S., 26 anni, Somalia

Leggi questo corpo nudo.

Padre nostro, medico nostro, studente nostro, decifra questo corpo muto.

La nudità scivolosa, continua, madreperlacea, i poeti che ami tanto ci si farebbero i gargarismi a percorrerla, gli atti impuri sotto alle lenzuola a descriverla in chilometri di modi. Negli spigoli, negli incavi, nelle sinuosità di un corpo casuale e ideale hanno visto abissi, depressioni di anime deliranti, e ci hanno buttato dentro noie metaforiche, sentimenti minimi che piombando in vuoti di carne diventavano sensuali, hanno soffocato in cicatrici immaginarie i loro bovarismi centenari dal cazzo duro. Le trovavi avvincenti, quelle similitudini coi corpi, anche tu: che ora interroghi il tuo, a fine giornata, sotto il getto caldo della doccia che lasci batterti la schiena. Lo sfiori, lo tasti, cerchi qualcosa, segui le gambe più volte coi palmi e con le dita, le affondi nel ventre morbido e bianco, e non trovi nulla, veramente nulla, che non sia mollezza, peluria, cellulite. Niente di rilevante, di interessante, di vero.

Siamo solo io e te, due donne. La mediatrice, anche lei donna, se ne sta al suo posto con un sorriso beante fuori luogo e qualche luccichio breve di compatimento in fondo agli occhi. Non media proprio un accidenti. Gli uomini, i maschi, fuori. Nella tua richiesta pudore e paura fanno un coagulo unico. E’ una scelta culturale, si direbbe, non toglierai il velo neanche quando ti visiterò. Ma in quanti hanno visto questo corpo, e l’hanno indagato con mani lerce, e sono annegati nella sua polpa con la loro bava e il loro fetore. Non è vergogna, la tua. Piuttosto ti si agita sotto alla pelle il timore, o forse la convinzione, che in qualsiasi maschio, scoprendone anche solo un triangolo, inevitabilmente si ingrosserà il cavallo dei pantaloni, e poi gli occhi e le guance di rabbia cieca, e naturalmente a un certo punto si dimeneranno le mani, su di te.

Segui questo corpo muto, le strade della migrazione cicatrizzate sulla sua superficie d’ambra, ragazza.

Scegli un ordine per percorrerlo, perché all’esame obiettivo non sfugga nulla: si fa così, è necessario avere un razionale secondo il quale lavorare, un iter che renda il procedimento affidabile e riproducibile. Da sinistra a destra o viceversa, dall’indolente al punto in cui è segnalato il dolore, dal superficiale al profondo. Parto dai piedi, su questo tuo corpo minuto che mi giace sotto agli occhi, disteso nervosamente sul lettino di cui hai strappato la carta usa e getta nella fretta di sdraiarti. Ho un compito, e tu non hai sintomi da riferirmi. Non parli, non conosci la mia lingua e io non conosco le tue. Devo cercare, passare al vaglio ogni centimetro di carne, interrogarla minuziosamente, ed elencare quello che vi è inciso sopra, dentro, quello che i medici legali fanno con le salme, io ora lo farò con te, parimenti imbavagliata dal silenzio. Che solo la tua pelle possa parlare, speri. Devo leggerti, mentre tu mi osservi con gli occhi spalancati nell’ansia che non mi perda nessuna lettera, che non salti neanche una riga. Comincio allora dai piedi, per tenere per ultimi i segni alle braccia che indichi agitata, e lasciare che ti tranquillizzi. Come in ogni viaggio, si ha un punto di partenza: io parto dai piedi, come tu partisti dalla Somalia.

Sul dorso del piede destro spicca un forellino tondo e nero occluso dalla fibrosi. Accanto a questo un altro più piccolo, e poi altri ancora. Lo stesso sul dorso del piede sinistro. Le dimensioni non possono ingannare: un mozzicone che si spegne sulla tua pelle, il suo perimetro circolare che vi si incide prima rosso, poi nero; una spina incandescente ti risale lungo il nervo, mentre uno sciame di spilli gelati ti trafigge posteriormente la gamba, e arriva alla orecchie che iniziano a ronzare, al letto della lingua che sembra salivare calce. Sfioro la prima cicatrice: come ci arriva una sigaretta qui, ad esserti spremuta addosso.

Siamo partite, S., e so che abbiamo paura, tu della strada e io del tuo dolore, ma non si torna più indietro. Si continua attraverso, il deserto o le tue gambe.

E’ stato profondo il taglio, o la mano troppo violenta, da incidere la lama per lungo, sette centimetri, ma anche da squarciare la linea verticale e aprirla nel suo cuore in uno spessore di due centimetri, a sputare rosso. Più tagli simili. Il sangue che ti scorre tra le cosce, che non riesci a fermare, che si mescola a quello mensile che ti gronda giù dai genitali e non puoi più arginare, non c’è nulla che lo assorba mentre si emigra.

