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Un’altra sociologia della poesia?: Note per una risposta a margine

1 Le note che seguono riprendono l’articolo di Guido Mazzoni uscito su Le Parole e Le Cose lo scorso 11 dicembre, con il titolo di Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia, cui ha fatto recentemente seguito nella stessa sede la risposta di Italo Testa. Occorre dunque subito dire che a mio giudizio il saggio di Mazzoni rappresenta una particolare occasione di dibattere in maniera seria e consistente della condizione e della possibilità della scrittura poetica oggi. Il saggio, questo sì, vuole dire una verità, sia pure nella forma di una ricostruzione di storia delle idee e di una fotografia dei rapporti culturali ed estetici per quello che riguarda la situazione contemporanea, che Mazzoni descrive come composta di monadi di gruppuscoli di autori e lettori incomunicanti tra loro che sarebbero prodotto e insieme renderebbero ragione della caratteristica frammentazione dei rapporti sociali fra individui e delle individualità stesse nella società contemporanea. Non solo è evidente dunque un’impostazione storiografica del saggio che delinea chiaramente un prima e un poi nella storia sociale della poesia con una cesura all’altezza della fine degli anni Settanta (Mazzoni nel terzo paragrafo investe il festival di Castelporziano addirittura di un valore allegorico rispetto al disgregamento del campo e alla orizzontalità dei rapporti che sancisce un mutamento nella percezione collettiva della figura dei poeti e della funzione della poesia), ma è proprio questa contrapposizione a fondare la tesi principale del saggio e dare adito alle conclusioni un poco amare: in sintesi una volta la pratica della scrittura, il mondo della letteratura, le scelte estetiche e poetiche relative alla propria opera per i poeti rappresentavano in ultima istanza anche una forma di generale presa di posizione etica, politica e ideologica rispetto alla totalità del reale e alla struttura della società, questo senso di responsabilità nello scrivere produceva scontri, dibattiti e polemiche all’interno del campo con i poeti che compivano scelte diverse perché, e in questo secondo Mazzoni tutti erano accomunati, per un verso o per l’altro ideologia equivaleva a teleologia storica e tutti erano brechtianamente certi del fatto che «la letteratura sarà esaminata». Oggi al contrario tutto si ridurrebbe a ricerca personale, quand’anche di una personale verità, scelta di gusto, omologia di gruppo o piccolo espediente di egemonia all’interno del campo. I gruppi non sono più percepiti come avversari e il dibattito non è più considerato doveroso o necessario, tutto convive in una relativa autonomia che è l’altra faccia della perdita di prestigio e di centralità come dell’impoverimento delle capacità di un reale dialogo. «Ognuno riconosce i suoi» è la sentenza montaliana scelta e ribadita da Mazzoni.

2 La vastità del quadro almeno nelle intenzioni è certamente lodevole e molte singole considerazioni, penso soprattutto a quelle riportate nel sesto paragrafo sulla comparsa dei siti e dei blog letterari, sono valide e importanti ma le conclusioni non mancano di qualche schematismo rinunciatario o per dirla meglio a voler essere realmente dialettici, come ha a mio giudizio molto ben argomentato Italo Testa nella sua risposta (che obiettava a Mazzoni e integrava soprattutto sul piano filosofico) si deve pensare nelle maglie di quello schema e tra le monadi di questo mondo poetico contemporaneo qualcosa che scorra, la possibilità di una linea di frattura tra le risultanti della nostra analisi e la prassi o la realtà che dia adito a una nuova, diversa sintesi non definitiva.

Testa ha infatti sottolineato come ci sia una difficoltà di fondo nel pensare la poesia contemporanea come prodotto di monadi isolate in un mare di banalità e insieme nel pretendere, magari anche tacitamente ma con il gesto di scrivere o pubblicare, che la poesia possa rimandare a una totalità altra da quell’isolamento e avversa a quella banalità.

Non è solo questo però che non convince, anche se da scrittori e da uomini del nostro tempo non possiamo che preferire la rivalutazione, tra Benjamin e Adorno ma non esclusivamente, delle potenzialità allusive e politiche della figuralità letteraria (a patto di saper distinguere nella reciproca indipendenza fatto letterario e fatto politico) rispetto ad un più cinico “Ognun per sé ed Io per tutti” un gioco di parole che pare essere la condanna senza appello della poesia e della società contemporanea.

