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There’s only one Tree Hill, e ognuno ha la sua

Il 23 settembre del 1122 Enrico V e papa Callisto II stipulano il concordato di Worms per quel che concerne il problema dell’investitura dei vescovi. Il 23 settembre del 1846 viene scoperto Nettuno. Il 23 settembre del 1868 Porto Rico, ben prima di diventare la patria di Ricky Martin, dichiara l’indipendenza dalla Spagna. Il 23 settembre 1889 a Kyoto nasce la Nintendo. Il 23 settembre 1991 l’Armenia diventa ufficialmente una nazione sovrana. Il 23 settembre 2002 vede la luce Mozilla Firefox. Il 23 settembre – mentre il mese del pride è per tradizione giugno – è la giornata mondiale dell’orgoglio bisessuale (con buona pace di quelli che, come Kevin Walker in Brothers & sisters, nel momento in cui Chad, interpretato da Jason Lewis, comincia a mandargli evidenti segnali di desiderio, sostengono che non lo si possa essere, perché, in realtà, come si suol dire, bisex today, tomorrow gay). Il 23 settembre è il primo giorno d’autunno, e proprio in quella data ha inizio anche sul piccolo schermo una nuova stagione, la prima di numerose. È il 2003, l’anno della lunga estate calda – ma non nel senso del film con Paul Newman, Lee Ramick, Joanne Woodward e Angela Lansbury, che è di quarantacinque anni precedente –, quando la prima presidenza di George Walker Bush è al giro di boa, le Torri Gemelle, purtroppo, non esistono già più da diverse decine di mesi, l’euro è da un anno nei portafogli di tutti noi, si inaugura di nuovo a Venezia il teatro della Fenice ricostruito dopo il rogo del 1996 (è proprio il caso di dire che sia risorto dalle sue ceneri…), Sanremo è condotto da Pippo Baudo, Claudia Gerini e Serena Autieri e vinto da Alexia (mentre il campionato di calcio se lo aggiudica, come sovente accade, la Juventus), entra in carica in Brasile Lula, che ora ha contro di sé buona parte del sistema giudiziario dell’ex colonia lusitana, a Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia, si inaugurano le Universiadi, muore la pecora Dolly, frutto di clonazione, e ci lasciano Elia Kazan, Giorgio Gaber, Massimo Girotti (David postumo per il suo ruolo incantevole nella Finestra di fronte ozpetekiana), Don Lurio, Roberto Murolo e Manuel Vázquez Montalbán, i Savoia tornano in Italia, Batasuna, compagine politica considerata pressoché copia conforme dell’Eta, la formazione terroristica basca, viene messa al mando dall’arco costituzionale spagnolo, Malta, Slovenia, Lituania, Repubblica Ceca e Polonia votano per aderire all’Unione Europea, Gilberto Simoni fa sua la maglia rosa e Adrien Brody e Nicole Kidman, nell’anno della doppia nomination della straordinaria Julianne Moore, si aggiudicano l’Oscar: è un mondo diverso, non c’è Facebook, non c’è Twitter, non c’è Instagram, non c’è Snapchat, non c’è Whatsapp, non c’è Spotify, non c’è Netflix (almeno non come servizio di streaming on demand), non c’è Amazon Prime Video, non c’è Tinder, non c’è Grindr, non c’è YouTube, non c’è nemmeno Youporn, c’è persino ancora qualcuno che non ha un cellulare – e se ce l’ha, quello ha i tasti, e magari lo usa solo per le emergenze, o per ricevere… – e conserva d’altro canto una vita sociale, anche se per mettersi d’accordo per prendere un gelato in piazza con gli amici del muretto, davanti a quella scuola dove la mattina non hai mai voglia di entrare, ma che il pomeriggio ti serve come riferimento per gli appuntamenti e come parcheggio per il motorino, prima può succedere che passi un po’ di tempo – non troppo, per non tenere la linea del telefono fisso occupata, dovesse servire… – in chat, ma non quelle di adesso: del resto anche il modem dell’epoca di norma fa più che altro un rumore di ferraglia. E le serie televisive… Beh, no, quelle ci sono. Ma sono diverse da quelle di oggi. Tanto per cominciare sono di meno, e le tartarughe all’epoca si vedono solo nei documentari dalle Galapagos o alle sagre di paese, quando le vinci – l’alternativa è il pesce rosso nel sacchetto di plastica – centrando il bersaglio nello stand del giostraio: ora invece se non hai gli addominali in platino-iridio in tv non fai nemmeno il sostituto della comparsa. Per non parlare degli stacchi di coscia