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‘Sulle onde del mare’: una lettera aperta a Matteo Salvini

E se in un futuro distopico fosse lei, signor Ministro, a dover abbandonare una Padania colonizzata da altre potenze economiche?

 

A partire dai compiti previsti dalla legge per il Ministro dell’Interno, passando per il linguaggio vuoto della retorica sui social e la manipolazione delle masse, in questa lettera aperta gli antropologi Andrea Staid e Matteo Meschiari conducono Matteo Salvini verso una visione onirica e distopica di cosa potrebbe significare subire la stessa sorte di chi viene respinto dai suoi porti chiusi.

 

Signor ministro,
abbiamo deciso di scriverle mentre lei sta lavorando. Lavorare è una parola strana, anche perché a volte si scambia per lavoro ciò che lavoro non è. Ad esempio, secondo il decreto legislativo del 30 luglio 1999 n. 300, il suo lavoro di ministro dell’interno consiste nel tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica e coordinare le forze di polizia. Cosa che lei, a suo modo, sta facendo con zelo. Ma lo sapeva che tra le sue funzioni, cioè nel lavoro che è chiamato a svolgere, c’è anche la “tutela dei diritti civili, ivi compresi quelli delle confessioni religiose, di cittadinanza, immigrazione e asilo”?

La legge parla chiaro: immigrazione e asilo sono diritti da tutelare non opzioni nelle sue sole mani. Riguardano il diritto internazionale e i diritti dell’uomo. Certo, a lei importa poco del mondo di fuori e dell’uomo, ma le parole appena citate appartengono a una legge tutta italiana, che vincola anche lei, una legge che ha giurato di servire, e questo dovrebbe bastarle per capire che controlli, respingimenti e schedature non esauriscono il suo dovere. Lei come chiamerebbe un operaio che deve montare due pezzi e ne monta solo uno, magari come gli pare? Ma ecco, noi non vogliamo parlare di leggi con lei. Non siamo qui per annoiarla con l’antropologia. Vogliamo evitare i discorsi troppo astratti e quello che abbiamo da dire lo diremo così.

Lavorare per un’idea di sicurezza pubblica potenziando e tutelando sempre e comunque le forze dell’ordine e additando in zingari e negri i veri nemici degli Italiani non è, come sostengono alcuni, un diversivo per distrarre la gente da chissà quali intrighi di palazzo. Non lo è nemmeno il modo in cui lei, signor ministro, usa la retorica della pancia per scollegare la testa delle persone. In questi giorni c’è addirittura qualcuno che si affanna ad analizzare i suoi discorsi per mostrare che la volgarità e la cattiveria deliberata di certe sue frasi sono un inedito e intelligente capolavoro mediatico, un furbo stratagemma per raggirare i suoi elettori e i suoi detrattori. Ma le persone sono più intelligenti di così.

No. Non ci stupiscono nemmeno le sue bordate sui social perché, anche se sono l’ingrediente principale della sua fortuna politica, non è lei che le ha inventate. Il terreno mentale e morale che le rende possibili è preparato da un’enorme fetta di latitanti che sono suoi complici, anche se credono il contrario.

Se lei twitta che le carote sono verdi, la sinistra intellettuale del Paese (qualunque cosa essa sia) si precipita su Facebook e commenta per giorni la sua frase strappandosi le vesti, postando immagini di carote arancioni, prendendosi gioco di lei, concependo meme irriverenti, condividendo articoli di esperti botanici, ricordando che “avrebbe” non è un congiuntivo, recuperando una frase di Pertini o di Gramsci sulle carote, disquisendo sul fatto che sì qualche carota può anche essere verde ma che in linea di massima…, o infine auspicando un’improbabile interrogazione parlamentare. Noi come lei vediamo molto bene dove si è andata a infilare quella famosa carota. E anche se perfino noi sentiamo un po’ di fastidio da qualche parte, la vediamo bene e la guardiamo con attenzione. Non la carota, signor ministro, ma lei.

Vediamo che la sua tattica apolitica non è disorientare e riorientare il consenso, perché il consenso è un’entità complicata e infedele. Ci vuole genio per manipolarla, e tutto questo potere non ce l’ha Donald Trump con la sua corte di spin doctors e non ce l’ha nemmeno lei con il suo oscuro consigliere pubblicitario. La sua tattica apolitica è invece quella perfettamente realizzata nei casi dell’Aquarius e della proposta di schedatura dei Rom. Due uscite picaresche, come le altre che certamente verranno, in grado di creare non tanto un clima di odio e di tensione, che già esistono anche grazie a lei, ma di assuefazione e pigrizia.

È un po’ come aggiungere peperoncino a una pietanza, sempre di più, fino a quando la bocca addormentata non sentirà più nulla e allora sarà pronta per mandare giù qualunque cosa, anche la più immonda. Ecco cosa stiamo osservando di lei, questo tradurre l’eccezione in prassi, cosicché la prossima volta ci si indignerà un po’ di meno, e alla fine non ci si indignerà proprio più. E lei sa bene che è appunto in questo modo che intere nazioni hanno accettato fatti che poi la storia ha chiamato orrori e crimini contro l’umanità.

A dire il vero non è tutto merito suo. Le legislazioni degli ultimi vent’anni hanno preparato bene l’enorme dose di anestesia sociale su cui contano i ministri come lei. In questo ha avuto un brillante predecessore che amava fare lo sceriffo, per non parlare del suo omonimo finto nemico, che è riuscito a sviluppare un’autentica politica contro le minoranze e i poveri, riuscendo a varare il famoso piano casa e strutturando un Jobs Act a vantaggio di chi è ricco. Sì, non è sua l’idea, signor ministro. Ma noi la vediamo.