3 C’era una volta, prima dell’homo monadicus montalianus, l’homo ideologicus braechtianus ci dice questo racconto, perché viene il sospetto che di racconto appunto si tratti, poi lentamente venne meno il collante magico chiamato ideologia, quello cioè che dava un colpo di spugna all’individuo riassorbendo i suoi problemi in dimensione storico collettiva e scioglieva o almeno orientava sistematicamente le contraddizioni. La raffigurazione del Novecento, o meglio dell’hobsbawmiano Secolo Breve, come il tempo della iperpoliticizzazione della vita e dell’estetica, spesso come nelle pagine in questione in contrapposizione a un presente di pura massificazione indistinta e di quella che Mazzoni ha voluto chiamare «individuazione senza riserve» (rimando alla risposta di Testa per la discussione sulla legittimità di questa formula) pur contenendo molta verità può rischiare a volte di spingersi all’eccesso e di legittimare, magari anche in forma involontariamente caricaturale, filosofie della storia e ricostruzioni desiderate più che una comprensione senza pregiudizi di situazioni storico-sociali. Si ha più volte leggendo il saggio l’impressione che fino alla metà degli anni Settanta ogni poesia, o raccolta o antologia fosse scritta, pensata, compilata tenendo a mente il prossimo Giudizio Universale, assunto su cui non possiamo non notare che non vi sia una vera argomentazione e che sia dato per assodato fino a livelli estremi, accostando forse troppo le dichiarazioni dei singoli autori, la vulgata intorno ai loro personaggi (Pasolini disperato, scandaloso e in opposizione, Fortini ideologo rigido e moralistico compreso di pietà, Sereni in dubbio e in lotta tra scelte ideologiche e motivi esistenziali e personali, Luzi meditabondo dentro e al di sopra della storia a un tempo etc.) e le loro opere come se queste non fossero che enunciazioni in più a confermare il quadro senza chiedersi se, all’atto di considerare l’opera come fine davvero i poeti sentissero indiscriminatamente e senza eccezioni la responsabilità e il peso di un giudizio venturo su di loro come individui, sulla loro opera come fatto storico e sulle loro scelte come presa di posizione esistenziale e politica.

A intenderla così c’è il rischio di affermare tra le righe che in quella parte del Novecento mai l’opera fu fine a se stessa e sempre e soltanto risposta, magari grandiosa, alle domande che si imponevano come scelta di campo e che in qualche modo qualcuno avrebbe riproposto all’autore.

Non credo personalmente che sia mai stato così, né che nel Novecento tutto sia stato involto nei destini generali né che ora per i poeti non sussista mai la possibilità di ritenere la propria opera come scelta consapevole e carica di significati etici, politici ed estetici con una valenza collettiva che dunque sia anche necessariamente in contrasto con opere e visioni portatrici di altri significati. Non dico qui se la poesia possa o non possa esprimere una verità o una totalità, su questo peraltro sia pure in forma prospettica anche Mazzoni concorda, dico semplicemente che non sempre nel Novecento ha inteso di doverlo fare così come non c’è nessuna legge o nessun determinismo sociale che possa dire che oggi non senta mai il dovere di farlo.

4 Ritengo che a indurre Mazzoni a questa ricostruzione storica un po’ artificiosa e a tesi siano stati fondamentalmente tre errori o eccessive semplificazioni, i primi due nascondono una sorta di desiderio nostalgico e anche se più argomentati e meno enfatici hanno qualche legame con i versi di Conte citati in esergo all’articolo che vedono dibattere poeti «sui destini/ del mondo, del linguaggio,

della letteratura, come Ministri degli Esteri/ di due Stati avversari» e sono uno la sopravvalutazione generale di quei dibattiti o di altri e di toni più compassati e meno pretenziosi rispetto a questi. Ci si dimentica cioè, e vale non solo come osservazione generale sulle posizioni espresse in quello scritto ma come esame di coscienza per tutti noi quando dibattiamo “internamente al campo” (come amerebbe dire molta sociologia letteraria di oggi), della notevole perifericità e ristrettezza di questo campo rispetto ad altri di maggior potere e delle quote sempre minori di prestigio, controllo e capitale simbolico che fa acquisire a chi vi detiene posizioni di riguardo. Bisogna evitare di credere troppo alla centralità di ciò di cui ci si occupa così come soprattutto di allargare indefinitamente i meccanismi sociali e le rappresentazioni culturali che noi abbiamo di quei meccanismi come se fossero una costante: non solo, anche se dire questo rappresenta a onor del vero il maggiore merito di Mazzoni, ovviamente il funzionamento degli effetti di campo e la loro dinamica e interazione sono diversi e cambiati dagli anni Cinquanta ad oggi, ma c’è da credere che non sia solo una questione di fattori interni quanto di più generale idea collettiva e attesa riguardo alla poesia. Siamo sicuri davvero che ci fosse un campo come noi lo rappresentiamo e che la lotta di questi autori e il loro muoversi di posizione in posizione al suo interno fosse altro dal riflesso di diverse forme di relazione? Penso all’esercizio di professione, alla militanza politica, ma anche alla semplice vita quotidiana (è un salutare esercizio ricordarsi che ogni grande poeta impegnato a dibattere non è che il “vicino di casa che scrive” di qualcun altro).

