RUSSIA 2018. SOPRA IL VERDE TAPPETO…

Il Mondiale russo è stato fortemente voluto da Vladimir Putin nel quadro di un rilancio internazionale dell’attrattività del Paese, che consenta di aggirare l’isolamento diplomatico causato dall’annessione de facto della Crimea, dai sospetti d’ingerenza nelle elezioni americane e dal caso Skripal. La spesa di 14 miliardi di dollari per nuovi stadi e infrastrutture di trasporto e accoglienza da Ekaterinburg a Samara, da Volgograd a Kazan, da Kaliningrad a Rostov sul Don, pur avvolta da polemiche e sospetti fin troppo usuali per noi italiani, ha consegnato alle televisioni dei cinque continenti e ai tifosi accorsi numerosi sugli spalti un’immagine di ben riuscita organizzazione e anche di gusto per la modernità avveniristica (benché non sia chiaro come alcuni stadi, decisamente sovradimensionati rispetto alle esigenze locali, saranno utilizzati dopo la fine del torneo). Non si può dire che nello sconfinato Paese grande come cinquantasei Italie il calcio sia ovunque pane quotidiano: hockey su ghiaccio, tennis e atletica hanno a lungo detenuto il primato nei cuori degli sportivi russi, ma i risultati della selezione guidata da Stanislav Cherchesov, capace di approdare ai quarti infliggendo una clamorosa eliminazione alla Spagna, stanno creando un entusiasmo contagioso. E adesso, qualcuno inizia a credere che il sogno di una finale giocata in casa non sia così peregrino, nonostante la modestia della rosa a disposizione.

Le sorprese, del resto, non sono mancate: delle otto squadre rimaste in gioco, la metà non era certo inserita tra le favorite alla vigilia del torneo. Gli svedesi, che ci hanno costretto al ruolo di spettatori e che quasi tutti davano fuori ai gironi, sfideranno l’Inghilterra di Kane che ha faticato non poco contro la Colombia negli ottavi; la Russia se la vedrà in un derby slavo con la temibile Croazia; il Brasile dovrà liquidare un Belgio galvanizzato dalla rocambolesca rimonta sul Giappone per continuare il cammino verso la sesta stella, mentre la Francia, che ha trovato nel giovanissimo Mbappé il suo uomo di punta, proverà a scavalcare un solido Uruguay che in quattro partite ha rimediato una rete ed esibito un assetto fra i più convincenti. Non abbiamo ragione di credere che l’equilibrio che ha fin qui caratterizzato il Mondiale si spezzerà nelle prossime quattro gare: non sembrano esserci le condizioni per “vittorie a valanga” a meno di improvvisi cedimenti psicologici.

Chi manca all’appello? La Germania prima di tutto, scolorita un po’ in ogni reparto ed uscita nello stupore generale già dalla prima fase: Neuer non sembra più il ragno di un tempo, il centrocampo ha perso agilità nella fase di costruzione a causa di un Khedira sottotono e di un Toni Kroos velleitario, l’attacco si è smarrito fra un Özil confuso e molle e un Timo Werner mai a suo agio, che in tre partite realizza zero goal e zero assist. I tedeschi hanno avuto il loro momento di gioia: la rete del 2-1 che ha piegato la Svezia in extremis e sembrava preludere alla rinascita dopo la difficilissima partita con il Messico, ma si trattava di un fuoco di paglia. La sconfitta secca con la non irresistibile Corea del Sud materializza la “maledizione dei campioni (europei) in carica” che ha già colpito Francia, Italia e Spagna. Auf wiedersehen, tornerete presto: su questo non c’è dubbio, perché il sistema-calcio tedesco rimane valido e una fase di appannamento può capitare a tutti.

E poi? Ma certo, l’Argentina: lo psicodramma nazionale albiceleste, andato in onda con toni funerei da Buenos Aires alle Ande, partiva con l’inquietante pareggio d’esordio contro l’Islanda ed assumeva i contorni della disfatta con le tre sberle rimediate dalla Croazia sulle rive del Volga. Il grande Messi, sul quale pesavano tutte le nevi dell’Aconcagua, non poteva da solo trascinare una squadra fuori dall’impasse, e la qualificazione agli ottavi ottenuta battendo la Nigeria preparava l’amaro boccone finale: una partita avvincente con la Francia migliore degli ultimi anni, con Pavard, Mbappé e Griezmann in gran forma, che i sudamericani arginano per sessanta minuti riuscendo perfino a passare in vantaggio con un capolavoro di Di Maria e una deviazione fortunosa di Mercado. Ma i bleus riprendono in mano la situazione, mostrando una notevole solidità di testa, e alla fine la compagine del tatuatissimo Sampaoli deve fare le valigie. Rimarranno gli sguardi smarriti della Pulce, inquadrato a più riprese mentre osserva il suo allenatore come un accademico della Crusca guarderebbe un cantante neomelodico, e lo sconforto di Dybala e Higuain rimasti per lo più a far panca. Per risollevare la Selección si è proposto “anche gratis” l’immarcescibile Pibe de oro, che sugli spalti si è reso protagonista di sceneggiate sopra le righe. Basterà?

