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Unemployent. La personale di Josh Kline alla Fondazione Re Rebaudengo, Torino

Nel 2030 cammineremo per strade ricolme di rifiuti e persone. I residui di una middle-class cancellata dall’ennesima crisi strutturale saranno ammucchiati ai margini delle strade per manifesta inutilità. Il lavoro intellettuale, come attività produttiva cesserà di essere una prerogativa antropo-riferita, sostituita da macchinari autosufficienti e autonomi che concederanno alle persone il lusso di essere utilizzatori accessori.
L’essere umano definitivamente desacralizzato non sarà più concepito come unità organica di mente e corpo ma come il residuo storico di funzionalità cognitive di cui non è possibile fare un upgrade e quindi destinate all’obsolescenza.
Costosi, lenti e inefficienti gli esseri umani dovranno subire gli effetti di una disoccupazione tecnologica legittimata dalla possibilità di “vivere più che bene“.
 
Josh Kline, Unemployment
Questo è lo scenario immaginato da Josh Kline, artista attivo a New York, in mostra alla Fondazione Re Rebaudengo di Torino (fino al 17 febbraio 2017). In quel futuro distopico, volutamente così vicino, dovremo rispondere ad una semplice domanda: cosa ce ne dovremmo fare di milioni di individui improduttivi che non riceveranno mai più uno stipendio?
Unemployment trascina alle sue estreme conseguenze il darwinismo radicale di stampo post-umanista. Cosa fare di un’umanità che ha scoperto di poter fare a meno di se stessa? Non solo. Kline “celebra” l’umanità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica puntando il dito su un processo già in atto. L’essere umano da unità organica sta diventando sempre più un’entità diffusa, in grado di essere aggiustata, migliorata e riprodotta, sia dal punto di vista fisico che mentale.
Il futuro distopico immaginato da Klein mostra lo sviluppo tecnologico nella sua duplicità. Da un lato esso realizza il sogno della longevità e nutre la speranza dell’immortalità, dall’altro presenta il conto dal punto di vista funzionale e lavorativo. Quelle attività impossibili per l’uomo-e-basta diventano realizzabili per l’uomo+, generando e legittimando la disoccupazione tecnologica che premia le eccellenze a discapito della normalità.
9-kline-ready-to-wear

Josh Kline, Ready to wear, 2012

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Josh Kline, Nine to Five, 2015

  Sono proprio i normali, quelli della classe media, che Kline insacchetta in buste di plastica pronti per essere gettati, accanto ad altri rifiuti tradizionali come le bottiglie di plastica e altre cose inutili.
Gli inutili del 2030 sono stati creati da stampanti 3D, cose tra le altre, riproducibili e quindi usa e getta. Leib che diventa korper, già nelle opere precedenti di Klein, da Ready to Wear a Nine to Five veniva denunciata la tendenza post-umanista a delegittimare l’in-dividualità organica della persona. Vuoi una scarpa? Prenditi anche il piede! Pezzi di corpo pronti ad essere indossati, o inservienti assemblabili dalle 9 alle 5 rappresentano l’Utopia post-umanista quale massimizzazione dell’efficienza ed eliminazione di qualsiasi antropocentrismo con tutti gli spiacevoli effetti collaterali propri dell’essere umano.

9-kline-t2Stesso destino per gli affetti. Se le persone diventano assemblabili, riproducibili e sostituibili, cosa farsene di tutte le foto, le lettere e altri simboli della nostra memoria affettiva? Questi oggetti, nel momento in cui l’umanità coincide con la sua produttività (e, potremmo aggiungere, nel momento in cui utile = bello) cessano semplicemente di avere senso, ed eccole lì, sospese a mezz’aria in bolle di vetro senza sapere bene cosa ce ne dovremmo fare.
Con Unemployment Kline sviluppa il lato politico-sociale della sua riflessione artistica, affrontando il tema della disoccupazione tecnologica. Per l’antropologia liberista, alla base dell’economica del libero mercato, le azioni umane sono significative nella misura in cui generano scambi finalizzati alla massimizzazione del profitto; questo viene considerato un comportamento razionale. Il progresso tecnologico si pone come obbiettivo la creazione di mezzi di produzione sempre più efficienti. Maggiore efficienza significa maggiore utilità e quindi un maggiore incremento del benessere (Per una presentazione dell’antropologia liberista si veda A. Zhok, Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo, Jaca Book, 2006).
Di fatto, questo ragionamento non tiene alla prova dei fatti. La creazione di mezzi di produzione autonomi ha significato, significa e significherà sempre più la cancellazione dei mezzi di sostentamento per la classe media e dunque l’impossibilità per la stragrande maggioranza delle persone di godere proprio di quel benessere che il progresso tecnologico dovrebbe creare, rendendole di fatto inutili come forza lavoro e costringendole ad un ozio forzato economicamente insostenibile.
L’umanità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
In una realtà che diffonde e spezzetta sempre di più la personalità e ibrida il proprio corpo con aggiunte artificiali, non potremmo arrivare ad una situazione in cui “soggetto umano” non si riferisca più ad un corpo animale?
L’inquietante ribaltamento auspicato dai post-umanisti considera l’intelligenza umana come una forma rozza, e dall’hardware ingombrante, dell’intelligenza artificiale.
Per Francesca Ferrando, la svolta post-umanista significherebbe il definitivo superamento delle opposizioni dualiste che hanno caratterizzato la storia della cultura occidentale (distinzioni assiologiche, sessuali e razziali che cesserebbero di avere senso eliminandone l’intrinseca conflittualità) e che sono radicate nell’ancoraggio al corpo dell’umanità (cfr. F. Ferrando, Postumanesimo. Alterità e differenze, pdf scaricabile da google).
Così come Benjamin cento anni fa mostrò nell’evoluzione dei mezzi di produzione la causa della perdita dell’autenticità come proprietà essenziale dell’arte, lo stesso destino potrebbe toccare oggi all’individualità corporea come proprietà essenziale dell’umanità (cfr. W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936)
In altre parole, se la tecnologia dimostrasse non solo la possibilità di essere autonoma e servire ad un miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo – ad esempio liberandola dall’onere di svolgere lavori pesanti, simulandone la creatività o ricreando strutture anatomiche migliorate da sostituire all’originale biologico – ma anche la capacità di simulare e sostituire l’uomo, allora sarebbe giusto e auspicabile che la si sfrutti e che si cavalchino le possibilità di ridefinizione ontologica dell’essere umano.
E se durante il glorioso cammino del progresso tecnologico l’essere umano dovesse dimostrarsi inutile e superato? Beh, tanto peggio per l’Umanità!
Andrea Petronca

Classe 1989, nato a Monza. Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano. Collaboro con BE-MA editrice, casa editrice milanese, per cui mi occupo di turismo.

Petronca

Sportivo appassionato e scostante. Il mio grande interesse sono le relazioni sociali, la loro contingenza e la necessità delle regole che generano.

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