La vediamo mentre vuole trasformare lo stato italiano in uno stato di polizia ancora più repressivo di quello che si è già dimostrato in altre fasi della storia presente. Senza andare troppo lontano, la violenza orgiastica contro i manifestanti del G8 a Genova nel 2001, le torture inflitte nelle caserme, le condanne decennali che ancora oggi stanno pagando donne e uomini che in quei giorni avevano deciso di protestare contro un vergognoso ordine mondiale fondato sul neoliberismo. Ma lei sa bene da Orwell (o al limite da Black Mirror) che la polizia non basta. La polizia non basta mai.

Sa bene che affondare la scuola e ammanettare l’università non può bastare per soffocare il libero pensiero. Proprio come sa bene che l’economia del paese non può più fare a meno dei nuovi schiavi, e che se ne respingerà 100 da un porto, ne dovrà far passare 1000 dalla finestra se non vorrà perdere l’appoggio dei nuovi schiavisti. Sa bene che il 60% dei Rom sono italiani e che l’altro 40% (in tutto 68.000) è già abbondantemente schedato da carabinieri e polizia. Sa bene che un ministro della famiglia che simpatizza per organizzazioni sessiste e xenofobe non potrà piacere a tutti i cattolici italiani, figuriamoci a chi professa altre religioni o non ne professa affatto. Lei sa che la parentesi, lunga o breve, che la vede seduta su una poltrona dello stato dipende solo e unicamente dal sonno degli italiani. Ma allora lei sa, signor ministro, che nel sonno si nascondono i sogni.

Mentre i suoi sogni da sveglio sono quelli di una nazione spaventata, controllata, divisa, iniqua, maschilista, razzista, classista, omofoba e soprattutto abitata da masse di ignoranti, di pavidi politici, insomma un’Italia non di uomini ma di caporali, i sogni notturni delle persone vanno invece per conto loro. Non parliamo di un mondo dove il leone e l’agnello berranno assieme nel fiume in cui scorre latte con miele. Non parliamo nemmeno di un mondo in cui la banalità del male passerà come una qualche polmonite della storia.

Parliamo dei sogni anche paurosi che tengono in allerta le persone. Che le fanno alzare al mattino con la sensazione che qualcosa non va. Sogni così potenti e affilati che entreranno anche nella sua testa, signor ministro, per ricordarle che fortuna e sciagura non guardano in faccia a nessuno. In uno di questi sogni lei avrà il naso adunco e qualcuno la internerà in un lager. In un altro avrà la pelle nera e sua moglie non la riconoscerà per strada. In un altro ancora sarà inseguito dai poliziotti e troverà rifugio solo in un campo Rom.

Li guardi bene, questi sogni. Non sono così lontani. Provi a immaginare, se riesce. In uno di essi arriveranno multinazionali cinesi o indiane e compreranno le sacre campagne della Padania, mentre i figli delle camicie verdi saranno costretti a emigrare con mezzi di fortuna, perché il lavoro non ci sarà più, e allora vivranno di piccoli furti e mansioni servili in un paese straniero.

In un altro le pioveranno bombe in testa perché qualcuno ha deciso che il suo governo non è più quello giusto. E allora perderà familiari, amori, affetti e dovrà scappare spendendo tutti i soldi che ha, nascondendosi sotto terra per evitare i manganelli, imbarcandosi su bagnarole fatiscenti che forse la porteranno in salvo in un paese senza conflitto, a patto che un ministro degli interni non decida di chiudere i porti di fronte a lei che scappa da guerra e fame.

Oppure questo. Sua figlia che dovrà fare la badante a un’anziana signora che parla una lingua sconosciuta, costretta a mangiare i suoi avanzi, pagata il minimo tollerabile per lavorare sette giorni su sette, internata tra le mura di una casa che non è la sua. O questo, dove donne e uomini si ribelleranno e semplicemente rivendicheranno il loro diritto a vivere senza essere oppressi dai governanti di turno, e lei sarà tra gli esclusi della nuova società, tra quelli che finalmente e giustamente saranno chiamati fannulloni. Ecco, signor ministro. Non le pare che tutti questi sogni siano tremendi?

Perché questi sogni non sono sogni. Sono la vita e la coscienza delle persone. Non la sua vita, non la sua coscienza, ovviamente, ma quella dei suoi tanto amati Italiani. Sogni e occhi che verranno a visitarla ogni giorno, rappresi su milioni di volti, anche su quelli di chi l’ha votata. L’indomani, con la luce del sole, lei potrà fare la voce grossa e gonfiare il collo. Ma poi tornerà il buio. Il sonno. E lì, signor ministro, sarà di nuovo nudo sulle onde del mare.

A cura di Matteo Meschiari e Andrea Staid

Matteo Meschiari

Matteo Meschiari (Modena, 28 novembre 1968) è un antropologo e scrittore italiano. Dal 2015 è professore associato all'Università di Palermo dove insegna Geografia e Antropologia della comunicazione. Precedentemente, come ricercatore in Beni Demoetnoantropologici, ha insegnato Antropologia culturale e Antropologia del paesaggio. Ha inoltre insegnato in Francia nelle università di Lione, Avignone e Lille.

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