geografie di echi texture di memoria
un’indigestione, come lo stratificarsi
delle scritte sui muri, sulle pareti delle cabine telefoniche
aleggiare di parole irrisolte che cercano destinatari in un urlo che sembra patetico.
E questo cumulo di sillabe potrebbe chiamarsi
Torino risa deriva soffrire morire;
conserva solo un accento, poi si spegne nel rumore sordo della sua grammatica,
della sua sintassi irregolare, di semantiche liquide, estensioni che si ricombinano nel mio petto; nient’altro.

che possa accompagnarci, unirci, il disgelo, le insinuazioni della primavera,
sciogliere questo grumo di neve sporca, rappresa. In un torrente di fango che straripa dalla mia voce, urlo latente ad ogni parola che dico, ti dico.

3332858640 chiamami”; marker rosso su acciaio
cabina telefonica; Fine dicembre 2017

2.

Un biglietto d’auguri di mia madre,straziante
il pezzo sbrindellato di carta, strappato da una fonte sconosciuta,
su cui mi avevi scritto “ho portato l’abisso”

qualche tremulo baluginare dei miei trascorsi poco felici alle scuole elementari,
l’afasia di un dolore irriducibile, inarticolato
tutte le risme che ho aperto per batterle a macchina, e che poi
ho bruciato, nelle mie notti esasperate, di sonnambulismo o droga, in cui la disperazione
aleggiava come una permeante asfissia
i ritagli nei collage di //

quel foglio di carta virtuale, su cui avevo scritto una poesia bellissima,

che ho perso in circostanze inspiegabili e

che ritorna nelle mie fabulazioni, nel diramarsi

delle storie possibili che elaboro raccontandoti di ciò che sono stato
i post-it che coprivano ogni superficie della mia casa a Torino,

le tue tracce, conservate gelosamente poi perse,

come tutto- ci si abitua sempre al distacco

Altri pensieri brevi,

che vacillano e scintillano nella loro fugace presenza,
in echi nella carne,
e scosse telluriche che ricompongono il senso per poi
perderlo pochi istanti dopo, al rientrare del vuoto, al misurarsi col vuoto.

…….

È il mio compleanno, fumo al buio, raccolto in un groviglio di coperte, aspetto che i sonniferi agiscano, lascio che i confini si dissolvano. Attraverso il lucernario intravedo nel chiaro di luna una teoria di stelle, che vacillano labiali oltre il gorgo di nuvole; mi consola, la realtà che s’incrina- lo scricchiolare delle cose nel loro non essere più soltanto cose; con qualche riserva- il brusio antifrastico del frigo, le grida incomprensibili del vicino, altro rumore – potrei dire che sto festeggiando.

3.

E tornando a casa affondare nei gradini
Immaginare sul tuo volto fitte teorie di efelidi;
la poesia non nasce dal ristagno,
piuttosto dal ricombinarsi delle semantiche
che sopravvivono al dolore,
a cui lasciamo sempre qualcosa,
brani di vita, passato, significato,
un gesto, o il quotidiano, un’abitudine
a cui bisogna smettere di appartenere,
per venir fuori, boccheggiando, e
poi scrivere lunghe elegie di singhiozzi,
nel vacillare della realtà, dell’esistenza
o piuttosto delle istanze che poi si risolvono
sempre
nel vuoto;
e la luce balbettante di casa, altri rivoli,
pioggia di mercurio e polvere,
che lascia tracce sul vetro nello scivolare via.

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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