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"Split" di M. Night Shyamalan: una recensione schizofrenica

Arrivato ai titoli di coda di Split (2017) di M. Night Shyamalan mi sentivo confuso. Nella mia testa c’erano queste due personalità l’una in relativo disaccordo con l’altra, la prima che diceva: «Va beh, è un thrillerino, capirai, se ci riguardavamo Il silenzio degli innocenti facevamo tanto meglio. O al più The Visit, giusto per restare con Shyamalan», e l’altra che ribatteva «Sì ma non consideri i due spunti interessanti che ho notato io, quelli tutto sommato valevano la pe…»

«Meccanismi tensivi straabusati, andiamo! Non dico fare paura ma non mi ha mai nemmeno inquietato

«Ho capito che non è The Visit ma vuoi mettere la bravura di McAvoy? Cambiare registro ogni due se…»

«Quello sì che è un film inquietante. E poi non è che tutta la baracca si può reggere sulla bravura di Mc…»

«E, ripeto, dobbiamo ripensare ai due spunti interessan…»

«Ma è sempre un prodotto medio, incolo…»

E così via. La trama è semplice semplice: ne approfitto, spiegandola a grandi linee, per avvertirvi che non mi premurerò di salvaguardarvi dagli

SPOILER

 

per cui procedete nella lettura a vostro rischio e pericolo, a meno che non abbiate già visto il film. Non che ci siano tutte queste sorprese da svelare, a ogni modo.

Il protagonista Kevin soffre di DDI (disturbo dissociativo dell’identità) ed è costretto a dividersi tra ben 23 personalità diverse e indipendenti l’una dall’altra. Due personalità indesiderate riescono a prendere il sopravvento sulle altre e rapiscono tre ragazze adolescenti perché siano “cibo sacro” da offrire alla Bestia, la ventiquattresima identità che sta per manifestarsi. Le giovani sono rinchiuse nella scura e claustrofobica abitazione di Kevin: i loro tentativi di fuggire sono uno degli aspetti su cui non mi soffermerei troppo (intanto perché falliscono tutti clamorosamente, poi perché sono noiosi).

Laddove alcune notevoli e quasi all’unanimità entusiaste recensioni presenti in rete parlano di un film “costruito con l’inquietante concretezza di un incubo” o di altre amenità quali “un James McAvoy da brivido” o “viaggio nella mente malata di” etc., a me sembra di aver guardato un film in cui un paio di spunti teorici interessanti e un attore indubbiamente poliedrico – gli elementi di cui parlava la mia seconda personalità – non reggono il peso di un prodotto per il resto generalista e senza guizzi, un survival thriller con le solite ragazzine terrorizzate che tentano di fuggire e, tuttalpiù, un villain singolare, che incuriosisce ed è molto ben interpretato (salvo, talvolta, scadere nella macchietta).

La figura del protagonista e il rapimento sono liberamente ispirati alla vicenda di Billy Milligan, da cui è stato tratto anche il volume di Daniel Keyes Una stanza piena di gente; a breve è prevista anche l’uscita di un film biografico, interpretato da Leonardo DiCaprio per la regia di Joel Schumacher. Milligan, proprio come il Kevin di Split, possiede 24 personalità e si rende responsabile, tra l’altro, di rapimento e violenza sessuale nei confronti di tre studentesse universitarie.

Di qui, il primo spunto che ho trovato rilevante abbastanza da farmi menzionare il film in un articolo, piuttosto che relegarlo nella cartella mentale denominata “Bah”, il cui contenuto viene regolarmente mandato al macero senza rimpianti (tipo “Cestino” del desktop di Windows). Split riprende infatti una teoria degli anni Ottanta secondo la quale il DDI può influire sull’individuo non solo in senso percettivo-comportamentale ma anche in senso fisiologico; in altri termini, le varie personalità avrebbero la possibilità di modificare il fisico del soggetto. Una delle identità di Billy Milligan, ad esempio, è un iugoslavo di nome Ragen, dotato di tale forza da essere in grado di staccare un gabinetto dal muro a mani nude: forza che nessuna delle altre è in grado di manifestare.

Il dato inquietante non è tanto questo (vi si potrebbe facilmente obiettare) quanto gli elettroencefalogrammi eseguiti sui malati di DDI: mentre in tutti soggetti sani, cui è stato chiesto di simulare identità diverse, il tracciato del circuito neurale è sempre lo stesso, nei malati di disturbo dissociativo esso cambia a seconda della personalità che al momento dell’esame diagnostico è ‘in superficie’. Allo stesso Milligan furono eseguiti due elettroencefalogrammi a distanza di due settimane, risultati molto diversi tra loro. Quest’evidenza è stata ripresa in Split e resa elemento fondamentale al crescendo narrativo e tensionale: ‘trasformarsi’ nella Bestia, infatti, implica per Kevin modificare la sua struttura fisica a tal punto da renderlo – e qui il film si sporca degli elementi del fantasy e dell’horror – quasi indistruttibile.

Questa sorta di metamorfosi avviene, come prevedibile, verso la fine del film e mi è risultata uno degli elementi meno credibili. Non tanto per l’inverosimiglianza: noialtri consumatori di narrazioni scritte, televisive e/o videoludiche siamo sempre ben disposti verso quel meraviglioso escamotage che è la sospensione dell’incredulità; è proprio che alla fine di Split il cattivo diventa un supercattivo che sembra un incrocio tra il “T1000” di Terminator 2, il “Licker” di Resident Evil e Jeff Goldblum mentre si sta trasformando in una mosca umana e si arrampica sui muri e poi fa altre cose paurose o disgustose da mosca. Insomma, è la trita prova finale e più difficile da superare per la co-protagonista Casey – le altre due adolescenti fanno solo da contorno prima e da pasto infine – che deve sopravvivere a un uomo trasformatosi nella versione più pericolosa e feroce di se stesso. Avvio di conclusione parecchio banale, per quanto mi riguarda.

