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The raise and fall of Michael Cimino

IL CINEMA DI MICHAEL CIMINO

Capitolo 1: Anche gli italo americani mentono

Michael Cimino era un folle, una scheggia impazzita, avulso alle dinamiche hollywoodiane. Un film come “Heaven’s Gates” (I cancelli del cielo) ne è il perfetto esempio, un’opera colossale, suicida, un film che spesso si perde nei suoi meandri e che cede volentieri a una retorica un po’ ridondate, ma con momenti di respiro inediti all’epoca per il cinema americano. Si è sempre mosso ai margini, spesso dimenticato, eternamente vittima del grande successo de ‘’Il Cacciatore’’ (The Deer Hunter).
Quella di Cimino è una storia affascinante che non ha nulla di certo, e di incerto ogni cosa, persino la data di nascita, non perché all’anagrafe fossero incapaci ma perché, come una donna vanitosa, preferiva presentarsi con qualche anno in meno; dopo lo smascheramento decise di ricorrere alla chirurgia plastica per continuare a sostenere la sua menzogna.

Michael Cimino non era soltanto un regista, era uno storico, un cronista italiano di terza generazione con la forte volontà di raccontare l’altra faccia dell’America. ’’Heaven’s gate’’ è la messa in scena di una disputa tra i proprietari terrieri e gli immigrati europei nel Wyoming nel 1890, rivisitando il mito della conquista dell’Ovest in modo iconoclasta. ‘’The Deer Hunter’’, considerato uno dei massimi capolavori del cinema mondiale, racconta i retroscena della devastante guerra del Vietnam.

‘’Questo non è il Vietnam, è il bowling: ci sono delle regole.‘’ afferma con rabbia John Goodman nel film ‘’Il grande Lebowsky’’ dei Fratelli Coen. Le regole in Vietnam non esistevano, al loro posto c’erano certezze come il fatto di dialogare con il lato oscuro della propria anima e la sicurezza che l’amor di patria avrebbe portato alla follia. Cimino queste certezze le racconta nel film, e le raccontava anche sul set, come se fossero derivate dalla sua esperienza personale e da persone di sua conoscenza. Affascinati i giornalisti tentarono di approfondire ciò che stava alla base di un film candidato a nove Oscar. Cimino raccontò anche a loro gli stessi presunti ricordi di guerra che raccontava sul set, ma le sue parole non vennero mai stampate su carta perché, dopo seri approfondimenti risultarono poco credibili: fu scelto come riserva senza partire mai per il Vietnam.

Capitolo 2: America, di te non so che pensar

‘’The Deer Hunter’’ (1978) è un film di tre ore divisibile in tre diversi momenti, così impegnativi che un qualsiasi altro regista avrebbe sviluppato tre diverse pellicole. Tutto inizia con un matrimonio e finisce con un funerale. I protagonisti sono un gruppo di amici cui la guerra in Vietnam distruggerà le vite. Non è né un film a favore della guerra né contro. Tra le mie conoscenze personali vi è un ragazzo che ha deciso di intraprendere la carriera militare proprio a seguito della visione di questo film mentre io ne sono stata fortemente turbata.

La scena del matrimonio potrebbe richiamare quella de ‘’Il Padrino’’ di Francis Ford Coppola perché in maniera festosa vengono introdotti i numerosi personaggi, ma dal mio punto di vista risulta addirittura più coinvolgente, perché come spettatore si ha molto tempo per entrare a far parte di questa comunità attraverso piani molto lunghi che ci invitano chiaramente ad sederci e ad osservare la loro vita. Viviamo quella festa come uno splendido sfogo, al punto di sentire la stessa spossatezza che prova il gruppo composto da Robert De Niro, John Savage e Christopher Walker quando decide, allorché l’alba li coglie ancora vestiti per la festa, di salire in montagna a caccia di cervi. Cruciale è il discorso che precede la caccia, in cui si sottolinea il valore che ha per loro il fatto di sparare ai cervi.

