Te lo leggo in faccia: la scienza delle espressioni

Per quanto inizialmente sia difficile da comprendere, la stragrande maggioranza della nostra comunicazione non avviene attraverso le parole, scritte o parlate che siano. Ci sono molti studi [1] che affermano che meno del 10% della nostra comunicazione avvenga attraverso le parole e questo significa, in altre parole, che quasi tutto quello che comunichiamo durante la giornata potrebbe essere sostituito da gesti.

Al di là del ragionamento che sorge spontaneo (ovvero che forse potremmo innalzare il livello delle nostre comunicazioni) quello che è importante soffermarci a pensare è: come comunichiamo queste cose?

Possiamo suddividere la comunicazione non verbale (quindi tutta quella che non è fatta di parole) in due grandi categorie: para-verbale e non-verbale. La prima è complementare alle parole che pronunciamo e si tratta del modo in cui diciamo le parole. Il cane, ad esempio, non comprende il significato della parola -al massimo la associa a qualcosa- ma di sicuro comprenderà il tono. Il modo in cui pronunciamo le parole è più importante delle parole stesse.

La comunicazione non-verbale è, invece, una parte della comunicazione molto più ampia, vasta, suddivisa a sua volta in decine di categorie diverse per essere studiata e tutt’ora non compresa a fondo. Quello che sappiamo è che può stare da sola: possiamo infatti comunicare senza parole – e quante volte ci è capitato di farlo, all’estero non conoscendo la lingua o intenderci con qualcuno senza pronunciare niente.

Tra le categorie più importanti della comunicazione non verbale ne esiste una, considerata al confine della magia fino a poco tempo fa, che ci permette di avvicinarci a capire se una persona sta mentendo: le micro espressioni facciali.

Le espressioni facciali sono il più potente e naturale mezzo di comunicazione tra gli esseri umani e non sono altro che le innumerevoli alterazioni che il volto subisce durante il giorno. Gli esseri umani lasciano trasparire anche in questo modo il loro pensiero e le loro emozioni, in quanto la mimica facciale è difficile da controllare spontaneamente.

Un primo testo scientifico sulle espressioni emozionali del volto è il libro del neurologo francese Guillaume-Benjamin-Amand Duchenne de Boulogne, con un lunghissimo e difficilmente pronunciabile nome: “Mécanisme de la physionomie humaine, ou Analyse électro-physiologique de l’expression des passions applicable à la pratique des arts plastiques” scritto nel 1862.

Il metodo utilizzato da Duchenne per scoprire la gamma di possibili alterazioni non era proprio ortodosso: applicava infatti delle scosse elettriche ai muscoli del viso in modo da indurle. Quello che adesso chiamiamo “sorriso da ebete” in realtà l’ha inventato lui: tra i vari esperimenti è spesso capitato che qualche soggetto rimanesse così. Per sempre. Clinicamente ora si chiama “Sorriso Duchenne”, chissà perché. [2]

Le micro-espressioni sono i movimenti estremamente rapidi e quasi impercettibili dei muscoli facciali che “proiettano” sul volto le nostre emozioni.

Controllare il linguaggio non verbale è quindi impossibile: per farlo, infatti, dovremmo avere il controllo di tutti i muscoli del corpo in ogni singolo istante. E nella comunicazione, sveliamo le nostre emozioni più di quanto crediamo – o più di quanto ci possa far piacere!

Nel 1971 Ekman e Friesen, psicologi statunitensi, recuperando le tesi darwiniane, svolgono una ricerca molto interessante: attraverso le più diverse forme di civiltà esistente provano l’esistenza di alcune manifestazioni emotive originali per la specie, chiamate emozioni primarie o di base, trasversali all’interno di tutta l’umanità e indipendenti dal contesto socio-culturale di provenienza.

Detta semplicemente: si recano nei più remoti angoli della terra, alla ricerca di una correlazione. Se in Nuova Guinea gli indigeni, che non erano mai entrati in contatto con una popolazione “avanzata”, avevano le stesse espressioni, significava che non erano qualcosa che avevamo imparato, ma qualcosa che era dentro di noi molto prima.

