Tre manifesti.

LAmerica di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è un posto assurdo. Che quasi non ti sembra America. O forse è così tanto America, quellAmerica che non ti fanno mai vedere, che si vergognano a mostrare, che quasi ti viene difficile accettare che lo sia. UnAmerica lontana dalle ventiquattrore e i tailleur che attraversano le piazze di Washington, dai camerieri/aspiranti attori di Hollywood, unAmerica che quasi somiglia ad uno di quei paesi dimenticati dal signore, tipo in Sicilia, tipo qualche decennio fa. O tipo, forse, anche oggi.

È lAmerica del nocciolo duro dellanalfabetismo (dove una ogni tre/quattro parole è una parolaccia e ogni bega si risolve, se nessuno dei contendenti cha la luna storta, nel turpiloquio), dei piccoli villaggi percorsi da una statale, una e una sola, dove nasci e muori conservatore, perché altro non puoi fare, voti Trump, perché altro non puoi fare, ma tanto chissene perché la giustizia te la fai da solo, imbracci il fucile, un paio di bottiglie esplosive, e via.

È lAmerica che se ne fotte dellautorità costituita, lAmerica di quelli che, se sono fortunati e ne hanno una, di autorità, anche una a caso, comunque si sentono chiamati ad abusarne: poliziotti, preti e persino il dentista. Perché nel loro campo sono tutti dei luminari. O delle pippe megagalattiche. Ma tanto cosa vuoi che cambi?

E in questo microcosmo, una specie di isola (in)felice dove vigono leggi specifiche, un tantino diverse da quelle di Tutti gli uomini del presidente o La La Land (vedi sopra Washington e Hollywood), c’è lei, la protagonista più cazzuta che possiate immaginare, interpretata da una delle attrici più fighe (e per fighe non intendo belle perché cha na faccia strana, ché avrebbe potuto fare solo lattrice o, al massimo, la cassiera nevrastenica del supermercato sotto casa), lei, Frances McDormand.

Le hanno ammazzato la figlia violentandola mentre moriva. Sono passati mesi e come al solito la polizia non fa un cazzo. Niente assassino (o gang di assassini) perché il sangue sulla scena del crimine non corrisponde a quello di nessun americano schedato. Bla bla bla. Prevedibile. Scontato, direte. Eh no, perché questo è solo la scusa, il motore, per muovere la macchina di uno dei film più belli degli ultimi anni.

Insomma, che cosa fa Frances? Imbraccia il fucile? Due bottiglie esplosive e via? Be, non subito. Prima fa una cosa che a Ebbing, Missouri non fa nessuno: usa il cervello. In maniera non convenzionale, eppure in modo così “americano”. E affitta i tre manifesti del titolo (campeggiano in una strada percorsa dalle stesse quattro macchine ogni giorno) per scrivere nero su rosso:

Stuprata mentre moriva.

E ancora nessun arresto?

Come mai, sceriffo Willoby?.

Da qui un’escalation rocambolesca, violenta, esaltante (si ride fino alle lacrime, si piange ben oltre le lacrime). Arriva la TV americana, che è sempre pronta a sparare (minchiate, di solito), la gente sincazza: sincazzano i poliziotti, sincazza il prete. E pure il dentista sincazza. Il resto non ve lo racconto, ché magari vi viene voglia di vederlo.

Insomma, “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri” è un film assurdo, bellissimo, di quelli che esci dalla sala col cuore che pompa potente, il cervello in pappa e la voglia di vederne subito un altro e poi un altro e poi un altro ancora. Ma tanto non lo fai perché sai che qualsiasi cosa vedrai non sarà mai “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri”.

Certe volte, quando devo giudicare se un film è un capolavoro pongo a me stesso una domanda idiota: se la razza umana si estinguesse, cosa vorrei che gli alieni trovassero come ‘manifestodi quello che eravamo?

Nella mia lista, che comprende un polpettone di roba che mischia stelle e stalle (discorsi di Sandro Pertini e Umberto Bossi, Leonard Cohen e Gué Pequeño), inserirò anche Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, come prova tangibile di quello strano stadio della nostra evoluzione che, checché ne dicano Darwin e tutti gli eredi darwinisti, sarà sempre parte di noi, da qualche parte, iscritto, tatuato, marchiato a fuoco, nella nostra umana, più umana natura.

Guido Luciani

Affascinato dalla Storia, dal Tempo e dalle "leggi" che ne regolano funzionamento e relazioni, Guido Luciani lavora come scrittore, giornalista ed artista visivo oscillando tra conservazione, di matrice quasi archivistica, da un lato, e cancellazione, riscrittura, ribellione, dall'altro. L'idea di partenza è che solo l'Arte, in tutte le sue forme, può ridisegnare il tempo e la storia già scritta, solo l'Arte può mettere in discussione concetti, conoscenze e dogmi imposti. E ogni mezzo è lecito. Il tempo e la storia possono essere riscritti. Possiamo dimenticare. O solo ricordare.

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