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Spada e il caso Ostia – esercizi di telegiustizia

Sono trascorsi pochi giorni dall’aggressione perpetrata da Roberto Spada in danno del giornalista Daniele Piervincenzi, colpevole di aver rivolto al suo aggressore alcune domande concernenti il supposto sostegno che questi avrebbe espresso, in occasione delle elezioni comunali nel decimo municipio capitolino, in favore del movimento di estrema destra Casa Pound, attivo sul territorio romano e direttamente coinvolto dalla tornata elettorale.

Com’era ampiamente preventivabile, il fatto ha suscitato sdegno e scalpore nell’opinione pubblica, probabilmente turbata – senza voler con questo accedere ai misteri e ai postulati della psicologia di massa – dal fatto che l’aggressione sia avvenuta in favore di telecamera, circostanza questa che ha in un certo qual modo acuito la protervia del gesto e la totale mancanza di ogni forma, anche minima, di remore del suo autore.

Le immagini dell’aggressione hanno repentinamente occupato il circuito mediatico, balzando e proliferando in un voyeuristico gioco di specchi e assolvendo a una duplice funzione: da un lato hanno ingenerato un dibattito – come sempre, in questo Paese, posticcio e a breve scadenza – sulla possibile presenza di organizzazioni criminali a Ostia e sull’eventuale capacità di queste di permeare il tessuto sociale e indirizzare l’operato delle amministrazioni locali; dall’altro, hanno alimentato quella bolla che, ormai da decenni, interessa le zone dell’informazione che stabiliscono una connessione tra giustizia e cronaca e che, progressivamente, ha portato a una pericolosa contiguità tra l’attività di alcune procure e il rotocalco, trasformando inoltre le aule dei tribunali in appendici mobili del palinsesto. Infatti, da subito, si sono imposte reazioni sostanzialmente uniformi. Sui social media montava il vasto ventaglio di auspici e appelli a una giustizia sommaria, da consumarsi nei confronti di Spada, e un po’ ovunque i giornalisti tuonavano con titoli come: “Spada ancora a piede libero. Perché?”. La risposta da dare loro è semplice: perché lo prevede il codice.

Se l’aggressione appare certamente esecrabile, anche alla luce della sua efferatezza e dell’atteggiamento sprezzante assunto da Spada, è in relazione all’operato dell’autorità giudiziaria competente, la Procura di Roma, che emergono e permangono importanti profili di criticità. Procediamo con ordine. Martedì 7 novembre Roberto Spada aggredisce Piervincenzi.

Il 9 novembre, quarantotto ore dopo, il Pubblico Ministero dispone a carico dell’aggressore un provvedimento di fermo di indiziato e ne chiede al GIP, come da rito, la convalida, assieme all’adozione di una misura cautelare. Ma che cos’è il fermo?

Un ordinamento liberal-democratico ha per fulcro del sistema la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, tra cui quello alla libertà personale, la quale può subire restrizioni, ordinariamente, solo in conseguenza di una sentenza passata in giudicato. In casi eccezionali di necessità e urgenza, il momento della restrizione può essere anticipato, sul piano temporale, per mezzo delle misure cautelari e, ancora prima, delle misure precautelari.  Il fermo è una misura precautelare che ha il suo esclusivo fondamento nel concreto pericolo di fuga del soggetto nei cui confronti viene disposto, ed è alla prevenzione di questo pericolo che mira.

Nel caso di specie, è difficile sostenere che Spada avesse intenzione di allontanarsi dalla cittadina tirrenica, e non è chiaro da quali elementi il Pubblico Ministero abbia dedotto tale evenienza. Di fatti, al momento dell’arresto, Spada si trovava presso la propria abitazione e nulla lasciava presagire una fuga. E ancora, verrebbe da chiedersi, se effettivamente, come sostiene la Procura, il pericolo di fuga era sorretto da un reale fondamento, allora perché il provvedimento di fermo è stato disposto soltanto dopo quarantotto ore dalla consumazione dell’aggressione e non invece, come sarebbe stato più logico, nell’immediatezza del fatto?

