Un continuo lavorio – Intervista ad Alberto Bertoni

Busso ed entro nello studio. Lui tra gli studenti è il Professore, non uno qualunque, ma il. Le prime parole che scambio con Alberto Bertoni hanno come argomento la professione, l’insegnamento. Mi racconta di come, da giovane, appena terminato il militare s’innamorò quasi per caso del lavoro che lo ha portato fin dentro le aule dell’Università di Bologna a ricoprire la cattedra di Letteratura italiana contemporanea, che fu di Ezio Raimondi. L’insegnamento giunse scardinando completamente i suoi progetti giovanili: «È stato un colpo improvviso, lì, in quell’aula delle medie, piena di ragazzini di provincia pronti a darsi botte e che io dovevo staccare, proprio fisicamente gli uni dagli altri, lì mi è scattato qualcosa dentro e ho capito». Intavoliamo così un discorso sull’utilità dell’insegnamento: «È come avere un costante riscontro pratico. Quando entro in aula vedo cosa vuol dire, per esempio, insegnare Montale ai ragazzi oggi»; ma non è per questo che sono entrato nello studio del Professore, critico e poeta, al secondo piano della Facoltà di via Zamboni a Bologna.

Esce in questi giorni, infatti, la terza edizione del suo Ricordi di Alzheimer, una delle raccolte poetiche che più hanno segnato il tracciato letterario e personale dell’autore. Il fatto di per sé è già una particolarità: è raro infatti che una raccolta di poesie giunga alla terza edizione.

Edito per la prima volta nel 2007/2008 («Il colophon reca 2008, ma il libro uscì già nell’ultimo 2007, un po’ come la storia di Stella Variabile di Sereni, che io già possedevo nel dicembre ’81, mentre la prima edizione è segnalata all’82; ma andiamo oltre i paragoni con Sereni, che non vanno bene…» sorride), il libro racconta il percorso dei dieci anni (1997-2006/7) che separano la presa di consapevolezza da parte dell’autore dell’Alzheimer al padre e la morte dello stesso.

Professore, come nasce Ricordi di Alzheimer?

Avevo un racconto. Da quando mi resi conto, una sera del ’97, che mio padre, nel suo orientamento nella realtà e nella sua memoria, aveva qualcosa che non andava, iniziai a scrivere, senza rendermi bene conto, di questa smemoratezza progressiva. La diagnosi di Alzheimer venne poi fatta nel 2001, quasi in coincidenza con l’attentato alle Torri Gemelle, ed ho quindi collegato i due eventi catastrofici, sapendo che a quel punto la mia vita era distrutta, almeno per come si era posta fino a quel momento. Da allora, per un lungo periodo non ho potuto scrivere d’altro.

Qual è stato il suo rapporto con i genitori prima e dopo questo accadimento?

Non ho mai avuto un rapporto stretto col nucleo familiare, un rapporto di confidenza, amicizia o rispecchiamento. Vivevo con loro [a Modena ndr] però ero quasi sempre qui a Bologna. Con mio padre, in particolare, il rapporto era legato allo sport.

Cioè?

Lui era stato il mio iniziatore, un pioniere della pallavolo a Modena nell’immediato dopoguerra. Era stato quello che mi aveva portato allo stadio a vedere il Modena, addirittura nel settembre del ’60, quando avevo cinque anni, lui juventino, io, per Edipo, immediatamente interista; lui che lavorava da sempre alla scuderia Ferrari e appassionato di corse, io appassionato di ippica.

Torniamo al libro

Al sopraggiungere della malattia quindi, nonostante questo rapporto, scattò in me una molla totalmente imprevista, di cui io stesso faticavo a rendermi conto. Io, che avevo sempre scritto di varia umanità e soprattutto d’amore in poesia, mi trovai a parlare di mio padre, a descriverlo e a descriverne in modo sempre più minuto questa sua smemoratezza che era oramai naufragata nell’Alzheimer, l’inizio della terapia e tutto il resto.

Alberto Bertoni e Francesco Guccini

Quando poi morì, all’inizio del 2006, ho continuato per i due anni successivi a scrivere di lui e a quel punto mi sono reso conto che c’era un libro che parlava di Alzheimer che poi Massimo Scrignòli ha edito. Assieme ai testi fu aggiunta anche una poesia in dialetto pavanese di Francesco Guccini.

Qual è, all’interno del libro, il suo rapporto con il dialetto?