L’espressione delle emozioni avviene tramite l’attivazione di determinati muscoli, negli animali come nell’uomo. Quest’ultimo però possiede una maggiore abilità nell’articolazione delle espressioni facciali, tramite 46 muscoli che risultano il principale vettore di comunicazione emozionale: ognuno di questi è rappresentato da unità d’azione (AU) nel sistema sviluppato Ekman e Friesen, il Facial Action Coding System (FACS). La contrazione di questi muscoli genera oltre 7000 combinazioni diverse di espressioni riscontrabili su un volto umano, sebbene la maggior parte di esse si differenzino per piccoli cambiamenti di alcune caratteristiche del viso.

Da questa premessa è nato uno studio sulla comunicazione mettendo il primo, vero mattone per la sfida più grande degli studiosi di comunicazione moderni: codificare la comunicazione.

Il sistema FACS si è dimostrato un potentissimo mezzo per misurare e classificare l’attività dei muscoli del visto; tuttavia risente di alcune problematiche per ora insormontabili: anzitutto la formazione del personale, lunghissima e molto costosa senza contare che la codifica manuale non è mai garantita.

Per essere chiari: stiamo parlando di un sistema che riconosce, ad esempio, se una persona sta mentendo ad un interrogatorio, oppure se ha in mente di compiere un attacco violento, come farsi saltare in aria. Immaginatevi le conseguenze se in questi campi venisse inserito personale non qualificato.

Le Espressioni

Tra le varie modalità di comunicazione non verbale delle emozioni umane, come la voce, i gesti, la postura, lo sguardo e il volto sono la parte più importante perché sono le parti che attirano di più l’attenzione dell’interlocutore (o che dovrebbero).

Ci sono molte scuole di pensiero alla base della prima analisi sulle microespressioni, che ne cambia lo scopo originario ovvero il motivo per il quale le esterniamo e andremo a prenderne in esame le principali.

  • La prima è quella teorizzata da Woodworth nel 1938 e dai suoi allievi che ipotizzarono che le espressioni facciali comunichino la differenza che c’è tra una situazione di piacere ed una di disagio; in pratica, dalla faccia di una persona possiamo capire soltanto se si trova a suo agio oppure no.
  • La seconda è quella sviluppata da Osgood nel 1966 che diede per la prima volta rilievo all’espressione facciale come strumento comunicativo indipendente; non era quindi più un supporto ma uno strumento per comunicare.
  • Nel 1989, con l’avvento della tecnologia informatica ed i primi “big data” Frijda e i suoi allievi proposero un modello di percezione dell’emozione del volto basato sull’elaborazione di informazioni. Chi le elaborava doveva descrivere non soltanto le espressioni esternate, ma gli stati interni della persona in modo da capire il perché fossero esternate proprio quelle emozioni.

Una ulteriore attenzione riguarda la finalità delle microespressioni. Qui entra in gioco lo studio di Ekman, con una scoperta rilevante: le emozioni umane vengono esternate con un’espressione di 1/25 di secondo. Guardando quindi con attenzione – e supportati da un sistema visivo/informatico se necessario – il volto di una persona si può comprendere l’emozione che sta provando.

Ad ogni modo, alle espressioni facciali, tutti sono concordi nel sostenere l’universalità della comunicazione espressiva delle emozioni: molte microespressioni facciali  sono presenti in tutto il mondo, in ogni razza e cultura umana (Frijda, 1989), sono queste conclusioni alle quali era giunto lo stesso Darwin e, in tempi molto più recenti Fridlund et al. (1987), secondo i quali le espressioni di rabbia, disgusto, felicità, tristezza, sorpresa, disprezzo e paura sono universali.

Rabbia

Molte sono le ragioni per le quali possiamo provare rabbia: senso di ingiustizia, danni subiti, fastidio. Ci sono moltissimi livelli di rabbia e, diversamente da altre emozioni, non raggiungiamo immediatamente l’apice ma ci arriviamo per gradi; inizialmente può essere un semplice stato di fastidio, che può anche terminare sul nascere, altre volte autoalimentarsi e diventare incontrollabile.

