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Scetticismo scientifico: si fa presto a dire "gombloddo!1!"

Lo scetticismo scientifico, in Italia e nel mondo, è ancora ben radicato; le sue cause sono molteplici, spesso non riconducibili ai fattori elementari e comunemente associati alle credenze anti-scientifiche e, forse, proprio una sottovalutazione dei fenomeni socio-culturali alla base di questo comportamento diffuso lo amplifica e lo alimenta.

Giusto per fare degli esempi lontani dalle cronache più dibattute (per capirsi: vaccini, terremoti indotti dall’uomo e scie chimiche) si pensi che in Italia sono ancora molte le persone che si oppongono all’evoluzionismo, o quelle che credono che il virus dell’HIV – e quindi la relativa sindrome da immunodeficienza acquisita – sia una montatura, o quelle che credono che la Terra, così come gli altri pianeti conosciuti, non sia una sfera bensì un piano.

Ricercatori e ricercatrici di tutto il mondo stanno cercando di capire come, a prescindere dal livello di istruzione, lo scetticismo scientifico sia ancora molto radicato nella società: è infatti fondamentale capire i processi cognitivi, le ideologie e le credenze “complottistiche” che allontanano il pubblico da messaggi scientifici largamente dimostrati e verificati. Attraverso questionari, esperimenti sociali, studi osservazionali e meta-analisi gli esperti stanno cercando di definire il frame teorico in cui ci si muove; scopo ultimo è delineare le best practice da applicare per migliorare la comunicazione della scienza così come la conosciamo e rendere più efficaci gli sforzi divulgativi di scienziati e comunicatori.

È in questo contesto che si inserisce il Congresso annuale della Society for Personality and Social Psychology (SPSP), svoltasi a San Antonio (Texas) dal 19 al 21 gennaio. Oltre 3.800 scienziati si sono riuniti per discutere dei loro studi e delle loro scoperte, e durante un simposio dedicato alcuni ricercatori, appartenenti a diversi atenei, hanno stilato un “piano d’azione” per contrastare lo scetticismo scientifico.

Cambiare prospettiva

O scendere da quella che viene spesso definita come “torre d’avorio”: siamo portati a credere che le persone più scettiche nei confronti delle teorie scientifiche siano tali perché meno informate su quell’argomento, e quindi fondamentalmente ignoranti in quell’ambito. Anche grazie agli strumenti comunicativi  più recenti, che sono letteralmente nelle mani di ognuno di noi, oggi non è più così: nel 2017 gli scettici hanno essenzialmente lo stesso livello di educazione di chi non lo è e, dato forse ancora più sorprendente, sono equamente interessanti alla scienza in quanto tale. L’analisi deve quindi “salire di un livello”: considerare non tanto l’accessibilità alle informazioni – ormai garantita alla quasi totalità del grande pubblico- quanto piuttosto come tali informazioni vengono elaborate, percepite e fissate da ognuno di noi. Spiega il Prof. Campbell, dell’Università dell’Oregon: “le persone pongono attenzione selettiva a frammenti di informazione per giungere alle conclusioni che, a priori, credono già essere vere. Osserviamo dei veri e propri voli pindarici a partire dai dati oggettivi per proteggere una serie di credenze, da quelle religiose a quelle politiche fino a giungere a convinzioni personali” maturate nel corso della vita.

Dare meno importanza ai fatti, più alle motivazioni

Ne consegue che, il più delle volte, i dati (che hanno un’importanza fondamentale nell’elaborazione e conferma di qualsivoglia teoria scientifica) perdano sensibilmente importanza nell’ambito di una discussione in cui un gruppo di persone è scettico. “Non necessariamente negano i fatti, semplicemente li considerano meno rilevanti” prosegue Campbell.

Un approccio che i ricercatori considerano fallimentare – nonostante le buone motivazioni che animano gli esperti- è quello di inondare gli scettici di dati e prove; vale la pena, piuttosto, cercare di sfruttare le motivazioni profonde come leva per stimolare un genuino interesse nei confronti della scienza: capita così che, senza forzature esterne (vissute il più delle volte come, appunto, un indottrinamento e una forzatura) sia lo/a scettico/a stesso a ricredersi. “Bisogna allineare il messaggio con quelle che sono le loro motivazioni. Scoprire quali sono i punti sui quali uno scettico può essere d’accordo e strutturare la comunicazione della scienza a partire da questi punti di contatto”. I ricercatori hanno scoperto che le persone che hanno apprezzato scoperte sorprendenti, anche se esse erano in aperto contrasto con le loro convinzioni, erano più aperti nel ricevere nuove informazioni e cambiare così la propria idea.

Se volessimo esprimerla attraverso una metafora, la strategia proposta dagli esperti sembra essere quindi, piuttosto che erigere muri elitari e basati su preconcetti ormai superati, quella di costruire ponti di conoscenza, poggiati sui piloni della curiosità e della meraviglia che la scienza accende in noi- scettici e non.

 

 

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