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Scivolando su macchie d’odio: “Meditate che questo è stato”.

“[…]Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. […] Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore.”

Era il 1947 e Primo Levi, con questo monito conclusivo del suo “Se questo è un uomo”, lasciava alle generazioni future questa eredità.

Quando lessi la sua opera, nel pieno dell’ingenuità adolescenziale, mi sentivo sicura che quel “è stato” sarebbe stato per sempre declinato al passato e studiato sui libri di scuola come qualcosa che avrebbe portato la pelle di chiunque ad accapponarsi e gli occhi a sgranarsi, di fronte a tali inumane barbarie. Qualcosa che non sarebbe mai più potuto accadere.

Perlomeno, non a noi, non qui. Non in un Paese civilizzato.

In questo periodo storico, dove la tematica dell’immigrazione è più calda che mai, il tempo verbale che immaginavo al passato è diventato un gerundio: “essendo”, di nuovo, ancora una volta.

La questione che, più di ogni altra, impone una riflessione o, per usare una parola che sarebbe stata cara a Primo Levi, una meditazione, non è che la Convenzione di Dublino abbia delle lacune oggettive e necessiti sicuramente e al più presto di un intervento legislativo; non è nemmeno che l’Italia, come paese appartenete all’UE, è stata, per più volte, sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per violazione dei diritti umani a seguito della condizione di degrado in cui vengono costretti a vivere i migranti nella maggior parte dei Cara e dei Cie; non è neppure l’accusa mossa da Amnesty International al nostro Paese di complicità nella violazione dei diritti umani commessa nei confronti dei migranti recuperati in mare.

La questione che impone un’attenta riflessione non è giurisprudenziale né politica, ma solamente umana e ha a che fare con il sentimento più oscuro che può obnubilare gli animi, ossia l’odio aprioristico. Si fomentano le masse, il popolo bue, spostando le responsabilità del malcontento popolare dalla mala gestio della politica ai migranti. Come se fossero la causa di tutto. Della mancanza di lavoro, dell’inflazione, della deflazione, delle tasse, delle malattie. Si ha paura dell’”uomo nero” e la paura incattivisce. Fino al punto di non ritorno. C’è chi riesce ad esultare, come si faceva un tempo per un gol al 90’, per la notizia della morte in mare dei migranti. C’è chi invoca Hitler e i suoi forni crematori. C’è chi silenzioso gira la testa dall’altra parte e alza le spalle, come quando qualcosa non ci riguarda direttamente (e neppure indirettamente) e non è un problema nostro. C’è chi confida al vicino di ombrellone che non mangia più pesce da quando ci sono tutti questi morti in mare, perché è chiaro che i pesci mangiano i migranti, quindi è bene tenersi lontano. Dal pesce e dai migranti.

E la mia memoria corre veloce alle saponette ottenute con le ceneri degli ebrei. Alla scena di Schindler’s list, quando un soldato delle SS scaricava il suo mitra a caso, senza un bersaglio preciso perché andava bene chiunque, come se stesse schiacciando formiche anziché fucilando persone. A quando si pensava che ci fossero vite che avessero un valore e altre che non ne avessero affatto, che meritassero la morte, a prescindere, per una questione puramente razziale. E non è sufficiente indossare una maglietta rossa “per fermare l’emorragia dell’umanità”, né aderire all’iniziativa della rivista Rolling Stone, per quanto lodevoli e degne di nota esse siano.

Bisogna fermarsi, per davvero, e riflettere su quello che sta succedendo. Qui e ora. Ancora una volta. Constatare come sia facile, per l’uomo comune, individuare un capro espiatorio designato da un qualsiasi fomentatore di folle con un minimo di carisma e riversare ad una ad una le proprie frustrazioni su questi facili bersagli. Perché ieri erano ebrei, ricchi, colti e che non richiedevano asilo, che abitavano nelle loro case e sono stati censiti e prelevati da lì, dal posto che ritenevano più sicuro sopra ad ogni altro: la propria casa. Oggi sono migranti, poveri e disperati che arrivano per mare e lì, ad affogare, li si vuole lasciare. Domani potrebbero essere gli omosessuali (ancora una volta), i biondi, i bruni, gli asiatici, quelli tatuati o quelli senza tatuaggi, i magri oppure i grassi. Perché l’odio non conosce ragione, ma è quanto di più lontano esista dal raziocinio. Non ha motivazioni valide, ma solo alibi, fragili come castelli di sabbia. Bisogna interpellare il nostro “io” più profondo ed erudirlo a non seguire i moti del pensiero comune. Domandarsi, onestamente e sinceramente, che senso ha festeggiare ogni 27 gennaio la giornata della memoria se abbiamo ancora il cuore colmo di odio e dimenticato tutto. Sperando che sia l’ultima volta. Che non ci siano ruspe, né forni. Ma solo buon senso, da parte di chi legifera per primo, da parte nostra poi. Che non ci si trinceri più dietro un rosario, o qualsiasi Dio, o qualsiasi religione, perché tutte condannano l’odio. Senza se e senza ma alcuno.

“O vi si faccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il naso da voi.”

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