Io il dialetto lo so come il francese, se devo parlarlo devo fare lo sforzo di tradurre dall’italiano. È rimasto una lingua familiare, la lingua dei miei nonni e del territorio che mi ha cresciuto, a cui sono molto legato. Nella mia formazione, poi, è stato completamente omesso. Ho fatto il liceo in pieni anni ’60, allora il dialetto era considerato roba rozza, operaia, basso popolare. Nei testi lo uso poco, principalmente in bocca al personaggio di mio padre, o più specificatamente in qualche poesia, ma non un largo uso. Non sono mai stato un gran poeta dialettale e inoltre nessuno dei miei coetanei lo ha mai parlato. Mio padre parlava rigorosamente l’italiano con me e con mia madre, maestra elementare educata nella scuola fascista dove il dialetto era bandito, considerato quasi come un peccato. Lei odiava il dialetto e costringeva i suoi genitori, i miei nonni, coi quali passavo molto tempo, a parlarmi in italiano, mentre tra loro si rivolgevano soltanto in dialetto. Mio padre aveva quindi questa doppia vita linguistica: con me e mia madre solo italiano, con i suoi amici della pallavolo e della Ferrari solo dialetto, anche perché la lingua ufficiale della Ferrari, finché era vivo Enzo Ferrari era proprio il dialetto di Modena. Poi, quando è andato avanti nell’Alzheimer e ha cominciato a parlare anche con me in dialetto, ho capito, da quel segnale linguistico, che non mi riconosceva più come figlio. Mi considerava un amico, un collega, un vicino di casa e diceva che il figlio era un tipo strano, sempre in America. Eravamo sempre insieme, certo, ma per lui ero diventato un amico.

Quindi, paradossalmente, il recupero di una quotidianità è avvenuto proprio nel momento in cui non c’è più stato un riconoscersi.

Esattamente, ed è proprio dal racconto di questa quotidianità che è nato Ricordi di Alzheimer.

E la seconda edizione?

Nella seconda edizione, del 2012, ho tolto la poesia di Guccini e qualche altro testo, per alleggerire il tutto e ho suddiviso il materiale in parti “stagionali” rifacendomi al mio primo libro del ’96 Lettere stagionali. Non so dire per quale motivo ho compiuto queste operazioni, forse era la voglia di ricomporre un materiale che sentivo non chiuso, di rinnovarlo. In ogni caso quando mi sono ritrovato tra le mani la seconda edizione, questa non mi ha mai persuaso fino in fondo per cui mi sono accorto in questi anni che la materia non era affatto organizzata definitivamente.

È comunque molto difficile che un libro di poesie vada in seconda edizione, come è arrivato alla decisione di ripubblicare i testi?

La seconda edizione non venne provocata da me o dall’editore, ma venne promossa da questo esperto fiorentino di cure per l’Alzheimer, Mammio Matera, con la cooperazione di un’attrice, Daniela Morozzi, anch’essa con un genitore afflitto dalla malattia. I due, per farla breve, iniziarono ad andare in giro con spettacoli sul tema, distribuendo ai partecipanti copie del libro, poiché avevano riscontrato che nel libro fossero ben colte delle descrizioni della malattia che potevano risultare utili o interessanti per i parenti dei malati. La seconda edizione andò così tutta “bruciata” in questo ambito e ambiente toscano e forse l’ho probabilmente voluta sintetizzare in un atto semplificatorio per un pubblico meno avvezzo a tali letture.

E da lì alla terza?

È successo che, a copie esaurite, ogni volta che prendevo in mano il libro non ero completamente soddisfatto. Certo, pensavo, avrò corretto bene qualche testo, ma non mi convince. Così parlando con Scrignòli si è profilata la possibilità di ripristinare un libro più simile alla prima edizione; ho ripristinato Guccini e i testi omessi, togliendo anche la divisione simmetrica in stagioni che, a ben guardare, non c’entrava nulla dal momento che la vicenda della malattia si è sviluppata per quasi dieci anni.

Stefano Benni e Alberto Bertoni

Il libro è accompagnato da una nota di Milo de Angelis. È stata una sua richiesta o l’iniziativa personale di un poeta in veste di critico?

È accaduto che Viviana Nicodemo, mettendo in scena uno spettacolo di poesie sul tema del padre, abbia selezionato tra i tanti anche testi da Ricordi di Alzheimer e che negli spettacoli Milo facesse un po’ la parte del didàskalos leggendo una sorta di scheda critica per ogni autore scelto. Quella sul mio libro era molto bella e, dopo aver assistito allo spettacolo a Milano, chiesi a Milo di poterne usufruire. Ora è divenuta la quarta di copertina.

Sulla copertina della nuova edizione si legge anche un sottotitolo, Una storia. A cosa fa riferimento?