Il punto veramente debole della questione è però l’aver scelto per questa storia come esempi probanti un nucleo estremamente ristretto di autori affermati, come a voler dire che essi rappresentano la poesia del loro tempo, il che può senza dubbio essere vero se si tratta di riflessioni estetiche, di un giudizio di gusto o di valore, ma quando si tratta di storia sociale non si può buttare a mare la folta schiera di minori o minimi e poi pensare di descrivere efficacemente le attitudini collettive verso la poesia e le intenzioni o posizioni comuni ai poeti in quanto proprie di un’epoca. Nel nostro caso personalmente credo che se invece di limitarsi agli autori di tre o quattro case editrici e a un pugno di grandi per gli esempi volessimo fare una storia sociale passando per gli archivi delle case editrici anche minori, le biblioteche, le bancarelle scopriremo che nelle centinaia e centinaia di raccolte e raccoltine e riviste sono sepolti tanti poeti per cui probabilmente le assolutizzazioni euristico-politiche valgono molto meno e che farebbero sembrare il passaggio alla contemporaneità in cui tutti possono e pretendono di scrivere poesia molto meno drammatico ed epocale di quanto la questione posta in questo Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia farebbe pensare. Il crollo del Palco a Castelporziano potrebbe essere rovesciato nel suo senso allegorico: non crolla perché in tanti vogliono parlare e in pochi ascoltare, non segna tanto lo sfaldamento del campo e il vertiginoso aumento del numero degli autori, quanto il fatto che, se si vuole in parte in conseguenza di ciò, il poeta non sta più sul palco, ma alla pari con il lettore ascoltatore: se è così, io penso, tanto meglio, aveva da crollare e non è la deferenza che bisogna rimpiangere.

5 Se però esiste questa parità, se addirittura è da vedere in essa qualcosa di positivo, cosa ci esime dal dare in toto ragione a Mazzoni e asserire che «ognuno riconosce i suoi» almeno oggi e limitarci a una polemica di storia delle idee per quel che riguarda la rappresentazione del Novecento? In fin dei conti che si arrivi alle monadi l’una all’altra impermeabili per un modo o per un altro muta davvero il nostro punto di arrivo? Io credo di no, se scegliamo questo tipo di interpretazione del passato, cioè se vogliamo arrivare ad avere questa luce sul presente ma c’è un punto, e qui vengo al terzo e per me capitale errore (che ammetto possa essere consapevole, ma in quel caso getterebbe un’ombra assai fosca su tutto lo scritto) è tralasciare completamente gli aspetti di classe sia trattando delle questioni relative alla funzione euristica e politica della poesia sia alle dinamiche del campo letterario. Il campo non sostituisce la classe (come troppo sociologismo vorrebbe dare a intendere) e la classe di appartenenza è anzi determinante per la propria azione all’interno del campo: farà grande differenza nell’acquisire legittimazione, capitale simbolico, rendite e similari l’appartenere alla media borghesia impiegatizia o l’essere un lavoratore precario, il disporre di un capitale e di tempo da investire per raggiungere posizioni più alte o l’avere a disposizione risorse limitate, l’avere una vasta rete di relazioni, un buon capitale sociale, o l’essere in un’area di emarginazione sociale e dunque anche di potere di azione, come spesso sono gli appartenenti alle classi inferiori.

Che le classi esistano dentro e oltre il campo è un fatto che ci fa leggerne diversamente i mutamenti ma soprattutto ricorda, altro fatto molto importante, che il campo non è la totalità della vita sociale nemmeno come somma o interazione di vari campi e che il nostro essere presenti come attori in un campo non annulla le differenze e le contraddizioni materiali. Volendo essere più generici troppo spesso si pensa al campo letterario soprattutto in relazione alla poesia come a un universo di compartecipazione, una comunità in cui bene o male, polemizzando o no, si è tutti uguali e si siede tutti allo stesso tavolo chiamato poesia. Tutto molto falso e molto consolatorio purtroppo.