La terza grande esclusa dai quarti che non si può non menzionare è naturalmente la Spagna: dopo la buona prestazione ricca di goal con il Portogallo (3-3), in cui però si evidenzia già l’appannamento di De Gea, gli iberici arrancano con l’Iran riuscendo a vincere di misura con una rete di Diego Costa e approdano alla terza gara con il Marocco, sulla carta facile da superare, con un Sergio Ramos distratto e un Piqué incerto nelle marcature. Sempre di qualità Iniesta, con dribbling che sfidano la sua età e carisma da vendere nel suo ultimo mondiale, ma non basta: nella sfida che conta al Lushniki, dove si disputano gli ottavi contro i padroni di casa, La Roja si smarrisce in trame fitte e inconcludenti di passaggi, non trova il mordente né con Asensio né con Costa, s’infrange a ripetizione contro il muro russo e alla fine si gioca tutto ai rigori, nonostante un possesso palla schiacciante. Fra i pali Afinkeev è in giornata di grazia, e né Koke né Iago Aspas riescono a insaccare dagli undici metri. Dalla prospettiva Nevskij al porto di Vladivostok si alza il boato dei tifosi, mentre sulle rive dell’Ebro si celebrano le esequie del tiki taka. Un ciclo è finito, hasta luego!

Passando il confine non troviamo atmosfere più distese fra i lusitani: Cristiano Ronaldo, enorme nelle prime due partite, cala vistosamente nelle gare con Iran e Uruguay e il resto della squadra, privo della sua bussola, non sa rimediare. Il fenomeno si rende conto che dovrà rinunciare ad aggiungere il trofeo mondiale alla sua vetrina grondante di premi quando al 62° dell’ottavo di finale Cavani (unico tiro in porta della Celeste nella ripresa) firma la doppietta che tramortisce il Portogallo. Adrien Silva poco aggressivo, Quaresma entrato troppo tardi e Gonçalo Guedes inconcludente non suppliscono alla serata negativa di CR7, peraltro imbrigliato con grande maestria dalla difesa uruguagia. La saudade s’acuisce per questo ennesimo appuntamento con la storia che sfuma tra le brume: di Ronaldo non ne nasce uno all’anno.

E adesso? Rimangono nei giochi sei europee (o cinque più una, se vogliamo dare alla Russia uno status particolare) e due sudamericane: il Brasile è una corazzata, la squadra che fino a qui ha dato l’impressione quasi costante di poter cavalcare alla finale senza grandi difficoltà: la vittoria ottenuta contro il Messico ha portato alla ribalta un Thiago Silva roccioso che si intende bene con Fagner, Willian si è sbloccato per la disperazione degli avversari e Neymar unisce una tecnica di livello impressionante a folate in grado di scardinare qualsiasi difesa. Peccato per la sua enfasi teatrale nel recriminare su ogni contrasto e per la tendenza al solipsismo. La Seleção dovrà eliminare il Belgio, pratica che immaginiamo ampiamente alla portata, per affrontare in semifinale la Francia o l’Uruguay, entrambi avversari tosti per i quali la formazione verdeoro sarà chiamata a una prestazione di classe. Sull’altro lato del tabellone, la semifinale più plausibile appare un Croazia-Inghilterra, ma la Svezia, che incrocerà ai quarti i Tre Leoni, è uno scoglio ostico e se dovesse sospingere i sudditi di Sua Maestà fino ai supplementari, tutto potrebbe accadere.

Si ricomincia venerdì con un succoso Francia-Uruguay pomeridiano, seguito dalla sfida serale tra Brasile e Belgio. Sabato si completerà il quadro delle semifinali con Russia-Croazia e Svezia-Inghilterra. Alla finestra i mondiali non sono poi così male, non credete?

Andrea Spanu | Piché Café

Andrea Spanu, 1982. Dottore di ricerca in Storia contemporanea, ha studiato in particolare i temi della diplomazia culturale italiana. Vive e lavora fra Milano, dove insegna, e Missaglia, centro della Brianza lecchese dove si occupa di comunicazione istituzionale e di valorizzazione culturale e turistica del territorio.

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