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Sui fini della poesia e su quelli della filosofia

A dicembre si è tenuto uno degli incontri di Aula Poesia organizzato dal Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. In quell’occasione Paolo Valesio ha discusso, insieme al Professor Alberto Bertoni, sui i fini della poesia. Nello specifico Valesio ha parlato di fini e fine della poesia.

E allora sembra impossibile non domandarsi: Perché non parlare apertamente di fine della poesia?

Perché non interrogarsi su quanto essa possa avere a che fare con la fine della filosofia. In entrambi gli ambienti, quello della poesia e quello della filosofia, si usa spesso decretarne la fine, a volte con orrore, altre con un certo ingenuo entusiasmo, dietro il quale si cela la superbia di essere stati i primi ad accorgersene. Poi però, guardando indietro, ci si rende conto di non essere stati i primi e, con molta probabilità, nemmeno gli ultimi. 

Come non essere d’accordo con Spengler quando intende la storia mondiale come un eterno formarsi e disfarsi, apparire e scomparire e con Goethe quando associa il mondo ad un grande organismo vivente che è soggetto alle fasi della vita: gioventù, ascesa, maturità e infine declino. Non è necessario, per intendere questo punto, prendere in toto la teoria spengleriana, che in sé porta embrioni pericolosi come il razzismo. Lo si può intendere in una modalità che potremmo definire strumentale. Ogni civiltà, in questa ottica, è destinata al declino per una sua necessità intrinseca. Il punto forse più importante, attorno al quale ruota la mia replica, è che da questo destino non sono esenti nemmeno l’arte e la filosofia. Questo perché proprio la forza della lingua e la potenza del simbolo, sono il movimento propulsore verso il declino, come il sangue dà sì la vita, ma conduce in modo irrimediabile alla morte. Ecco, ritengo che la nostra civiltà occidentale, comprensiva della sua parte americana e della sua parte americanizzata, si trovino in una situazione di malattia, di demenza senile la cui sintomatologia è appunto riscontrabile nelle forme della poesia e della filosofia. 

Innanzi tutto ho pensato al passaggio in cui Bataille ne Il culmine e il possibile afferma che un pensiero che si interroghi su stesso sia un pensiero che ha già perso la sua chance, l’opportunità di essere vivo e attuale. E questa è la risposta che mi verrebbe da dare a chi si interroga sulla fine della poesia, così come a chi si interroga sulla fine della filosofia. 

Per quanto riguarda i fini della poesia (o della filosofia) riprenderei un passaggio, secondo me illuminante, di Spengler nel quale annovera come sintomo della fase declinante di una civiltà la dialettica metropoli/provincia. Sorvolando sugli esempi da lui apportati, in cui mostra come questo sia già avvenuto in passato, l’autore mostra come alla patria si sia sostituito il cosmopolitismo, al rispetto della tradizione il senso pratico, allo Stato la società, alla relazione con la terra fertile, il denaro astratto, al popolo la massa. 

Ora, siamo o non siamo in un mondo occidentale che non ha più lo Stato come identità nazionale, ma la “società liquida” pensata da Bauman? Abbiamo o non abbiamo sostituito il contatto col denaro (già presente nella forma astratta della banconota) con una declinazione ancora più immateriale che è quella che ha portato al fallimento di Lehman Brothers o, ancora oltre, all’avvento dei Bitcoin? Siamo ancora in grado di definirci come popolo, o siamo solo massa? 

Fin qui, quanto detto potrebbe sembrare un invito reazionario.

Il Professor Balzani, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Bologna, durante una lezione sui giovani dell’epoca post-napoleonica ha detto “Non tutte le generazioni hanno la fortuna di poter lasciare un segno decisivo nella storia dell’umanità”. Ha ragione? In parte sì. Il Professor Valesio, da parte sua, citando T.S. Eliot (“Io non appartengo a nessuna generazione”), afferma che l’appartenenza a una generazione che va perdendo i propri compiti non debba necessariamente esaurirsi in una considerazione nichilistica, quanto portare ad un’affermazione ontologica.

Da un lato, credo che la nuova generazione non potrà scrivere una poesia civile che sia alta, poiché non ci sono alti fini politici a nutrirla alla radice. Trump ha vinto nella totale indifferenza dell’America, nonostante gli innumerevoli inviti sui social ad andare a votare, così come la Brexit è stata approvata e solo tardi e con rimpianto è stata tentata una critica complessa di questi eventi. Questo è accaduto perché nonostante coloro che fanno parte della generazione precedente si rivolgano ai giovani dicendo “il Paese ha bisogno del tuo voto”, solo pochi nostalgici sono disposti a crederci. La poesia civile presuppone strutture istituzionali, presuppone Stato (in senso anti-nazionalistico, chiaramente), presuppone terra, popolo. O molto più semplicemente il sentirsi parte di qualcosa. L’angoscia di cui parlava Bataille, lo scempio dei campi di concentramento, non assomigliano neppure alla narcotizzante depressione che aleggia nella post-contemporaneità. Come può esserci una poesia civile mentre vige l’homo homini lupus? 