Senonché

Senonché dietro alla Bestia c’è una simbologia che merita di essere indagata. Tutto il film è inframmezzato da brevi flashback di un episodio dell’infanzia di Casey, una battuta di caccia insieme al padre e a suo zio John. In un ricordo in particolare, Casey viene chiamata dallo zio che, nudo dietro un cespuglio, la invita a “giocare agli animali” e a togliersi i vestiti, perché gli animali non li indossano, e intanto fa versi animaleschi e mostra di star già divertendosi un mondo, allora la piccola Casey comincia a spogliarsi. Nel ricordo successivo, la bambina sta puntando il fucile da caccia contro lo zio ma non ha il coraggio di sparargli e così il violentatore glielo sottrae. Nel ricordo successivo ancora, il padre di Casey è morto di infarto e al suo funerale lo zio John la rassicura: gli sarà affidata, si prenderà cura di lei.

Split, allora, non è tanto un film sulla pazzia – la DDI sembra più uno specchietto per le allodole o un mcguffin – quanto sull’abuso, sulle conseguenze mostruose che gli abusi possono causare ai bambini. Per colpa di suo zio, Casey è diventata un’emarginata e, si scoprirà alla fine, un’autolesionista. Per colpa della madre ossessivo-compulsiva e violenta, Kevin ha sviluppato la DDI. E la Bestia è la personificazione stessa dell’Abuso: il suo scopo è cibarsi (letteralmente) degli “impuri” ossia di coloro che non hanno mai sofferto davvero. È per questo che le due compagne di reclusione di Casey saranno divorate: per la ‘normalità’ della loro esistenza, che l’abuso deve sconvolgere per potersi perpetuare. E per lo stesso motivo, anche dopo che Casey ha sparato due colpi di fucile alla Bestia – riuscendo stavolta a reagire, al contrario di quanto è successo anni prima, nonostante il corpo del mostro sia ormai praticamente inscalfibile – la creatura non le fa del male: ha notato i tagli autoinflitti sul corpo della ragazza, ha capito che è già stata toccata dal male, che è “pura”.

Il parallelismo tra la Bestia e l’abusatore è sottolineato dall’insistenza sull’animalità: lo zio John invita Casey a giocare agli animali, rivelandole il suo lato bestiale; allo stesso modo, viene svelato alla fine di Split, la Bestia ha le caratteristiche congiunte di molti animali dello zoo in cui lavora Kevin (e nei cui sotterranei ha attrezzato la sua inquietante e claustrofobica abitazione).

È la violenza sui bambini il nucleo tematico del film – e la sua qualità migliore – non la malattia mentale in sé e per sé. Ho trovato, allora, alquanto fuori contesto la lettera della psicologa Michelle Stevens, critica nei confronti di Shyamalan perché sfrutterebbe i cliché legati alla presunta pericolosità delle malattie mentali per fare successo, alimentando allo stesso tempo la paura e il sospetto nei confronti di chi soffre di patologie psichiatriche. La dottoressa, addirittura, sfiora l’assurdità arrivando ad accusare il regista di fare il bullo e deridere la malattia, laddove in Split di ironia non c’è traccia alcuna. A mio avviso Shyamalan è stato, invece, piuttosto bravo nel dimostrare come lo stesso villain sia una vittima della violenza altrui e lo spettatore – io, almeno – più che demonizzare Kevin o leggerlo come “cattivo” tout court, prova pietà per lui, empatizza col suo male.

Ora splitto anch’io

La critica di Stevens – e qui permettetemi di ‘splittare’ l’argomento, assecondando la vena schizofrenica già manifestata all’inizio dell’articolo – mi ha ricordato l’ultima “stroncatura” di Michela Murgia, relativa al libro di Pietrangelo Buttafuoco La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore. Con la saccenza e la boria che sempre la contraddistinguono, Murgia parla malissimo del libro di Buttafuoco, riguardante Agostino Tassi, pittore misogino del Seicento: non le va giù il modo non abbastanza inquisitorio (giustificatorio, ci lascia intendere) con cui il Tassi è descritto nel sottotitolo del libro e nella quarta di copertina. Una critica ridicola, pomposa, decentrata e del tutto politicizzata (e politicamente correttissima) di un libro non analizzato per niente: l’unica nota relativa alla scrittura di Buttafuoco è l’aggettivo “pomposa”; per il resto si assiste al soliloquio, quello sì pomposo, e all’irritazione incontrollabile di una nazi-femminista ossessionata dalla prevaricazione del maschio (non so voi ma io, con tutto che strizza l’occhio a certo filofascismo, non ce lo vedo il povero Buttafuoco a tentare di giustificare Tassi, reo senza dubbio di aver spaccato la faccia a una prostituta e di aver violentato Artemisia Gentileschi). E mi chiedo, en passant, se non sia la deprecabile provenienza politica dell’uno ad aver scatenato le ire moraleggianti dell’altra.

Si deve, insomma, essere accorti nel criticare, anche nel criticare un prodotto eventualmente brutto. Il rischio di un commento sciocco e insopportabile come quello della Murgia è provocare l’effetto contrario: a me, ad esempio, è venuta voglia di leggere il libro su Tassi. E devo dire che la Stevens, per reazione, mi ha fatto apprezzare Split un po’ più di quanto non avessi fatto all’inizio, per conto mio.

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