Serendipità: Aprile di là

 

Francesca Serragnoli, classe ’72, perfezionanda presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, ha fatto uscire per LietoColle, nella collana gialla di Pordenonelegge, la sua ultima raccolta di poesie, Aprile di là (Francesca Serragnoli, Aprile di là, LietoColle 2016, ISBN 9788878489578) ormai un anno fa, nel 2016. In questo caso parleremo di raccolta, perché insieme alle più recenti poesie, nonché prime per ordine, si affiancano sezioni composte da poesie derivate da plaquette, o da opere edite negli anni precedenti, un backstage lo definisce la stessa autrice, funzionale pure, in quanto si rivelerà anche chiave per la comprensione della raccolta. Abbiamo detto che le prime sezioni (L’ora buca, Il posto delle fragole, Happy hour, Quando fu mezzogiorno, L’ora del lupo) sono anche le più recenti, questo per non rendere il libro una autoantologia, dalla quale si prendono le dovute distanze.

 

Aprile di là. Il titolo è un’indicazione fuorviante dal luogo in cui la poetessa si trova. Lei come l’altro dialogante, epicentro del quesito “Dove andare?” al quale la risposta non è un mero qui, hic et nunc di un tempo irredimibile, l’essere giunto a destinazione, ma un di là, un altrove, metafisico e geografico, di cui si impregnano i versi della Serragnoli, in una tensione di tendini. L’altrove, l’oltre, è rappresentato da porte sugli anni, dove la poetessa si affaccia e ci conduce attraverso lo scoccare delle ore; porte che, se si intende il titolo come un ammonimento, sono paragonabili a quella dantesca con sopra inciso «lasciate ogne speranza, voi ch’entrate», ma la speranza è proprio di coloro «della razza che rimane a terra».

Il mese di aprile vanta la citazione eliottiana «april is the cruellest month». Quindi secondo quest’ottica viene sconvolta la convenzione positiva della primavera, perciò il risorgere diventa un atto quasi impossibile, cemento che un fiore non rompe.

La raccolta parrebbe aprirsi con un respiro, con un’«ora buca», un clima pacifico che subito però si spezza, «l’eterno dondolare delle madri/ muove le onde», la speranza che si intacca. Nei versi precedenti compare l’immagine di una tessitrice che ci rimanda a quella di Penelope intenta a tessere l’attesa e l’episodio iniziale che non si sdipana, il venire meno della trama, del proseguimento della storia, non c’è progredire, ma è il kairòs, l’infinito presente, dell’azione, o memoria concentrata, implosa in un punto che è se stessa. Così, entriamo nella prima delle innumerevoli porte del libro, porte nelle quali si entra in silenzio e in rispetto, come in una chiesa.

 

L’umanità, che affonda le radici nei poemi omerici, in particolare nell’Iliade – che Ovadia nomina anche “il poema del pianto” – diventa una componente imprescindibile appartenente ai versi della Serragnoli, impregnati di drammaticità a volte lirica e di un pianto terrestre: «e quel pianto che ci lega le mani/ schiena contro schiena». Se gli eroi di Omero, poi anche quelli di Virgilio, erano «scudo scudo», allora è facile cogliere, tra questi versi, l’analogia di un pianto che accomuna i vivi, ma questo schieramento dovuto al pianto è destinato a non adempire ad una funzione espiatoria, o di corrispondenza «d’amorosi sensi» con il terreno dei morti; il suo compito e la potenza infatti si svelano qui, in questo mondo. Le lacrime sono una condizione sine qua non è possibile scandire il tempo, tempo che anche se mostrasse un quid, questo sarebbe senza forza, o determinato da una forza minore, per cui l’accettazione, che non è rassegnazione in questo caso, diventa leitmotiv, trasposto in versi, del pensiero: «e moriamo e continuiamo a vivere».