Poi uno stacco netto. Il Vietnam occupa tutto lo schermo e le nostre orecchie vengono bombardate da suoni di spari ed esplosioni: i tre giovani sono in Vietnam a combattere. È in questo momento della storia che ci si imbatte nella follia della roulette russa come unico mezzo per sopravvivere a una prigionia segnata dalla tortura. Questo gioco disumano, di una violenza struggente, diventerà simbolo della guerra in Vietnam. Eppure a Cimino fu severamente rimproverato dai critici il fatto di avere totalmente inventato quella situazione. Il regista si difese, sostenendo che quelle atrocità furono realmente commesse dai soldati vietcong, ma ovviamente tutte le menzogne da lui proferite precedentemente sulla sua presunta esperienza diretta in Vietnam non giocarono a suo favore. Per molti anni prevalse il punto di vista della critica, finché delle testimonianze verificate dalle autorità militari confermarono il racconto di Cimino.

Nell’America mostrata da Cimino c’è sempre qualcosa che sfugge, una catastrofe in agguato, un complotto che prende forma; quell’inquietudine strisciante, quello svuotamento esistenziale, che sta alla base de ‘’Il Cacciatore’’. Perché questo fa l’America, nello sguardo critico di molti registi. In “Ave Cesare” dei fratelli Coen, “The Master” e “Inherent Vice” di Paul Thomas Anderson, “Il Cacciatore’’ di Cimino, aleggia questa sensazione dello svuotamento del reale a favore di una iper realtà, per un qualcosa che è così reale da andare “oltre”, come quando sogni e percepisci inconsciamente di farlo, ma non riesci a prenderne pienamente coscienza.

Il Vietnam è stato il primo evento iper reale, un sogno forse mai accaduto, per quanto presente: è lì ma non è davvero lì, come il sangue che sgorga dalla testa di Walken, di un rosso veramente fittizio.

Quando il film uscì nelle sale italiane nell’aprile del 1979, periodo ancora segnato dalle ideologie rivoluzionarie, fu giudicato un film reazionario per l’immagine negativa data ai Vietcong. Inoltre, a parere di molti critici di sinistra, far terminare il film, segnato da molte scene di barbarie, con un canto patriottico stava a simboleggiare la fierezza dei valori conservatori americani.

Ma c’è ben di più dietro a quell’intonazione di ‘’God bless America’’ perché chi si unisce all’inno porta dentro di sé qualcosa di non detto che solo in quel modo riesce ad esprimere. Il canto a dire il vero sembra più il canto disperato di persone ferite. C’è qualcosa di tragico, sofferto, ma c’è anche la speranza e la si vede quando De Niro alza finalmente gli occhi dalla tavola per guardare Meryl Streep negli occhi. Da quel momento gli scambi di sguardi si faranno più frequenti, finché finalmente si incontreranno. La canzone finisce, ed il film anche.

Con questo film Cimino inaugurerà il suo vizio di sforare i budget senza alcun riguardo per i produttori. Fortunatamente fu un successo al box office, per questo avrà a disposizione enormi fondi per il successivo progetto, prodotto dalla United Artists.

Capitolo 3: Cimino you’re crazy

Girare un film con Cimino deve essere come fare l’attore per Stanley Kubrick: devastante.
In ‘’The Deer Hunter’’ durante la scena dell’elicottero John Savage e Robert De Niro rimasero feriti perché non si avvalsero degli stuntmen per saltare in volo da dieci metri, e visto che Cimino era un perfezionista furono costretti a ripetere la scena quindici volte in due giorni.
Non si sa se Cimino e De Niro avessero particolari ostilità ma per rendere la scena finale della roulette russa più credibile ed istintiva chiese in segreto a Christopher Walken di sputargli in faccia.

Non era nel copione, non era previsto e per questo De Niro si arrabbiò. Alla fine delle riprese Robert De Niro dichiarò che tra tutti i film da lui interpretati nella sua lunga carriera nessuno l’aveva esaurito emotivamente e fisicamente come “Il cacciatore”.

