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"The Lost Honour of Christopher Jefferies": un caso di post-verità

2010. Christopher Jefferies è un insegnante di letteratura in pensione da dieci anni e abita in una tranquilla zona residenziale di Bristol. Possiede un paio di appartamenti nello stesso stabile in cui vive, li tiene in affitto. È mezzo calvo, si è fatto crescere i capelli grigi ai lati e li sistema, ogni mattina, con un complessissimo e visibile riporto, tenuto fermo da tonnellate di lacca. È effeminato, metodico, abitudinario, ha un modo di parlare affettato. È considerato un tipo eccentrico e uno snob ma è benvoluto nel quartiere, perché è sì strambo ma gentile, educato. Probabilmente è sociopatico, non ha relazioni sentimentali e vive solo ma ha amici con cui si intrattiene, spesso, per cena. Passa le sue giornate studiando il francese, con l’intenzione di conseguire una seconda laurea. Conduce una vita pacifica. È una persona colta e rispettata.

Il 17 dicembre Joanna Yeates, architetta d’esterni che vive col suo compagno in uno degli appartamenti proprietà di Jefferies, scompare. Poco più di una settimana dopo, il giorno di Natale, il suo corpo viene ritrovato a pochi chilometri da casa: l’autopsia stabilirà che la venticinquenne è stata strangolata.

Altri cinque giorni dopo, alle sette del mattino del 30 dicembre, la polizia bussa alla porta di Christopher Jefferies e
porta lo spaventato ex professore in centrale. Jefferies verrà trattenuto per due giorni, sospettato di essere l’autore dell’omicidio, interrogato a più riprese e, infine, rilasciato per assenza di prove. Nel frattempo, senza che neanche abbia avuto il tempo di accorgersene, la sua vita è cambiata. I tabloid nazionali lo hanno crocifisso e tutti i notiziari parlano di lui, trasmettendo le interviste rubate a ridosso dell’omicidio, mentre va in palestra o a lezione di francese o a fare la spesa.

 

 

Il suo accento, la pettinatura, l’espressione – quello sguardo furbo, l’accenno di sorriso costante che gli danno un’aria di sfottò, come se ti stesse prendendo in giro – hanno peggiorato la situazione. C’è questa foto di lui coi capelli inverosimilmente blu (forse il riflesso di una tintura sbagliata, caricato in modo grottesco
con l’elaborazione fotografica) che rimbalza di settimanale in settimanale. Le didascalie sensazionalistiche si inseguono e sono del tipo “The strange Mr Jefferies” o “Obsessed by death” o “Jo suspect is Peeping Tom”, alludendo all’abitudine di Jefferies (inventata di sana pianta) di spiare i vicini. È perfino accusato di aver avuto atteggiamenti ambigui nei riguardi di alcuni studenti, durante il lungo periodo in cui ha insegnato. Dicono li abbia toccati. Dicono che li ha terrorizzati facendo loro vedere film dell’orrore. I colleghi del “Clifton College” di Bristol, coi quali ha collaborato per anni, mostrano di ricordarsi appena di Jefferies: nessuno spende una buona parola per lui.

Di fatto, Jefferies è solo un sospettato ma l’opinione pubblica ha già deciso: è il killer. “E come potrebbe non esserlo?”, è la domanda lasciata intendere dai giornali: he looks the type, sembra proprio il tipo, lo avete visto o no? È così “weird”, è talmente “creepy”, chi potrebbe meglio interpretare il ruolo dell’assassino? Nel frattempo, il poveraccio si taglia i capelli, tenta di apparire meno stravagante e di mantenere un profilo bassissimo; cerca, in pratica, di non farsi notare, per ritrovare una dimensione il più normale possibile. Tutto invano.

Il 20 gennaio, la polizia individuerà il vero colpevole, accusandolo formalmente dell’omicidio di Joanna Yeates. Solo allora la morsa mediatica su Jefferies allenterà la sua presa. Ad aprile, Jefferies intenterà causa per diffamazione a sei giornali, The Sun, Daily Mirror, Daily Star, Daily Express, Daily Mail e Daily Record, incassando un cospicuo assegno per danni. Riceverà le scuse formali delle riviste citate e quelle del dipartimento di polizia. In seguito, diventato una sorta di portavoce delle vittime di diffamazione e impegnato in campagne di sensibilizzazione in questo senso, Jefferies ha rilasciato numerose dichiarazioni riguardo alla traumatica esperienza vissuta:

 

Era chiaro che i tabloid avevano deciso che io fossi colpevole dell’omicidio di Miss Yeates e sembravano determinati a persuadere il pubblico della mia colpevolezza. Si erano imbarcati in una frenetica campagna per diffamare la mia persona, pubblicando una serie di affermazioni su di me molto serie, che erano del tutto false.

 

E, altrove, insiste sulla difficoltà di vivere normalmente se gli altri ti credono un mostro, sulla paura di essere importunato ogni volta che esci di casa.

Dalla vicenda è stata tratta una miniserie di due puntate nel 2014 (visibile, in effetti, come un normale film), The Lost Honour of Christopher Jefferies, scritta da Peter Morgan e diretta da Roger Michell. L’attore che interpreta Jefferies, Jason Watkins, ha vinto con merito il premio BAFTA per il miglior ruolo protagonista. La trasposizione è documentatissima e fedele al caso, a partire dall’impressionante somiglianza di Watkins col sospettato. Il maggior merito di The Lost Honour, a mio avviso, è il modo in cui riflette lo sconcerto di Jefferies di fronte alla brutalità del sospetto nei suoi confronti: agli altri è bastato che i giornali inventassero storie su di lui per crederlo una persona diversa e questa realtà lascia il gentile signore di Bristol intontito, incapace di comprendere. Significativa, in tal senso, la scena in cui il protagonista entra nella panetteria dove si reca ogni giorno e rimane sconcertato di fronte all’atteggiamento della cassiera, che di solito lo accoglie col sorriso e ora fa di tutto per evitarlo (davvero bravo, qui, Watkins).

Quanto accaduto a Christopher Jefferies è un lampante episodio di “post-verità” applicata alla cronaca nera. Il caso dell’ex insegnante è un esempio perfetto di come una notizia falsa, tramite ben confezionati inviti a credere che sia vera, possa essere ritenuta vera dall’opinione pubblica senza suffragio di prove ulteriori (anzi, di prove tout court).

Trattare così i fatti, imbastirne una versione suggestiva ma supportata solo da una finta evidenza e non da riscontri incontrovertibili, significa manipolare l’informazione e rendersi complici di un attacco indiscriminato verso una potenziale vittima. La forza emotiva di alcune storie, vere o false che siano, è tale da permettere loro una presa immediata sulle coscienze: è come se l’immagine che ognuno, nel suo privato, si costruisce del mondo, mediante certi racconti si confermasse implicitamente, trovasse il modo di delinearsi in maniera più netta e allinearsi alle proprie convinzioni. Alcune storie, quella di Christopher Jefferies, ad esempio, sono una conferma del cliché “brutto (o strano, o nerd, o qualsiasi altro tag che scarti dalla cosiddetta “normalità”) uguale cattivo”. Jefferies il professore matto, Jefferies il guardone, Jefferies quello che parla strano, Jefferies il frocio (nemmeno l’omofobia è mancata, in alcuni degli articoli incriminati), Jefferies coi capelli blu, Jefferies, Jefferies, Jefferies…

Il colpevole è Jefferies.

No, il colpevole non era Jefferies. E la sua storia dovrebbe essere un monito, per tutti, a fare attenzione, a basarsi sull’evidenza-evidente e non supposta. A non puntare il dito, mai.

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