La Serragnoli è una presenza umana, orfica nelle azioni, alcune delle quali sono impossibili, come la discesa nell’Inferno, e dovrebbe esserci solo il risalire per lei, ma secondo Eraclito «la salita e la discesa sono la stessa cosa», e così sembra valere anche per la poetessa nella strofa: «eri la calma che tirava dal fondo l’esca dorata/ risalivo come schiuma/ fino all’ombra curva sul mare/ una radio vecchia, uno sgabello vuoto/ tiravo il filo, cercavo l’orlo di una mano». Bisogna però notare che, nel caso della Serragnoli, né la catabasi, né tantomeno l’anabasi, progredisce verso un dove, se non nella memoria. C’è una coscienza che supera la metafora, ovvero la coscienza della dimensione reale, in cui agisce un quid che radia, e movimenti come catabasi e anabasi non portano in nessun luogo, ma sempre e solo su questa terra: «hai la fuga e il piede nella pietra/ non hai nemmeno l’azzurro/ fra punta e punta».

Le immagini che compaiono dai versi sono violente e senza requie («il tempo è un cane perfetto»), ciò vale anche le similitudini, ad esempio: «come neve fredda intorno alla tua gioia». «Per il vero poeta la metafora non è una figura retorica, ma un’immagine rappresentativa che gli compare come reale nella mente al posto di un’idea»1]. Nel verso sopra citato scorgiamo la radice tragica della Serragnoli, ma anche in altri, quali: «Laggiù la ferita è un fiore». Qui, soprattutto, la poetessa si innalza fino al parossismo che cambia i poli dei costituenti della metafora.

 

«È costante in Raivka la certezza che “una determinata disposizione delle parole non può in nessun modo distinguersi dal silenzio”»[2] o dalla necessità del silenzio, in versi come questi ai quali potrebbe seguire un amen, scoviamo la summa familiaritas con il silenzio da parte dell’autrice: «il silenzio vi entra con un fastidio familiare» pp. 41, «l’acqua riflette un cielo travolto dall’addio» pp. 32, oppure, in massima tensione: “ero la luce bruciata/ l’infinito spento di una vita» pp. 33. Nell’amen, in questo così sia, concessiva dalla sfumatura consecutiva, «nessuno spegnerà il declino meraviglioso” pp.33, declino che è il clinamen lucreziano, per forza di cose, quel vuoto che permette il moto fisico, diventando quasi salvezza per la memoria («si gettano nel vuoto/ quasi per non morire.»pp.43), diventando epicentro di ogni pensiero, e confine di un’idea che ritorna costante come una stagione («toccavo quei muri/ come un volto d’uomo» pp. 33), che si presenta Erma bifronte e la poetessa è sospesa nel limbo tra le due facce, ecco la tragicità: «ogni respiro è una bandiera/ bianca davanti a Dio» pp. 37. La dimensione limbica della bandiera bianca, del sospiro, non si presenta solo nell’Inferno dantesco, ma è estesa ad ogni creatura vivente nell’atto di respirare. C’è una pietà che dilaga da queste poesie, allora, per la Serragnoli, se il sospiro rappresenta l’innocenza dei bambini non battezzati, dei nati avanti Cristo, di tutti, condizione universale. Si potrebbe parlare anche di Pietà michelangiolesca, pesante e delicata al contempo, di nuovo il tragico si scorge: «chi rialzerà con le funi il marmo del pianto?» pp. 46.

 

«Sidera conscia fati», scrive Virgilio nel libro IV dell’Eneide, e le stesse stelle, costellazioni, riassumono la loro centralità come motori, o meglio, segni che possono essere decifrati, in cui si può scorgere il destino che batte in arsi sempre sull’ultima parola: «Le stelle a testa bassa fanno la maglia/ intrecciano il vivere, il morire./ Le punte fredde di quei ferri/ mi pungono la schiena».

