Twittami o Diva

Omero, nel libro VI dell’Iliade, ci racconta dell’addio fra l’eroe troiano Ettore e la sua famiglia. Sotto le Porte Scee ci sono Ettore, Astianatte, il figlio piccolo e Andromaca, la moglie. Abbracciando il piccolo, Ettore lo spaventa perché indossa l’elmo e sfilandolo nota la moglie che, commossa, tra le lacrime ride. È l’ultimo incontro che avranno: Ettore verrà ucciso da Achille e Neottolemo, figlio di Achille, ucciderà Astianatte e prenderà Andromaca come schiava.

Allegria, dolore, fierezza, speranza, nostalgia, senso del dovere… quanti sentimenti che Omero ci trasmette in poche righe.

Ma è davvero così?

Oppure l’onnipresenza di internet, della lettura superficiale, sciatta, senza una minima conoscenza e comprensione, hanno cambiato il nostro modo di comunicare, percepire e perfino vivere?

Se lo era probabilmente domandato David Wainberger quando ha scritto “Too big to know” (edito con Basic Books nel 2007) convinto che con la diffusione dei “New Media” (che poi sarebbe anche ora di smetterla con questo “new”) i fatti si siano ormai snaturati e che la “realtà” ormai non sia altro che la proiezione online di una opinione.

Evgeny Morozov, studioso e pioniere dell’«Open Net» – tentativo di diffondere la libertà via web – è nato in Bielorussia e vive ora negli Usa. Il suo entusiasmo per la rete, di cui resta uno dei guru più noti (seguitelo su Twitter, scrive da @evgenymorozov), si è trasformato nel realismo critico del saggio “L’ingenuità della rete, il lato oscuro della libertà di internet”, tradotto dall’editore Codice.

A proposito di questo libro, come soliti fare in Italia, abbiamo addolcito la parola “delusion”, dal titolo originale “The Net delusion”, in “illusione”. Perché? Mi viene in mente che -forse- non volevano offendere quelli che lo stesso Morozov chiama “cyber ottimisti”, convinti che il web si stia trasformando in una qualche forma di nuova sfera del sapere, che muta e si autocorregge in via del tutto infallibile. Tralascio i miei commenti al riguardo e sono sicuro che chi mi legge capirà il perché.

Perfino The Economist (qui l’articolo), storicamente scettico, proietta lontano i New Media, vedendone l’influenza addirittura sulla Riforma di Martin Lutero del 1517, attribuita non più alla diffusione della stampa, vecchia del 1450, ma al principio caro a Shirky del «crowd sourcing», la «folla» che, incontrandosi – oggi online, allora via bollettini e mercati di villaggio – costruisce opinioni comuni.

Morozov comincia un lavoro interessante ponendosi una domanda: ha senso pensare un limite della rete? L’intento non è la censura, ma la protezione dai rischi di monopoli e populismi. Insieme a lui lavorano il padre della realtà virtuale Jaron Lanier (“Tu non sei un gadget”, Mondadori 2010), preoccupato del consumismo ossessivo delle idee online, e Nicholas Carr (“Internet ci rende stupidi?”, Cortina).

Ci sono diversi punti di vista: studiosi come il direttore di Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, fondatore della «cyber teologia» e difensore del “citizen journalism” (giornalismo non professionale di cittadini – vedi YouReporter ndr). I gesuiti dal loro canto vantano il filosofo Teilhard de Chardin, scomparso nel 1955, il teorico della «noosfera», sfera del sapere considerata antenata di internet. Anche Luca De Biase, fondatore di Nova il supplemento high tech del 24 Ore, in un recente seminario allo Iulm di Milano s’è detto persuaso che i new media siano «isola antropologica» armonica, capace di autonoma «narrazione collettiva» della realtà.

Il blog dell’economista Tyler Cowen traccia un disegno che forse può dirsi più attuale: “l’economia dell’alta tecnologia crea due classi sociali separate, una che possiede gli strumenti del nuovo sapere e prospera, ed un’altra che non li governa ed è perciò relegata in ruoli umili.” Sull’informazione online, «l’età della macchina intelligente» analizzata nel 1988 da Shoshana Zuboff, crea mondi paralleli, uno colto, tollerante e aperto al dibattito anche aspro dove i Morozov e gli Spadaro competono tra loro. L’altro, populista, chiuso, livoroso, che preoccupa lo studioso Charles Kupchan: «La rivoluzione dell’informazione, internet e i mass media onnipresenti nutrono la polarizzazione ideologica più che generare dibattito razionale» in Europa e in America.

L’algoritmo di Google invia le ricerche sul motore online grazie a quel che abbiamo chiesto prima. Se mangiamo cibi biologici a quelli ci indirizzerà, se preferiamo fast food farà altrettanto. Utile nel marketing, l’algoritmo crea invece tribù chiuse in politica, Tea Party, Lega Nord, Grillo, Occupy Wall Street; si troveranno sempre a confrontarsi tra adepti, fino a creare «fatti» che non corrispondono nemmeno più alla realtà (potrei scrivere un’enciclopedia per raggruppare le fake news, ma su Midnight non c’è posto per loro).

La mia opinione? Il citizen journalist degenera in tribuno ossessionato: e chi si nutre di quel tipo di news dovrebbe pure farsi operare il cuore da un citizen doctor, che avrà imparato la cardiologia su Wikipedia.

Quale scuola prevarrà? Il web come Eden religioso e benigna Utopia sociale, dove rivoluzioni pacifiche germinano su twitter, o il web come drammatica arena di scontro politico ed economico, dove gli imam fondamentalisti e il dittatore bielorusso Lukascenko twittano con più efficacia dei dissidenti democratici?1

Prego il lettore di non tirare ancora una monetina virtuale, perché nel plasmare la sfera dell’informazione ciascuna teoria avrà il suo ruolo. I cyber ottimisti daranno prestigio al web, trapiantando online gli antichi saperi e la loro «ingenuità», alla lunga, sarà positiva. I cyber realisti ci impediranno di cadere nelle trappole della rete: consumismo, monopolio, populismo, disprezzo dell’equanimità.

Midnight nasce così e persegue questa strada: alla fine salveremogli old values sui new media, nuova comunicazione con valori classici. Nuovo blogging, giornalismo vecchio stampo (citando l’amico Giuseppe).

Restiamo sospesi tra speranza, amore ed orrore, Ettore e Andromaca alle Porte Scee del Web. Ma l’elmo non ci spaventa.

 


[1] Interessante atlante di questa battaglia è il saggio “Twitter factor” di Augusto Valeriani, Laterza 

Nella foto: Giorgio De ChiricoEttore e Andromaca, 1917. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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