Purtroppo non vinse la nomination agli Oscar come miglior attore, lo vinse Christopher Walken. Ma per ottenere quell’aspetto malsano e inquietante dovette seguire una rigida dieta composta unicamente da riso e banane.
Cimino non sfiniva solo gli attori, ma adorava distruggere anche se stesso. Fin da piccolo visse in un clima agiato, con la possibilità di studiare in una scuola privata che lo riteneva un giovane prodigio ed invece lui passò la sua adolescenza come un piccolo delinquente, picchiandosi con altri ragazzi e tornando a casa ubriaco.

Disse: “always hanging around with kids my parents didn’t approve of. Those guys were so alive. When I was fifteen I spent three weeks driving all over Brooklyn with a guy who was following his girlfriend. He was convinced she was cheating on him, and he had a gun, he was going to kill her. There was such passion and intensity about their lives. When the rich kids got together, the most we ever did was cross against a red light.”

Malgrado tutto ottenne il diploma liceale alla Westbury High School nel 1956. Entrò alla Michigan State University dove si dedicò alle arti grafiche, diplomandosi con l’onorificenza e vincendo il premio ‘’Harry Suffri Advertising’’. Nell’annuario venne descritto come un amante di musica jazz, di architettura, di donne bionde e di qualsiasi alcolico, preferibilmente la Vodka. Cimino era rimasto un “bad boy” ma il suo bagaglio artistico continuava a crescere.

Andò poi a Yale dove continuò a studiare pittura, architettura e storia dell’arte. Entrò in contatto con il mondo della recitazione, disciplina che riterrà poi necessaria per essere un buon regista, insistendo su questo in ogni sua futura intervista. Si laureò con successo anche a Yale e nel 1962 iniziò il suo training militare in Texas.

La sua iniziazione al linguaggio audiovisivo avvenne con la carriera da regista di spot pubblicitari. I suoi spot risultarono molto elaborati, forse troppo, giocando spesso con il simbolismo americano che piace molto ai patriottici. Questa raffinatezza fu apprezzata dai committenti, ma richiedeva troppo tempo e costi troppo elevati per delle pubblicità che avrebbero anche potuto essere molto più semplici. Il talento e la meticolosità maniacale di Michael iniziavano ad emergere.

Nel 1971 si spostò a Los Angeles per iniziare la carriera di scrittore: ’’I started writing screenplays principally because I didn’t have the money to buy books or to option properties. At that time you only had a chance to direct if you owned a screenplay which some star wanted to do, and that’s precisely what happened with Thunderbolt and Lightfoot.”
La sceneggiatura di “Thunderbolt e Lightfoot” (Una calibro 20 per lo specialista) fu mostrata a Clint Eastwood che la comprò e permise a Cimino di dirigere il film nel 1974. Cimino ha sempre riconosciuto il suo debito nei confronti di Eastwood che fu così impressionato dal suo talento da affidargli lo script di ‘’Magnum Force’’ (Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan) nel 1973 prima ancora che girassero ‘’Thunderbolt and Lightfoot’’.
La collaborazione Eastwood-Cimino fu un successo al botteghino: “I got a lot of offers, but decided to take a gamble. I would only get involved with projects I really wanted to do.” Così nacque il suo primo, vero, film ‘’The Deer Hunter’’ (Il cacciatore). Esteticamente perfetto, sconvolgente e prevedibilmente sorpassò pesantemente i limiti di budget e di consegna. In questo caso nove nomination ai premi Oscar, con la vittoria finale di cinque statuette (tra cui Miglior regista), sistemarono tutto.

Capitolo 4:’’If you’re getting discouraged, you’re lost forever’’

Nel 2015 Carlo Chatrian, l’attuale direttore del Festival del Film di Locarno, ha domandato a Cimino come mai avesse diretto solo sette film quando contava oltre cinquanta sceneggiature scritte. Cimino rispose che su dieci sceneggiature scritte è possibile girarne una sola, come se fosse una legge assoluta: “You always create much more than what you’re actually watching on the screen.’’ Per questo Cimino sosteneva che è fondamentale continuare a scrivere con perseveranza e sacrifici, visto che più scrivi e più possibilità avrai che venga realizzato almeno uno dei tuoi progetti.