Finita la presentazione, la tavola rotonda, la lettura il pubblico di ascoltatori-autori della società contemporanea si scioglie, ma l’ordinario è un professore ordinario, lo studente uno studente, l’impiegato in banca un impiegato in banca e così via, anche quando sono seduti e anche nello svolgere queste attività non sono uguali.

6 «La letteratura sarà esaminata». Mazzoni ripete più volte questa citazione del titolo di una poesia di Brecht, si è visto come lo eriga a una sorta di principio motore e regolatore della propria funzione poetica per tutti gli autori fino agli anni Settanta. Insomma una verità che per loro sarebbe stata evidente, bene ma da chi? E con quali criteri?

Questo il testo in traduzione:

1

Coloro che furono posti, per scrivere, in sedie dorate

saranno interrogati da coloro

che gli hanno tessuto i vestiti.

Non per i pensieri elevati

quei loro libri saranno esaminati, ma invece

una qualsiasi casuale frase che lasci intuire

una caratteristica di chi tesseva i vestiti

sarà letta con interesse perché vi si potrà i lineamenti

riconoscere, di antenati famosi.

Letterature intere

vergate con elette locuzioni

verranno scrutate per scoprirvi indizi

che dei ribelli vissero anche là dove c’era oppressione.

Supplici invocazioni a creature ultraterrene

proveranno che creature terrene su altre, terrene, si

[posero.

Musica preziosa di parole darà appena notizia

che per molti da mangiare non c’era.

2

Ma sarà data allora lode a coloro

che sulla nuda terra si posero per scrivere

che si posero in mezzo a chi era in basso

che si posero a fianco di chi lottava.

Che dettero notizia delle pene di chi era in basso

che dettero notizie delle gesta di chi lottava,

con arte, nel nobile linguaggio

innanzi riservato

alle glorie dei re.

Le loro descrizioni di realtà desolate, gli appelli,

ancora recheranno le impronte del pollice

di chi era in basso. Perché ad essi

furono consegnati quelli scritti, essi

sotto la camicia sudata li portarono avanti

attraverso i cordoni degli agenti

fino ai loro simili.

Sì, verrà un tempo

che a quei savi e cortesi

pieni d’ira e speranza,

che sulla nuda terra si posero per scrivere

nel cerchio di chi era in basso e di chi lottava,

sarà data pubblica lode.

Non diciamo brechterie, qui non si parla né di campo né di monadi, pubblici o interazione tra gruppi, si parla dei lettori, che sono i grandi assenti del discorso di Mazzoni, per di più di lettori futuri, di lettori coscienti della propria condizione di classe e di lettori esterni al campo. La letteratura sarà sì esaminata sì, ma non con i criteri con cui è stata composta o secondo i principi critici, estetici, morali e secondo le strutture sociali e i rapporti di potere del suo tempo, bensì sarà esaminata come prodotto di una società vecchia alla luce di una società nuova. Spesso si ha la sgradevole impressione che, quando si tratta della questione del mandato e del rapporto tra funzione della poesia e dibattiti letterari e di poetiche, l’esame cui si fa riferimento sia quello dei colleghi o dei critici o di una giuria di specialisti e secondo i principi condivisi di tipo critico letterario. Se però proviamo a spostare l’attenzione dalle monadi di piccole comunità di autori-lettori alla possibilità di un rapporto paritario tra autore e lettori o addirittura alla possibilità di una diversa comunità e società futura, e qui crederci o no diventa una fondamentale distinzione anche sul piano dell’attitudine critica, dal momento che lo stesso discorso anche in relazione alla poesia prodotta nel Novecento cui si è fatto riferimento prima muta del tutto la prospettiva, scopriamo che dobbiamo aspirare a ben altra verità che il rispecchiamento del narcisismo e della solitudine contemporanea o alla interazione di quelle monadi nelle forme di un civile e appassionato interrogarsi sui problemi della poesia e della poetica.

Viviamo in un’epoca di contraddizioni materiali vistose e di ingiustizie, di profonda diseguaglianza, ridare un senso e forse una funzione alla poesia come espressione degli uomini è possibile e probabilmente è un dovere per chi non preferisce il cinismo colto o non ha materialmente altra scelta. Solo se saremo capaci di esplorare le possibilità di una poesia che sia consapevolmente prodotto di classe invece che farmaco dell’anima o dell’intelligenza e autoinganno sulle differenze e che superi da una parte le forme tradizionali del mandato sociale e dall’altra la resa alla fine di questo mandato potremo essere in grado di immaginare anche una diversa storia sociale della poesia dove si esamini la letteratura proprio perché si è imparato a riconoscere i propri, dall’impronta del pollice.

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