delle ragazze: tra la caviglia e l’anca cambia la provincia, e il punto vita è un apostrofo rosa tra le parole taglia trentotto (che un apostrofo interposto non lo prevedono, ma sia consentita la licenza…)… Ed è anche diverso il modo in cui se ne fruisce e per il tramite del quale quei personaggi, comunque belli e legati a un altrove destinato a far sognare, connotano la quotidianità: oggi difficilmente vedremmo qualcuno con l’album delle figurine o il diario – da cui magari strapperà una pagina per chiedere alla persona del cuore, come in una sorta di sondaggio scritto a pennarello, se si vuole mettere con lui – di Beverly Hills 90210 (cult tra il 1990 e il 2000, poi riesumato malamente a partire dal 2008) o di Buffy, che nel 2003 sta chiudendo i battenti, mentre in quegli anni non è così strano. Come non è strano che le serie si guardino in cucina, facendo merenda e/o i compiti, magari insieme ai propri genitori, attraverso una tv col tubo catodico. È più facile immedesimarsi, perché ancora una certa malizia non ci appartiene: però ci appartengono i problemi dell’adolescenza. E volendo tradurre maccheronicamente, non può esserci migliore definizione di teen drama per quei telefilm (così li chiamiamo ancora all’inizio di quel terzo millennio che si pensava dovesse far cambiare tutto e persino impazzire i computer, e oggi ci sembra un lemma antico), lasciando perdere quelli troppo in anticipo sui tempi, come il Popular (1999-2001) di quel geniaccio di Ryan Murphy: perché anche se i tuoi sedici anni non sono quelli di quei ragazzi americani che si chiamano Ryan, Seth, Marissa, Summer, Taylor, Dawson, Joey, Pacey, Jen, bruciati da passioni che sono quasi ossessioni e che dividono il letto con chi sognano ma in maniera di solito del tutto platonica, che già possono guidare la macchina ma invece per bersi una birra in compagnia devono stamparsi un documento falso, se anche vivi in città e non in un piccolo centro, se nella tua scuola non c’è nemmeno la carta igienica, figurati se si organizza un ballo a cui non avresti nessuno da portare, se i tuoi genitori sono decisamente più presenti e meno ricchi dei loro, se non hai la villa con giardino ma un appartamento, pure in affitto, se sono i professori a raggiungerti in classe e non il contrario, i tuoi sogni sono gli stessi. Vuoi amare. Essere amato. Far l’amore, ma sei imbranato. Vorresti urlare ai quattro venti Kiss me hard before you go, ma Lana Del Rey ancora non la conosce nessuno, anche se tu provi spesso una gigantesca, immotivata e improvvisa sadness, e mica solo – magari fosse! – durante il summertime. Sentirti capito. Forte. Accettato. Libero. Sicuro. Padrone del tuo destino. Vuoi realizzare le tue aspirazioni. E invece sei impacciato e vivi di sguardi di sottecchi rubati negli spogliatoi. Solo. Ti senti sbagliato. Diverso. Incompreso. Ti sembra che le cose che ti piacciono non vadano bene. Stai male. Ti dicono che è così perché sei sempre stato un tipo sensibile, e non esiste aggettivo che ti sia più insopportabile, lo vivi come un insulto. E quando sullo schermo vedi qualcuno che prova i tuoi medesimi imbarazzi, ecco che allora è come se si squarciasse un velo, anche se non è né di Maya né del tempio. È come se un amico fosse venuto a trovarti a casa, a tenderti la mano, ad aiutarti con le equazioni di secondo grado e allo stesso tempo col discorso che vorresti fare a chi ti fa battere il cuore, e che lui con tutta l’anima cercherà di dissuaderti dal pronunciare perché sa già che ti renderai più ridicolo di un succhiotto sull’omero (perché voleva dire che te lo eri fatto da solo…) e che la tua reputazione, che è la cosa che più conta, sarà rovinata per sempre e nei corridoi del liceo ti prenderanno in giro anche i bidelli. Le cheerleader no, ma solo perché nella tua scuola, tra contrsoffitti che crollano e distributori guasti, non si vede neanche l’ombra di un pon-pon, né tantomeno di una coreografia… E in quel ventitré di settembre di tre lustri, un sesquidecennio, quindici anni fa gli amici che entrano per la prima volta, e lo faranno per altri centoottantasei episodi, per nove stagioni, in cui li vedremo crescere, cambiare, maturare, partire, tornare, diventare adulti e persino