Le aree coinvolte sono 3: fronte, occhi e bocca.

Le sopracciglia si abbassano, gli angoli interni si abbassano anch’essi formando due linee verticali nel mezzo. La palpebra inferiore e quella superiore sono molto tese così come le labbra, che vengono premute. Nel caso si stia parlando o urlando, la bocca risulterà molto tesa.

Il Disgusto

Tendiamo a disgustare qualcosa verso un odore, un oggetto, un pensiero, un sapore o anche soltanto il suo ricordo. È un’emozione molto forte, della quale non ci liberiamo facilmente.

Il labbro superiore viene innalzato, è il segno più evidente di questa emozione. Le guance si alzano insieme a lui mentre le sopracciglia scendono abbassando anche le palpebre superiori. Il naso si arriccia.

La Felicità

A differenza della rabbia, che tende ad essere dimenticata, la felicità rimane bene impressa nella mente e tendiamo ad utilizzarla quando più ne abbiamo bisogno.

Un volto così felice sembra quasi un Sorriso Duchenne, ma vi assicuro che quando siamo felici è più o meno questa l’espressione che abbiamo. Qui è evidente la distensione della parte frontale del viso; la bocca si muove verso l’esterno con gli angoli rivolti verso l’alto, si formano delle rughe intorno agli occhi e una linea unisce il naso agli angoli della bocca.

La Tristezza

Tendenzialmente la tristezza è l’emozione collegata alla perdita di qualcosa. Una persona, una oggetto, una posizione, un sentimento, salute, lavoro ecc. Provare l’emozione della tristezza è una reazione naturale che ci aiuta a superare questa perdita comunicandolo agli altri come un segnale che, se interpretato, porta al conforto.

La fronte ci indica che gli angoli interni delle sopracciglia si alzano verso il centro mentre la bocca si abbassa negli angoli. Le labbra tremano, il labbro inferiore è esteso in avanti.

Sorpresa

Quando accade qualcosa che non avevamo previsto la prima sensazione che abbiamo è quella della sorpresa. Può essere un’informazione, o un fatto inatteso.

A differenza delle altre emozioni ha delle particolarità: anzitutto è brevissimo, una piccola frazione di secondo non superiore a 1/25 di secondo e, importante, è sempre seguita da un’altra emozione. Ad esempio se vinciamo al superenalotto avremo sorpresa e poi felicità.

Come si vede dalla figura nella fronte le sopracciglia sono alzate e mostrano una curvatura verso l’alto. Gli occhi sono spalancati perché le palpebre tendono a ritirarsi. La bocca si apre e le arcate dentali sono separate per via di un movimento della mascella.

Il Disprezzo

Il disprezzo è un’emozione molto particolare: si prova solo verso le persone. Possiamo essere felici per un fatto, tristi per qualcosa, sorpresi per un avvenimento ma il disprezzo no, vale solo per altri esseri umani. Si manifesta quando ci si trova di fronte a situazioni che non sono in linea con la nostra moralità o si prova un senso di superiorità nei confronti di qualcuno.

Guardando Tim Roth nella foto la prima cosa che ci viene in mente è probabilmente l’arroganza. Non è un atteggiamento dissimile dal disprezzo, anzi, è l’uno contiene l’altro. Tra le emozioni base è l’unica che si presente asimmetrica, infatti compare solo nella parte del viso inferiore, sotto il naso e anche la bocca ha un angolo soltanto innalzato verso l’alto mentre l’altro rimane inalterato.

Paura

La priorità del nostro cervello è quella di sopravvivere in ogni situazione e per farlo ha bisogno di allontanarsi da tutte le situazioni potenzialmente pericolose. La fuga è il primo pensiero quando abbiamo paura, oltre che una fastidiosa sensazione sgradevole innescata dal nostro cervello in modo che memorizzi l’associazione ed eviti quel pericolo in futuro.

Le sopracciglia sono allineate verso una postura quasi orizzontale (non come nella sorpresa, quindi, verso l’alto) gli angoli interni convergono verso centro, gli occhi si aprono. La bocca si apre ma non è rilassata, è tesa verso l’esterno.

[Segue…]

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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