STEFANO BONAZZI: DISORDINE E PULIZIA

«Non voglio tornare a casa stasera. A casa mia non c’è nulla, e il nulla è l’unica cosa che mi terrorizza davvero»: nel raccontare la tela proposta dal Bonazzi verrebbe voglia di scomodare la provvida sventura manzoniana, quella che tutto scompone e tutto rimescola, quella che riposiziona le pedine sulla scacchiera costringendo il giocatore ad una riconsiderazione perenne delle probabilità e del caso, minando certezze, previsioni e progetti in nome di un qualcosa di altro, di alto e di differente.

Tre vite, o meglio, tre proposte di vita, quelle pronosticate dai protagonisti, fottuti – per scomodare i cannibali di Argentina – a cui è andato male il giro di carte, costretti a vedere e a toccare la dicotomia tra l’aspirazione e l’effettiva concretizzazione dei propri disegni, tra tasti che non suonano per scelta, negativi nascosti e accantonati e legni lavorati nell’assenza e nel segreto.

Sia chiaro: Oscar, Davide e Sofia non sono degli inetti o degli uomini senza qualità, degli impossibilitati piuttosto, dei personaggi perennemente convalescenti, costretti a sopportare tutte quelle ferite, difficilmente rimarginabili, che hanno sede in drammi troppo lontani e troppo domestici, fatti di famiglie assenti, vacillanti o, più semplicemente, inadatte. Da qui i rallentamenti e le intermittenze nella corsa, da qui le gambe che vacillano, da qui la voglia di accasciarsi, accomodarsi in modo definitivo, perché quando tutto gira male e niente va come auspicato e la siringa è troppo vicina e la lama è ben affilata e le pasticche a portata di mano la soluzione, il palliativo o il rifugio che dir si voglia sono lì, pazienti e in attesa, in una lenta azione di scivolamento che fa della costanza la sua regola portando gli sventurati sul fondo del pozzo un giorno alla volta.

Non è la risalita dagli inferi, tuttavia, ad affascinare il lettore, quanto il modo – o i differenti modi – che animano questa arrampicata, fatta di uomini che si lasciano cadere affidandosi al caso e di eroi, come il Miriani, che decidono di guadagnarsi la resurrezione un giorno alla volta, incassando colpi, masticando amaro e gestendo al meglio le poche energie rimaste tra attacchi di panico, crisi di astinenza e figli affidati che hanno muscoli forti e gambe ben piantate in un doloroso passato, consumato in quella Bologna un po’ laboriosa e un po’ universitaria sempre in bilico tra ricevimenti, passioni e file al collocamento nei caldi anni di una formazione fatta di tentativi, cadute, rimpianti e nostalgie conseguenti.

Questo è il romanzo di chi siamo stati, di chi saremmo potuti essere e, infine, di chi siamo diventati per davvero, in una scrittura onesta e di frontiera che documenta errori e rimorsi senza girare il viso altrove: chi scrive questo pezzo, per come può, rende merito all’autore ringraziandolo.

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