In tutti gli anni dalla prima edizione non mi ero mai liberato dal parlare di Alzheimer, ho continuato a parlare di mio padre. Avevo continuato a scriverne, collezionando così altro materiale che decisi di aggiungere al nuovo progetto. Siccome nell’ultimo periodo mi sono provato nella scrittura di prosimetri, ho realizzato proprio un prosimetro, tratto dalla vecchia nota introduttiva, rimontata e riscritta, e congiunta alle nuove poesie inedite. Una storia, che sta alla fine della nuova edizione, è così un testo inedito che dice tra prosa e verso chi era mio padre e la storia della sua malattia attraverso l’inserimento di cinque o sei testi composti però negli anni successivi alla sua morte.

In definitiva, quindi, questa edizione è molto più simile alla prima.

Certo, potenziata dal prosimetro. Adesso è un qualcosa di davvero chiuso, non è più un work in progress.

Che rapporto ha intrattenuto con i testi dalla prima edizione a questa?

Certamente sono intervenuto rivedendoli. È uno stile che adotto sempre, quello di lasciare “aperti” i testi. Anche dopo vent’anni se riprendo in mano una poesia, la cambio, tolgo versi, cambio parole, un continuo lavorio. Quasi tutti i testi quindi sono stati rivisti, anche solo attraverso la variante di una parola. Il risultato è per me un libro nuovo e il libro definitivo dei Ricordi di Alzheimer.

Traversate, l’ultimo libro di Bertoni (2014)

Come si è posto nei confronti di una tematica così personale trasposta in versi?

All’inizio ero molto imbarazzato. Già dal ’97 avevo iniziato a scrivere di mio padre, tanto che alcuni testi compaiono in Tatì, il mio libro del ’99. Dalla diagnosi del 2001 fino al 2008 non sono riuscito a scrivere che di Alzheimer. Solo di Alzheimer. L’imbarazzo è dovuto al fatto che, da critico, mi davo un po’ dello stupido, nel senso che considero questo tipo di poesia, una poesia più “facile” che gioca su un sentimento come il dolore il cui riscontro in un pubblico è più semplice da ottenere. Nonostante questo, la ragione profonda che muoveva l’insieme ha fatto sì che mettessi da parte ogni vergogna. Mi rendo certamente conto di non essere facilmente difendibile su un piano critico, tuttavia le reazioni del pubblico, sempre piuttosto accalorate su questa tematica, mi hanno convinto del risultato del libro. D’altronde anche questo è importante, la poesia si scrive per gli altri.

Non considera presente in una poesia come questa una certa forma di autoreferenzialità? Non pensa possa essere dannosa?

Non mi sono preoccupato dell’autoreferenzialità perché c’è una forte dimensione narrativa nel libro, siamo in due in scena, il protagonista è mio padre e spesso ci sono scambi di pronome, scambi di identità per molti aspetti. Soprattutto però l’Alzheimer in quegli anni (oggi francamente non lo so) era visto come “la malattia del secolo”, dell’epoca, una malattia certamente anche sociale e collettiva; lo ha dimostrato l’acquisizione del pubblico della seconda edizione. Personalmente ho sentito dietro alla storia mia e di mio padre, un problema sociale.

Quanto crede all’Alzheimer come male del nostro tempo?

Come la malattia degli anni ’60, con l’inquinamento forzato delle industrie, è stata il cancro; come quella degli anni ’80-’90 è stata l’AIDS, malattia del reganismo, dell’edonismo portato agli estremi da noi che non sapevamo che l’eroina fosse mortale, si passavano gli aghi e non si conosceva neppure la malattia di cui il mio coetaneo e vero amico, Tondelli, è stato vittima. Ecco, come queste, la malattia degli anni 2000 è proprio l’Alzheimer con la perdita di memoria collettiva, di senso della storia, di valore dato agli esempi che provengono dal passato, che mi fa molta paura e come cittadino e come insegnante.

C’è quindi un aggancio tra tema collettivo ed individuale.

C’è ed è proprio quello che mi ha permesso di superare quell’imbarazzo iniziale. È un libro compiuto che narra una storia in accordo coi tempi. Resta solo l’interrogativo critico sul senso che ha fare poesia del dolore.

Lei che risposta si dà?

Per la mia storia di critico direi che senso non c’è, però l’ho fatto. Una delle tante contraddizioni della letteratura. Credo che una risposta sia nel tentativo di trovare un pubblico ampio e che condivida ciò che scritto. In questo contesto si inserisce anche l’introduzione di un grande cantautore come Guccini che diventa poeta – non mi ha dato un suo testo di canzone, ma una poesia, l’unica che ha pubblicato credo –, nel solco di una maggiore comunicabilità.

La sua formazione però, pur ripudiando un certo tipo di poesia per così dire sentimentale, non è mai stata chiusa in forme intellettualistiche.