C’è una scena di American Horror Story, serie tv che ha scelto per questa stagione di abbandonare l’elemento paranormale, per immaginare invece una realtà horror in cui Trump ha vinto le elezioni, in cui il titolare di una palestra minaccia il suo personal trainer di licenziamento qualora non trovi, entro un’ora, un altro cliente: basta una piccola scintilla per convincere l’uomo ad ucciderlo. Quale poesia e quale filosofia sarebbero in grado di darsi degli scopi, mentre la bellezza e la morale finiscono in atti di barbarie consumati nel quotidiano, per le strade, nei negozi aperti fino alla mezzanotte del giorno di Natale, dividendo famiglie e creando isole di solitudine.

Tutto ciò si riverbera anche in ambiti inaspettati, come quello della poesia erotica, altro punto toccato dal Professor Valesio durante l’incontro di Aula Poesia. Quando è uscito Amore liquido di Bauman, mi sono rifiutata di comprarlo. Il titolo stesso mi genera tutt’ora un brivido lungo la schiena e anche una certa nausea. Forse il punto non è se sia giusto o meno parlare di eterosessismo (altra tematica affrontata nella serie tv che citavo poco fa), ma se sia ancora sensata una poesia erotica. In America sono attivi da qualche anno movimenti d’ogni sorta: sex positive, sex negative, ecc… Si coniano di continuo definizioni o etichette per incasellare la sessualità. Non sarebbe tremendo se quest’ultimi non portassero a infausti natali: un’impostazione ideale (nel senso di ideal-tipo) come riflesso di una pratica della sessualità in cui questa si lega sempre ad un fine: la spiritualità, l’autodeterminazione, la ricerca del sé, giusto per citare i più nobili. In questo modo si opera un ribaltamento. Laddove andrebbe cercato il telos pragmatico, nelle istituzioni, nella prassi politica, si rintraccia solo vacuità, quindi indifferenza. Laddove invece lo scopo dovrebbe essere abbandonato in nome di un incontro libero con l’alterità, è esso stesso la guida di ogni scelta. Ubriachi di un solipsismo di massa, ci serviamo dell’Altro per un fine individualistico che, per sua intrinseca natura, appassisce nell’uso e consumo del sesso, qualunque sia la sua declinazione. A questo punto comprendo Lévinas, quando riconosceva la mutilazione nell’Esser-ci di Heidegger e augurava un Essere dotato di Volto.

Siamo con le spalle al muro, quindi, a poche settimane dalle disastrose elezioni politiche in Italia? Quel poco che ci è stato lasciato in eredità dalle generazioni precedenti non deve significare che dovremmo perpetuare la tradizione, arrendendoci a un inaridimento sempre più aspro. Il fatto che l’Occidente stia lasciando il posto, ormai dalla Guerra Fredda, ad altre potenze politico-economiche (ma anche culturali) non significa abitare il Vecchio Continente come fossimo fantasmi. Deleuze e Guattari fanno notare come il compito della poesia o dell’arte in generale sia quello di creare immagini, mentre quello della filosofia sia di creare concetti. Il mondo-della-vita, così come lo pensava Husserl, presenta un orizzonte dispiegato di significati inesauribile. Finché ci saranno uomini ad intenderlo ci saranno immagini e ci saranno significati e per questo concetti. Siamo di fronte, senza dubbio, a una situazione critica di cui dobbiamo cogliere il senso etimologico, per volgerla poi in fertilità intellettuale: discernere, fra le varie categorie, quali siano ancora adeguate e quali no, fra le varie immagini quali siano dotate di referenzialità e quali no. Per poi creare concetti attuali e vivi, senza la paura di prendere posizione, anche se questa finisca con l’essere anti-politica, anti-editoriale. Mettere al centro un’intera generazione che se non ha trovato il suo campione politico, letterario, artistico, può costruire un discorso molteplice, sia in senso orizzontale che verticale. Abbandonare ogni particolarismo dogmatico che ci vuole divisi tra retori, attori, poeti, pittori, filosofi, tenendo a mente quanto quest’ultimo abbia portato all’inasprimento dei conflitti interni alla cultura, fino a una segmentazione risolta in totale incomunicabilità. E in questo modo dare una voce plurale e attuale, come compito ultimo di chiunque abbia mai preteso di prendere in mano un pennello o una penna.

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