Dopo l’insuccesso di ‘’Heaven’s gate’’ nel 1980, con il quale contribuì in modo importante al fallimento della storica casa di produzione indipendente United Artists che gli diede budget illimitato, Cimino pose simbolicamente fine all’era della New Hollywood.

Da quel momento non raggiunse più la gloria. Rimase nell’ombra, in preda a mali di ogni genere, che lo spingeranno a scrivere molte sceneggiature che raramente concretizzerà. Si dice che lavorò sotto falso per grandi registi, che volevano in qualche modo dargli del lavoro per solidarietà ma che erano ben coscienti del fatto che il suo nome avrebbe fatto capottare qualsiasi progetto.

Ci sarà un ultimo ritorno nel 1996 al 49esimo Festival di Cannes con il film ‘’The Sunchase” (Verso il sole) un road movie tragico di un nativo americano verso le radici di un’America diversa dalla contemporaneità. Il film fu accolto con una certa freddezza.

Nel 2015 sul palco del Festival del film Locarno ricevette il Pardo d’onore alla carriera. Ritirando il premio, una scultura di un leopardo che somiglia più a un gatto, gli venne in mente il “Gattopardo” di Visconti, così gli dedicò questo omaggio, assieme a John Ford e Kurosawa; i suoi maestri. In Cimino possiamo chiaramente ritrovare le influenze di questi tre enormi registi: la passione per la rilettura della Storia americana di John Ford, il respiro esistenzialista di Kurosawa e l’animo conflittuale che permetteva a Visconti la realizzazione di capolavori. Quando ho avuto l’onore di partecipare a un incontro ristretto con Cimino nel 2015 al Festival di Locarno, a distanza di decenni non smetteva ancora di prendersela con i critici, ritenendoli inutili, persino quelli giovani che col suo fallimento non c’entrano nulla. Ancora consigliava ai registi di frequentare corsi di recitazione, ed ancora le persone temevano di farlo innervosire parlando o facendo qualcosa che non gli andasse a genio.

Quel comportamento scontroso ed irriverente segnò la sua vita fatta di solitudine, mangiando lo stretto indispensabile, interamente dedicata alla scrittura di sceneggiature destinate quasi interamente al macero.

Morirà il 2 luglio del 2016 nella sua villa a Beverly Hills. Quando la polizia, su chiamata dei suoi amici, entrerà nella sua stanza per scoprire il corpo senza vita, non avrà più la sua voce acuta per rispondere con veemenza, non potrà mentire sulla data della sua morte.

‘’This is a lonely country and people die of loneliness as surely as they die of cancer. But I also know that in every friendship there’s the potential for destructiveness as well as nourishment.’’

Justine Knuchel

Figlia d’arte, Justine Knuchel (1997, Svizzera) è cresciuta in una realtà parallela composta da musica, fotografia, cinema. Capendo da piccola che chi fa arte può giocare col tempo, Justine ha iniziato a giocarci: dai dieci anni inizia a fare video buffi col padre e poco dopo si fa regalare la sua prima macchina fotografica.

Dopo anni passati a congelare il tempo per esercizio, ha la possibilità di mostrare i risultati con la sua prima mostra ‘’Cam Wow Retro’’ in una casa pronta per essere abbattuta che diversi artisti investono in ogni suo angolo con le proprie creazioni. La casa viene demolita con tutte le opere al suo interno pochi mesi dopo l’inaugurazione. Le foto non ci sono più ma qualcuno ha ricordato quel periodo attraverso dei video.

A 16 anni espone a Lugano la serie ‘’Old is the New New’’ con fotografie che ritraggono nipoti vestite come le loro nonne e immortalate insieme ad esse nelle loro attività quotidiane.

Da quando una notte ha realizzato che non rimarrà adolescente per sempre – un concetto che sembrava astratto fino a quella sera – ha iniziato a fotografare con urgenza la sua realtà per non farla fuggire, per non farla invecchiare.

A diciannove anni Justine sta frequentando l’ultimo anno di Liceo Artistico Audiovisivo e Multimediale al Centro Studi Casnati di Como.

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