In effetti prima di incontrare Giudici e Sereni, nel 1981, c’erano solo Sanguineti e Balestrini come modelli e il primo libro che scrissi proprio quell’anno a quattro mani con Enrico Trebbi ed edito da Stefano Tassinari era molto più rarefatto. Poi mi sono accorto che con quella poesia lì, non si andava da nessuna parte, ho recuperato quindi le mie letture personali non così condizionate dall’ambiente bolognese, tutto filo-avanguardista, tra cui Bassani e l’ultimo Montale, ho cominciato a conoscere Giudici proprio nell’81 con Il male dei creditori, di cui m’innamorai e amavo già Sereni che uscì con Stella variabile, cambiando così ogni prospettiva poetica.

Alberto Bertoni e Maurizio Cucchi a Manhattan

…Imboccando la strada con cui la si conosce oggi.

Su questo cambiamento mi sono giocato anche una storia; se avessi continuato quel tipo di poetica sarei io forse, al posto di Lello Voce, dentro a quel piccolo successo della Slam poetry, in quella poesia cosiddetta di neo neo neo neo avanguardista, Gruppo 93 e affini. Ci sarei dentro anche io, ma ho preferito ripartire da zero.

Che posizioni ha nei confronti della Slam poetry?

Lello Voce, che conosco da molto tempo, fin da quando eravamo bambini, ha una parte che non disprezzo ossia l’esser stato un antesignano del rap. Ha fatto dei rap anche scritti bene, con un pluralismo linguistico quasi gaddiano, con lingue della tradizione romanza antica, lingue medievali, scientifiche, che dal punto vista critico risultano interessanti… certo poi, gli Slam poetry, il suo atteggiamento pubblico e il fatto che creino una specie di clan, mi fa totalmente orrore; da lettore non mi interessa nulla di quel che fanno con la poesia, penso si riducano molto alla famosa torre d’avorio.

Eppure i sostenitori della Slam poetry dicono di essere proprio loro ad aprire le forme della poesia al pubblico…

Lo trovo un cavallo zoppo, su cui non scommettere assolutamente. Siccome i miei amici mi riconoscono un notevole occhio nelle sgambature dei trottatori, io gioco solo quelli di cui mi piace l’andatura, non quello che c’è scritto sul programma. Certo è diverso il discorso su quelli che sono stati i loro maestri: mi ha molto interessato l’evoluzione di Antonio Porta, da Passi passaggi ai libri ultimi che ritengo bellissimi; stimo Balestrini di cui sono diventato anche amico; ho conosciuto attraverso Niva Lorenzini Edoardo Sanguineti e gli ho sempre riconosciuto una grande cultura sulla poesia di tutti i tempi, un grande intellettuale che dalla poesia è arrivato a comprendere il mondo. Postkarten è un libro che mi ha molto ispirato. Loro tre sono stati tre grandi poeti del passaggio tra Novecento e Duemila, questi Voce eccetera sono solo degli epigoni.

E oggi invece, quali cavalli corrono bene?

Lì bisogna fare dei discorsi generazionali. Corre bene il decano, cioè Giampiero Neri, corrono bene alcuni nati negli anni ’40, da Cucchi a Viviani allo stesso Carifi; corre molto bene tutta una linea femminile che passa da Patrizia Cavalli a Viviane Lamarque, che è quella che alleggerisce il dettato poetico, che prende la Rosselli nella corporeità della parola, ma la porta in una dimensione anche ironica, parodica; qui a Bologna credo che l’ultimo libro di Francesca Serragnoli sia un libro bellissimo, c’è anche Maria Luisa Vezzali, c”è tutta una serie di voci femminili che mi interessano molto. Poi, i i miei coetanei, la stessa Anedda, Magrelli, Pusterla, scendendo poi per i vari rami, Sissa, Massari eccetera. Direi che sicuramente non manca il dialogo tra generazioni e l’eccellenza in ogni generazione nella poesia italiana di oggi.

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea con Alberto Bertoni all’Università di Bologna, su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea.
Inizia l’attività critica a Genova attraverso l’esperienza di cultura militante Fischi di Carta terminata nel 2017. A Bologna, oltre ad un periodo nella redazione cittadina de La Repubblica, collabora all’organizzazione delle attività promosse dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università. Ha scritto per svariate testate online ed è parte della redazione della rivista La Balena Bianca. Inoltre, è stato caporedattore della testata divulgativa Midnight Magazine.
Come poeta ha pubblicato nel 2015 per L’arcolaio la sua opera prima, Poesie dopo la festa. Altri suoi inediti sono usciti su riviste come Atelier, QuidCulturae, Mosaik, Poetarum Silva, Interno Poesia. Vive a Bologna dove insegna Lettere in un Liceo Scientifico.

Leave a Reply

%d bloggers like this: