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Sempre verso Itaca, ovvero l’esperienza del molteplice e del possibile

La ricerca di Bianca Sorrentino trova nell’indagine del mito (e particolarmente della sua persistenza “in altre vesti” nelle arti del Novecento), già da anni, una possibilità felicemente collaudata. Tale lavoro, è giusto dirlo, non è di facile gestazione: più che per la evidente proliferazione di materiali (i testi e le opere) significativi in tal senso, anche per la necessità stringente – propria di chi vuole dotarsi di uno sguardo intellettualmente onesto e “serio” – di individuare e costruire sistemi di significati possibili, di relazioni oltre la superficie tra individui, opere e Storia. In questo senso, Sempre verso Itaca (Stilo editrice, 2016, 161 pp.) è un lavoro più che riuscito. Meditato e colto, è indubbiamente leggibile ed “utilizzabile” a più livelli: se, da una parte, una scrittura franca e puntuale (ma mai seriosa ed autoreferenziale) rendono il testo un importante strumento divulgativo e didattico anche per il lettore / studioso meno addestrato a certi riferimenti, dall’altra il taglio “enciclopedico” e “compilativo” (da intendere nel senso più alto del termine) utilizzato dalla Sorrentino rende Sempre verso Itaca una audace mappatura delle ricomparse del mito nella letteratura del Novecento, prezioso e stimolante punto d’avvio per qualunque ricerca ed approfondimento anche da parte del fruitore più esperto. La suddivisione del testo in topics – “archetipi” (Viaggio; Memoria; Verità; Lutto; etc.), oltretutto, suggerisce un ulteriore possibile percorso di lettura all’interno di un corpus di oggetti frammentato e molteplice, come quello della letteratura e delle arti in generale del Novecento: dalla poesia di Caproni alle performances del Living Theatre, da Cesare Pavese a Derek Walcott, il complesso panorama delle riletture del mito nel “secolo breve” non chiede che di essere ancora meditato e approfondito. Con la lucidità e perizia di chi riesce e coniugare la frequentazione della disciplina umanistica con le “armi” e la prassi del giornalismo, Bianca Sorrentino ha confezionato un testo di felice lettura e di “drammatica” attualità: il fatto che nel 2012 Wolfgang Rihm (tra i maggiori compositori viventi) abbia voluto comporre una sua Proserpina (peraltro ancora in scena, recentemente, al Teatro dell’Opera di Roma) per il teatro musicale non è che un esempio evidente di come neppure l’era della performance e della sovraesposizione alla virtualità riesca rinunciare a certe “figure” e a certi paradigmi. Imprescindibili (e necessari) proprio perché ancora capaci di nuove significazioni.

Emanuele Franceschetti

Emanuele Franceschetti (1990) è marchigiano, e vive a Roma. Si dedica ad attività di ricerca, didattica e divulgazione, musicale e musicologica. Dottorando in storia e analisi delle culture musicali presso l’Università La Sapienza di Roma e Master di I livello in Teoria e Analisi Musicale, ha partecipato a diversi convegni internazionali. In ambito musicale ha studiato chitarra jazz e improvvisazione, perfezionandosi, tra gli altri, con Roberto Zechini e Ramberto Ciammarughi. Dal 2011 collabora col poeta e scrittore Filippo Davoli, realizzando performance di poesia, musica e pittura. NeI 2017, ha composto ed eseguito un poemetto per chitarra sola e due voci, ‘La nostra debolezza così forte’ (dedicato alla terra marchigiana colpita dal sisma), presentato al festival ‘Le parole della montagna’ di Smerillo (FM). In ambito letterario, è autore di due raccolte di versi (Dal Labirinto, L’Arcolaio, 2011 e Terre Aperte, Italic Pequod, 2015). Collabora con diverse web-riviste (Midnight Magazine, Quid-Culturae, Quinte Parallele) dove scrive di teatro, letteratura e musica.

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