Tre personaggi e una Location

Esiste una lunga tradizione di lungometraggi ispirati a opere teatrali, le sceneggiature dei quali sono direttamente tratte da sceneggiature teatrali. Alcuni film invece arrivano da copioni direttamente intesi per il cinema, ma strutturati come un’opera teatrale; ad esempio il malinconico September (1987) di Woody Allen.
Tutti questi film –i migliori tra essi- riescono in un’impresa che, nell’ambito del potenziale del cinema, mi è sempre sembrata tra le più nobili. Ovvero, riescono a catturare l’attenzione dello spettatore usando il minimo indispensabile: poche locations, pochi attori, nessun effetto speciale. Un intento maggiore del cinema è quello di offrire una possibilità alternativa alla realtà. E in questi casi, cambiandone al minimo le caratteristiche, l’idea aggiunta è “less is more”. Pur sapendo che più densa è l’illusione –più lo spettatore confonde la propria realtà con quella della storia del film- meglio è raggiunto questo intento.
Vi è una miriade di film di questo tipo perfettamente riusciti. Alfred Hitchcock stesso è regista di alcuni come Lifeboat (1944) o Dial M For Murder (1954), e il capolavoro Rope (1948). Quest’ultimo è tutto ambientato in una singola location, ma con un cast numeroso; così come Twelve Angry Men (1957) di Sidney Lumet. Notevoli le opere teatrali adattate al cinema, attraverso la seconda metà del Novecento, di Tennessee Williams. Tra queste
A Streetcar Named Desire (1951) con Marlon Brando,
Cat On A Hot Tin Roof (1958) con Paul Newman e Elizabeth Taylor,
Suddenly Last Summer (1959) con Elizabeth Taylor e Katharine Hepburn,
Night Of The Iguana (1964) con Richard Burton e Ava Gardner,
This Property Is Condemned (1966) con Natalie Wood,
Boom! (1968) con Richard Burton e Elizabeth Taylor, ecc.
Oltre ai celebri scrittori di teatro adattati al cinema come Williams (principalmente fino agli anni Settanta) o David Mamet (dagli anni Novanta in poi), gli esempi rimangono innumerevoli.
Una grande differenza nei tempi moderni, sta nel fatto che il genere sia ormai relegato completamente al cinema indipendente e a quello d’autore. Un regista di oggi che rappresenta entrambi è Joe Swanberg, che mette in scena impeccabilmente Drinking Buddies (2013) e Digging For Fire (2015), entrambi con Jake Johnson, attore che si presta spesso all’indie.
Sono di seguito elencati tre film di questo tipo ma che portano il genere stesso al proprio estremo; con soli tre attori per film (esclusi gli extra e le comparse di qualche secondo).
  1. Death And The Maiden (1994) di Roman Polanski
 
Amante di questo tipo di film, Polanski mette in scena un thriller –genere definito dalla suspense- tutto ambientato tra l’interno e l’esterno di una casa. I personaggi sono una coppia sposata (Stuart Wilson e Sigourney Weaver) e uno sconosciuto (Ben Kingsley) che si ritrova da loro per puro caso in una notte di tempesta. Lei riconosce nell’intruso l’uomo che la stuprò in tenera età e lo detiene in ostaggio: inizia così il difficile tentativo di ricostruzione dell’identità di un uomo che potrebbe rappresentare o il suo personale mostro o semplicemente un passante vittima dei traumi altrui. Intanto, il marito deve decidere di chi fidarsi con l’avanzare della notte.
  1. Tape (2001) di Richard Linklater
Ambientato interamente in una stanza d’albergo, il film del maestro del cinema indipendente tratta di due ex-compagni di scuola (Robert Sean Leonard e Ethan Hawke) che si ritrovano prima di andare alla proiezione del documentario girato da uno fra loro due, diventato regista. L’altro, Hawke, è ormai di un contesto sociale diverso, diventato essenzialmente spacciatore. Il dialogo, inizialmente innocuo, si incupisce sempre più così come si agitano entrambi i personaggi, culminando nel momento in cui viene rievocata una loro conoscenza comune (Uma Thurman) che è stata possibilmente aggredita in passato dal personaggio di Leonard. I sentimenti di entrambi nei confronti di lei sono tutto fuorché chiari. Questo film non presenta neanche un extra, una comparsa, o una location in più.
  1. The Big Kahuna (2000) di John Swanbeck
Con più del 95% del film ambientato in una suite d’albergo, questo film porta al confronto tre businessmen americani. Il confronto cambia di temi e tonalità attraverso il film, che, rispetto ai precedenti due, ha una trama notevolmente più scarna. Il dialogo si sposta dal concreto all’astratto dall’inizio alla fine con facilità e in maniera casuale, ma aumentando in urgenza e profondità con il procedere del film. Kevin Spacey fa da figura paterna a Peter Facinelli, con Danny DeVito che rappresenta la voce della saggezza. Gli stili di vita moderni si rispecchiano in questi personaggi, in una sceneggiatura che spinge loro e gli spettatori ad un involontario, seppur non forzato, esame di coscienza.

In un panorama cinematografico nel quale dominano i sequel di qualità inferiore –rispetto ai sequel classici come The Godfather: Part II (1974)- e i film di supereroi, l’indie salva spesso la dimensione filosofica del cinema. Ancora di più, visto che la totalità del successo di un film indie si basa sulla qualità dei dialoghi e dell’accuratezza di rappresentazione della psiche umana, il genere salva la credibilità dei personaggi; e con essa la giustificazione di empatia degli spettatori con il tipo di cinema che offre l’alternativa più sensibile alla fredda realtà.
Patrick Castelli

Patrick è nato a Parigi ed è essenzialmente un artista da sempre. Non si ricorda nemmeno quando se n’è reso conto. Convinto che esserlo non dipenda da ciò che si fa ma da ciò che si è, si avventura –dopo essersi diplomato al Liceo Classico “A.Volta” di Como- nei percorsi universitari di giurisprudenza prima, di scienze internazionali e istituzioni europee poi. Accortosi però che se scruti nell’arte, come l’abisso di Nietzsche, essa ti scruta nell’anima, si convince a dedicarsene a tempo pieno. Ora, quindi, Patrick sta seguendo film studies in Inghilterra, a Oxford. Per il resto, è appassionato di musica rock quanto di cinema. Bruce Springsteen disse che si sentiva morire prima di capire che il rock fosse il suo legame con la razza umana. Allo stesso modo Patrick si sente riconoscente a quegli artisti degli anni ’60 e ’70 del cinema e della musica che hanno cambiato la cultura e che a lui hanno –se non salvato la vita- tenuto vivo lo spirito.

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