Da un tetto fatale, su Roma

Mentre il ministro degli interni contempla da una terrazza il panorama della città eterna dice: “Là c’è l’altare della patria, posso farlo vedere senza essere accusato di nostalgie mussoliniane? Poi c’è l’Eur laggiù in fondo. Non lontano da Roma c’è anche Latina, le bonifiche di terre che una volta erano paludi e adesso sono città, però non so se posso dirlo perché le ha fatte Mussolini quindi devo negare che non esista tutto ciò“. (11 ottobre 2018)

L’EUR non fu completato in epoca fascista ma nei decenni successivi, il complesso avrebbe dovuto ospitare l’esposizione universale del ’42 ma la guerra lo impedì. Un conflitto che si abbatté sul mondo, grazie, oltretutto, a Mussolini. L’EUR non fu certo il dittatore a idearlo come non fu lui a disegnarne gli edifici. Il celebre Palazzo della Civiltà Italiana fu progettato dal figlio di un falegname socialista, quell’Ernesto che tutto fu tranne un accanito sostenitore del regime. Non è un mistero che il suo studio romano fosse frequentato da molti oppositori. La retorica fascista, la mistica dell’uomo della provvidenza, è il veleno che Salvini fra trafilare nei cuori delle persone. Se parla di Mussolini è per suggerire una tossica analogia. La storia, oggi e sempre, ha una complessità maggiore, una complessità che non combacia con la mitopoietica leghista; bisogna sempre temere i politici che malcelano la loro ammirazione nei confronti delle tirannidi del passato, la loro ambizione è essere i tiranni del presente. Continuando, Mussolini non ha ‘fatto’ la bonifica dell’Agro Pontino, almeno non nei termini in cui la retorica fascista della “Battaglia alle acque” lascia intendere, cioè la narrazione alla quale il nostro Ministro dell’Interno implicitamente si riferisce, e con sfacciataggine. Il regime ha, come in numerose altre occasioni, dato continuità ai disegni di chi l’aveva preceduto (e di circa vent’anni). Sciagurata però fu l’idea di affidare all’Opera Nazione Combattenti, la direzione del progetto (questo sì, va detto, su espressa indicazione di Mussolini). Per accelerare i lavori si decise quindi di estenderne la durata all’intero anno, quando in precedenza essi si limitavano al periodo novembre-aprile, ciò – in assenza di una profilassi – costò la vita a numerosi lavoratori italiani che contrassero la malaria. Molti di loro erano dissidenti politici, repubblicani, anarchici, comunisti – ed è a questi martiri che dobbiamo la possibilità di abitare, oggi, le terre che circondano Latina. Oltretutto, non furono le bonifiche a liberare l’Italia dalla malaria ma i pesticidi americani, il DDT – le morti, sul milione, iniziarono a diminuire solo nel periodo 44-50 e l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò la penisola ufficialmente libera dalla malattia solo nel 1970 – ovvero molti anni dopo il compimento delle opere idrauliche. Quello della malaria fu, non a caso, uno dei principali problemi sanitari che l’Italia unita dovette affrontare, emblematico è il fatto che lo stesso Cammilo Benso, Conte di Cavour morì tra quelle febbri. Sì, scomunicato ricevette comunque l’estrema unzione e non rinnegò neppure in quel frangente le sue posizioni anticlericali. Un epilogo molto diverso da quello che il destino riservò a Benito – che, come sappiamo, fu arrestato, mentre cercava di abbandonare il paese travisato da sottufficiale della Wehrmacht fingendosi ubriaco, e poi ucciso.

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