Slip colorati occidentali, da ragazzina. Hai ventisei anni, due più di me. Non so quanta stoffa sia stata strappata a questa altezza, non so quale fallo mai ti si sia insidiato dentro a penetrarti e trafiggerti nella dignità. Ora che gli uomini ti appaiono solo come grandi spaventosi falli ambulanti, potrei chiedertelo, conoscessi la tua lingua; ma non saprei come domandartelo. I peni delle carceri libiche. Me li immagino come mostri coi denti, forse ricorrono così nei tuoi incubi. Perché sogni, qualche volta, S. dalle occhiaie grigie? Per quante ore di sonno riesci a resistere prima che la notte ti trituri nella sua angoscia selvaggia?

Non indugio. Da qui, mi dirà la mediatrice, tre o quattro bambini. Nati morti, o perduti, o rimasti in braccio al passato.

Lacero-contusioni anche sopra alla mammella destra. Come di frustate, direi. Gesticolo grottescamente per chiederti se ho indovinato. Tu annuisci e riproduci il mio movimento. Noto come il tuo pudore sia del tutto evaporato, mi guardi serena mentre ti esamino l’areola. Siamo sempre tu ed io, S., e non siamo affatto sole.

Mi porgi le braccia, le estendi come rami dolorosi, cerchi le mie mani con la pelle. Vuole esser letta, tu l’aiuti in questo bisogno di decifrazione. Le cicatrici sono codici insensati, stigmate gettate lungo gli arti senza motivo, giustificazione, raziocinio. Qua e là, strappi di pelle casuali, per il piacere di strappare.

Ho letto che i migranti sui barconi, specie quelli che hanno paura o soffrono di mal di mare, li legano dove possono, e a volte li sbattono in stiva. Tre giri almeno ha fatto la corda intorno ai tuoi polsi, S. Un solco, ed altri due, sulla faccia volare, profonde cicatrici lineari. Stretti, stretti, stretti. Ti interrogo con un gesto, tu incroci le mani a mimare due manette o un nodo che le teneva unite. Una morsa salda, sicura, da bloccare la circolazione – immagino le tue dita gonfie e blu -, da bruciare debolmente la carne, consumarla a poco a poco, mangiucchiarla, farvi trasudare un liquido trasparente, poi sangue annacquato.

Leggi questo corpo muto, ragazza. Che dai piedi alla fronte ti offre carne e cicatrici fresche di tagli e di ustioni e di cinghiate come fosse una strada lunga che dalla Somalia va all’Etiopia e al Sudan e poi alla Libia. Per mare, infine, fino a qui. E’ un piccolo Mediterraneo nudo, questo corpo. E’ un lazzaretto, un campo santo. Una via crucis che raccoglie strappi ed emorragie. E’ una carovana di coltelli che risale verso le prigioni. Una recinzione irregolare di sbarre alte oltre le quali alitano feroci sessi maschili e manganelli libici. Un barcone che va e che viene, fa su e giù, sulle mucillagini e sui pesci pescati con le bombe, che risalgono in superficie e si mescolano ai corpi umani che li sostituiscono poi, scivolando incontro ai fondali.

Percorri questa geografia disegnata su donna. Parti. Cammina sulle torture. Chiamale per nome. Inciampaci sopra.

Decifra il corpo nudo, studente nostro, medico nostro, Padre nostro, che scavasti formicai in terra perché vi brulicassero infelici i tuoi figli per scavarsi, a loro volta, formicai sanguinosi in corpo. Padre delle migrazioni, e delle ustioni di sigarette, e dei falli maschili, e delle cicatrizzazioni, per cui ti lodiamo. Noi umili tuoi figli che compiliamo certificati medici nella speranza che valgano a sospendere le pellegrinazioni che accumulano mali, a far fermare qui almeno questa tua formichina di cui ti rallegri nella sua ingiusta corsa.

Il referto con l’elenco delle tue mappe e dei tuoi percorsi te lo stampiamo su carta intestata e te lo consegniamo in busta. Sulla busta si scrive semplicemente il nome del paziente, ho visto. Lo scrivo io il tuo nome, S., facendo attenzione a ricopiare il cognome doppio senza sbagliare. Ma davanti ci scrivo “Sig.ra”, e a quelle lettere lascio che l’inchiostro affidi rabbia e carezze. Non credo che tu ti sia sentita chiamare spesso così, S., né capirai che ho apposto questa parola alla lettera che consegnerai al giudice. Ma penso che te lo meriti, che sia una piccolissima gentilezza giusta e necessaria che ti andrebbe rivolta. Vi chiamiamo coi vostri nomi di battesimo perché i signori, i dottori, i professori siamo solo noi di qua, lo vedi anche tu, S.? E, invece, voi che vi portate sotto ai vestiti tracciati tutta la merda delle frontiere e degli Stati che avete attraversato, voi che siete scarificazioni incise nell’ordine tremendo del mondo che abbiamo costruito e che armiamo, siete soltanto nomi mal pronunciati e segnati frettolosamente in stampatello.

Lascia che ti chiami “signora” quantomeno la tua lettrice, l’interprete di te nuda e muta, e del tuo Calvario di carne.

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