 

Amare soltanto la ricerca – a condizione di non trovare mai – non volere altro che l’inquietudine significa odiare la verità. Così, con una citazione di Jacques Maritain, l’ultima sezione, L’ora del lupo, che raccoglie le poesie più recenti si apre, influenzata dal pensiero del filosofo che si convertì al cattolicesimo. Conferma della potenza della Serragnoli è il considerare sangue la parola, la parola che è terra, rispondendo al quesito oraziano “Quae caret ora cruore nostro?” (Quale terra non è bagnata dal nostro sangue?). Ciò grazie allo sperimentare il pericolo, experiri, che oltre a sperimentare, tentare, provare, vale imparare a conoscere, sapere, conoscere per esperienza. Seguendo questo dictat la Serragnoli scrive e lo rivela anche a noi che sperimentare significa affrontare il pericolo a discapito dell’esito. Questa è l’ora del lupo, rappresentante anche la verità che rode, alla quale è possibile l’accesso con una coscienza stoica degli etimi, la precisione chirurgica della parola, la precisione di una genesi.

 

 

La prima paura deve essere stata gelida

parete di roccia, indietreggiare,

la scoperta del fuoco, dire bruciato al buio

gesticolare, uccidersi

 

il primo pianto dalla radice pleg, battere

forse la testa contro la pietra

toccare il duro di qualunque punta

 

la prima morte: incomprensibile

la fuga per ripararsi contro la parete gelida

e i giorni uguali, senza bisbigli

i primi altari a Dio, dalla radice div, splendere

 

Dio dalla radice div

Lasciaci parlare così

lo stupore dalla radice stap, stare fermo

il cielo ku o cu, cavità

lasciaci godere il suono iniziale

perché tutto evolva lì

 

come scemi ci guarderanno indicare con il dito le stelle

come somari pop dare del dio a tutto

accusati di laureata semplicità, freghiamocene

riaccendiamo i fuochi notturni

guardiamoci i volti salire in alto

faccia e fuoco dalla stessa radice bha brillare.

 

 

Il rapporto con i morti è possibile alla sola condizione di rispettare il limite, il mare o la foce montaliani, il vetro, o anche i non luoghi, ad ognuno il proprio simbolismo. Per la Serragnoli «c’è un filo spinato fra noi/ una rotonda di guardie», e, seguendo le parole di De Angelis, è possibile scorgere oltre il filo spinato, o ad alta tensione, tenendo a mente la regola del non toccare le presenze che si avvicinano per guardarci e/o dialogare.

 

C’è un filo spinato fra noi

una rotonda di guardie

scelgono di restare

di pulire la canna

accendono i fuochi

in questo strisciare

ci veniamo incontro

spareranno in aria

cercheranno con il piede di porco

la gioia, apriranno cassetti

ridere insieme li travolge

dividono meticolosamente

non muoiono mai loro

che vorrebbero morire.

 

 

 

 

PS: Ho scelto specificatamente di focalizzarmi sulle sezioni che raccolgono le poesie più recenti, onde evitare una violenza nei confronti del libro, ovvero di dover mettere in ordine le carte a discapito di un fil rouge da seguire, così facendo avrei disposto antologicamente i testi, e non è nella volontà della poetessa, come esplicita nelle note alla fine della raccolta. Inoltre, vi sono sezioni che non ho trattato: VII.Reading, poesie tratte da Il rubino del martedì, Raffaelli 2010, in cui compaiono i versi: «A volte penso a quella volta dell’ovaia/ a quel momento che me l’han portata via/ e quando ti guardo ho la stessa paura»; e VIII.Il fianco dove appoggiare un figlio. Non ho voluto andare oltre alla prima metà del libro, per serbare rispetto in questa recensione-critica, sia perché potete immaginare la precisione che si deve avere per trattare un argomento del genere (ammesso che si deva) – che personalmente non possiedo -, sia perché non ne ho le conoscenze, che in tal caso, a mia opinione, si riallacciano all’experiri di cui sopra ho trattato.

 

 

[1] Nietzsche, La nascita della tragedia, piccola biblioteca filosofica Laterza, 1978, cap VIII, pp. 88

[2] Milo De Angelis, Poesia e Destino, Cappelli editore, 1982, pp. 7

Michele Maggini

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online Midnight. È stato tra i menzionanti, per la sezione inediti, del premio Elena Violani Landi 2016. Delle sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come PoverArte. “Esodo” è la sua opera prima, con la quale ha vinto la prima edizione del concorso Poié – le parole sono importanti 2017.

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