genitori, nelle case dei ragazzi d’America, e più tardi anche da Trieste in giù (e in su, almeno fino all’arco delle Alpi), si chiamano Lucas, Nathan, Peyton, Haley, Brooke, Mouth… Sono i protagonisti di One Tree Hill, OTH per i fan, dalla canzone degli U2 (la città – fittizia – del North Carolina si chiama in realtà solo Tree Hill, ma There is only one Tree Hill…and it’s your home: perché ciò che ci definisce sono le nostre radici, le passioni che ci animano, gli amici e i sentimenti, le sole vere ricchezze, le uniche cose che contano). La storia è l’archetipo di tutti gli archetipi, classica, manichea, dicotomica, mitica e contemporanea, sapida di tutti gli ingredienti, dunque irresistibile: impossibile non schierarsi, palpitare, non essere da una parte o dall’altra, perché sei un ragazzo, e hai desiderio di assoluto. Tutto ti sembra definitivo, e l’incipit di Seminario sulla gioventù di Aldo Busi ancora non l’hai letto: Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quando si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato. È la storia di due fratelli, o, come si sarebbe detto un tempo, finanche nelle fiabe, fratellastri: il padre, odioso e detestato, di cui inevitabilmente si passa la vita a cercare l’amore, è in comune, le madri son diverse. Uno è bruno, l’altro è biondo. Uno ha tutto, l’altro niente. Ma quello che ha tutto – ed è anche più canonicamente bello, anche se pure l’altro non è certo malvagio… – ha meno talento di quello che ha niente, e non sono rivali solo sul campo da basket dei Ravens, si contendono anche un amore. E c’è chi vuole fare lo scrittore, chi il giornalista, chi aprire una casa di moda, chi diventare un campione di pallacanestro, chi fare musica (che ha un ruolo fondamentale nella serie – come del resto nella vita -, sin dalla sigla, bellissima, nei primi anni sulle note adolescenziali di Gavin DeGraw, I don’t want to be: e quando invece del cielo arancione, del ponte à la Madison County – ma l’Iowa non c’entra nulla – e del ragazzo che passeggia palleggiando una sfera a spicchi vedi invece un cartello nero sai già che accadrà qualcosa di terribile), chi disegna semafori, perché sa che le persone vanno sempre via e invece vorrebbe proprio tanto che si fermassero, chi si rinchiude nel silenzio e chi per tacitare quel senso di horror vacui che gli esplode nel petto perché ha tanta paura di crescere si dà da fare per dare di sé un’immagine che non corrisponde al vero, perché se fai in modo che gli altri si fermino alla superficie rimani protetto, rassicurato dalla vanità dei pregiudizi dell’apparenza. Chad Michael Murray (Chosen, Sun Records), James Lafferty (Crisis, Underground), Hilarie Burton (White collar, Lethal weapon), Bethany Joy Lenz (Sentieri, Streghe, Felicity, Dexter), Paul Johansson (John Q, Alpha Dog, Van Helsing), Sophia Bush (la più brava – e quella che infatti sta avendo la carriera migliore e più smarcata dal personaggio, così forte da restare nell’immaginario collettivo: è inoltre anche una nota attivista per i diritti civili – quella col ruolo migliore, più sfaccettato e vario, l’apparentemente vacua che vacua non è affatto, un po’ come Michelle Williams in Dawson’s creek, e infatti anche lì il gap interpretativo era nettissimo, e le prove e le conseguenze si sono avute e si hanno), Barry Corbin (Non è un paese per vecchi), Craig Sheffer (Acque profonde), Moira Kelly (Fuoco cammina con me, West wing), Barbara Alyn Woods (Striptease), Lee Norris (Zodiac, Gone girl), Jackson Brundage, Antwon Norris e tanti altri (come guest star figura persino Schuyler Fisk, figlia del premio Oscar Sissy Spacek) sono volti familiari a una generazione, quella che ora ha trent’anni e non smette di sognare e di avere, per dirla con Flaiano, i piedi saldamente appoggiati su una nuvola, mistura ostinata delle proprie brame e dei propri insuccessi, ma del resto è quando cominci a fallire che inizi a vivere, perché la nostalgia è una forma di dolore, ma è il dolore del ritorno, e non c’è sensazione più bella di quando ti ritorna in mente, come una canzone che non cacci via, il brusio dolceamaro dei ricordi.

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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