I capi d’imputazione ascritti a Roberto Spada sono quelli di lesioni personali e violenza privata, entrambi aggravati dall’operatività delle circostanze dei futili motivi e del metodo mafioso. Quest’ultima, aggravante prevista dall’art. 7 d.l. 152/1991, prevede l’aumento <<da un terzo alla metà>> della pena prevista per i delitti <<commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose>>. Astrattamente è certamente possibile che le due ipotesi di reato ascritte a Roberto Spada possano essere commesse da chi, organico oppure formalmente estraneo all’associazione mafiosa, agisca allo scopo di agevolarne gli interessi con modalità qualificabili secondo il filtro del metodo mafioso – si pensi, a titolo d’esempio, a un’aggressione finalizzata a un’estorsione o all’ottenimento del pagamento di interessi usurari -, ma il caso di Ostia sembra gravitare a significativa distanza dall’orbita tratteggiata dal summenzionato art. 7.

L’aggressione è stata integralmente ripresa dalla telecamera dell’operatore e se da un lato le immagini consentono un’incontrovertibile riconducibilità della condotta di reato in capo a Roberto Spada, dall’altro lasciano attoniti per la mancanza di obbiettivi riscontri circostanziali tali da giustificare la contestazione della circostanza aggravante del metodo mafioso.

Su quali elementi materiali il GIP ne ha riconosciuto la sussistenza? Stando alla lettera dell’ordinanza, <<Spada, avvalendosi del cosiddetto “metodo mafioso”>> – come se l’aggravante di cui si tratta non indicasse una serie di circostanze fattuali connaturate al reato o costituenti l’humus dello stesso, ma una sorta di procedura, da attivare o meno scientemente –  <<costringeva le vittime ad abbandonare la zona>> inducendoli a optare per la degenza in un ospedale distante dal luogo dell’aggressione <<nel timore che la notoria potenza criminale, la cui ira avevano destato, potesse raggiungerli anche in tale luogo di cura>>. Inoltre, nell’ordinanza si fa riferimento alle frasi minacciose che, nella concitazione dell’azione, Spada avrebbe rivolto ai giornalisti e, dulcis in fundo, al <<notorio coinvolgimento in indagini e procedimenti di criminalità organizzata (ancorché non vi abbia assunto la veste di imputato), i suoi stretti rapporti di parentela con esponenti della consorteria criminale locale>>, <<sono tutti elementi che integrano un quadro di gravità indiziaria>>.

Se non fosse evidente l’azzardo della contestazione, si tenga presente la necessità, ribadita dalla Corte di Cassazione, che l’aggravante del metodo mafioso soggiaccia a criteri ermeneutici stringenti, tali da limitare o ovviare all’ambiguità strutturale della norma e alla possibile e pericolosa dilatazione della stessa sul piano interpretativo. Per farla breve: se tutto è mafia (anche la più casareccia – ma non per questo meno grave – delle capocciate) allora niente è mafia.

Appare difficile sostenere che la “natura mafiosa” del contegno assunto da Spada possa fondarsi sul fatto del colpo sferrato alla vittima; sulle generiche minacce da questi rivolte ai due giornalisti; sull’invito a lasciare il posto e a non farvi più ritorno o sul grado di parentela intercorrente tra Roberto Spada e altri soggetti coinvolti in procedimenti penali – tra l’altro controversi – per reati di tipo associativo.

Se si assumesse come bussola interpretativa quanto prospettato dalla Procura di Roma, non esisterebbero più delinquenti comuni, guappi di quartiere, ma soltanto soggetti più o meno mafiosi da internare a 41 bis.

Permane il sospetto – o meglio, il dubbio – che una parte di quel farraginoso congegno che è l’amministrazione della giustizia sia rimasta incisa da un meccanismo perverso e degenere, sulla scorta del quale le determinazioni sanzionatorie degli organi giudiziari non discendono più soltanto dalla corretta vestizione giuridica dei fatti, selezionati nel solco del penalmente rilevante, ma in un certo qual modo risentano della portata mediatica che questi si trascinano, e a questa siano direttamente proporzionali.

A riprova di ciò, si sottolinea che i ruoli dei tribunali sono oberati, quotidianamente, da procedimenti relativi a reati del tutto identici a quelli ascritti a Roberto Spada, ma che mai in questi casi si dispone un provvedimento di fermo o – addirittura! – una misura cautelare.

Che manchi, in detti casi, l’aggravante extra codicistica e tutta italiana dell’eco mediatica? Allora, ci si chiede, cosa vuol dire giustizia? Reclamare e irrogare risposte sanzionatorie iperboliche e abnormi, oppure esigere il rispetto e garantire la salvaguardia di due dei principi ordinamentali inscalfibili, la certezza del diritto e la certezza della pena?

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