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Il Romanzo dei Tui: gli intellettuali secondo Bertolt Brecht

Sono gli ultimi giorni dell’ottobre del 2016, quando in Italia vede per la prima volta la luce, grazie all’attento lavoro di recupero ed edizione della casa editrice romana L’Orma, Il Romanzo dei Tui di Bertolt Brecht. Si tratta di un’opera composita, a cui lo scrittore e regista tedesco lavorò grosso modo dal 1931 al 1942: un decennio che, tristemente, ha bisogno di ben poche presentazioni; sarà utile, forse, ricordare soltanto che il periodo, oltreché drammatico in sé, fu travagliato anche per la vita personale dello stesso Brecht, che visse quegli anni in esilio, vagando per l’Europa.

L’unione, l’intreccio costante tra vita pubblica e privata può rappresentare un primo tentativo di approccio, di interpretazione del materiale contenuto in questo Romanzo dei Tui: pur non essendo particolarmente “romanzato” (come si vedrà tra poco), e nemmeno particolarmente incentrato sul tono (o sullo stile) autobiografico, questo – che potremmo definire come “cantiere di scrittura aperto” – restituisce talora le proprie immagini con un’accuratezza, una precisione di dettagli che fanno pensare ad esperienze (più o meno piacevoli, più o meno virate verso l’ironia e la satira) personali vissute da Brecht.
Altro carattere dell’opera che appare strutturale ed imprescindibile, è proprio la sua incompiutezza:
Il Romanzo dei Tui non finisce, perché non può finire, perché non è un romanzo. Non solo: potremmo parlare, semmai, di non-romanzo, di non-saggio; siamo di fronte ad un’opera che – e forse questo lo dobbiamo alla volontà dello stesso Brecht – è definibile più per ciò che non è che per ciò che è.

È questo che si intende quando si parla di “cantiere di scrittura”: una vera e propria fabbrica, fucina di idee scritte perché restino fissate sulla carta, nel caso in cui sfuggano alla memoria; unico filo conduttore, a tenere insieme queste idee (a parte alcune di queste che, come vedremo, hanno in comune una sorta di background e di sviluppo narrativo), è la figura del Tui. Ci troviamo di fronte, per fortuna, ad una concordanza fonetica e lessicale tra italiano e tedesco: per fortuna, perché altrimenti sarebbe stato molto più difficile spiegare (e, del resto, tradurre!) che il Tui non è altro che la deformazione grottesca, caricaturale della figura dell’intellettuale, presentata attraverso le “lettere principali” che la compongono; in questo modo Brecht trasforma, antifrasticamente e parodisticamente, l’intellettuale in un Tellett-Ual-In (in tedesco Tellekt-Uel-In). Tui, per l’appunto.
Attraverso la creazione di questa figura generica ma riconoscibilissima, Brecht in
Il Romanzo dei Tui dà vita ad una serie di situazioni, di ambientazioni, e talora anche di dinamiche narrative che sono prettamente irreali, frutto della fantasia dell’autore, ma d’altro canto restano strettamente ancorate alla realtà che intorno all’autore si trova, poiché, in buona sostanza, a quella realtà hanno la funzione, tipicamente brechtiana, di “fare il verso”.
Ed ecco qual è l’intento vero e principale di questo
Romanzo dei Tui: Brecht ha voluto consegnare ai suoi posteri un ritratto – satirico ed espressionista fino al grottesco, in coerenza perfetta con un tratto tipico della cultura tedesca e mitteleuropea – dei Tellet-Ual-In del suo tempo; una sorta di breviario, di vademecum, un manuale di sopravvivenza contro la boria, l’ottusità, la superbia degli intellettuali. E l’opera diventa immediatamente “classica” ed “eterna” agli occhi del lettore, nel momento in cui, scorrendo le brevi sezioni ed i capitoli del “manuale”, ci si rende conto che gli intellettuali descritti da Brecht non sono soltanto gli esponenti dell’élite culturale tedesca durante l’ascesa del Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale, ma bensì i Tui di ogni tempo.
In questo modo, con
Il Romanzo dei Tui Brecht riesce a dare vita ad un’opera indefinibile e congenitamente originale, ma ad un tempo a rifarsi ed inserirsi in un solco ben tracciato della cultura e della letteratura occidentale: da I Viaggi di Gulliver di Swift, c’è un filo, fatto di ironia, sottile satira sociale e tragicommedia allegorica, che lega Candide di Voltaire a Gargantua e Pantagruel di Rabelais e al Don Chisciotte di Cervantes, fino a certi poveri, disperati protagonisti di novelle all’interno del Decameron boccaccianoma, se si vuole, si è liberissimi di discendere fino alla grande commedia greca di Aristofane; questo filo, a sua volta, giunge fino al Romanzo dei Tui di Brecht, senza allentarsi ma sempre rinforzandosi, perché c’è sempre qualche tragedia, nella storia umana, da raccontare come parodia, per metterne in luce le contraddizioni, le ipocrisie, le storture: c’è solo – e soprattutto, nei confronti del Nazismo – da avere il coraggio di farlo.

Brecht raccoglie questa eredità culturale alla perfezione, e dipingendo i suoi Tui non fa altro che applicarla al suo tempo, pur – anche se soltanto talora – calandola in una cornice narrativa astratta e di fantasia. Tuttavia, per quanto la fantasia possa giocare indiscutibilmente il suo ruolo, è l’allegoria, il “significare qualcosa d’altro”, qualcosa di reale, che domina la scrittura: come non riconoscere nell’Impero della Cima descritto da Brecht, il nascente Terzo Reich? Come non riconoscere, nelle pagine precedenti – che narrano le vicende della Repubblica dei Tui – i dolori e le angosce che accompagnarono la breve vita della Repubblica di Weimar, sorta dalle ceneri della Grande Guerra? Pur calati in un’ambientazione che echeggia a più riprese Il Milione di Marco Polo, sono questi i veri luoghi in cui è agita la vicenda di Hung e Kwan, due giovani di estrazione sociale diversa, con un sogno in comune: viaggiare alla volta della Capitale, per iscriversi alla scuola per diventare Tui.
La storia di Hung e Kwan rappresenta il centro narrativo del
Romanzo dei Tui, anche perché è una delle pochissime parti ad essere costruita con una struttura prettamente “narrativa”: altrove, intorno alla vicenda dei due giovani, si hanno stralci di poesie tratte dall’Epos dei Tui, estratti da discorsi pronunciati dai Tui cimesi (ossia tedeschi) del presente o del passato recente, qualche racconto picaresco di personaggi che vanno a precisare il (desolante) panorama della Germania tra le due Guerre – come l’avventura della Morte di Hang Tse nell’esercizio delle sue funzioni e persino due gustosissimi (“eterni” davvero, verrebbe da dire) Trattati dei Tui, intitolati rispettivamente L’arte del Leccapiedi e L’arte del Coito.

Con Il romanzo dei Tui, Brecht ci mostra, oggi più che mai, che davvero esistono “corsi e ricorsi storici”, che davvero si ripete sempre la stessa storia, soltanto in maggiori proporzioni, e che davvero, con essa, in maggiori proporzioni si ripete la stupidità umana.
La ruota della storia gira sempre sullo stesso asse, e i
Tui, con la loro ottusità, ce lo mostrano in due modi: il primo è strutturale all’opera e connaturato a Brecht stesso; uomo di grandissima e raffinata cultura, l’autore riempie i suoi Tui di riferimenti non solo al suo contemporaneo, ma anche al passato, recente e meno recente: si trovano, scorrendo i capitoli del libro, nomi di Tui che rappresentano grandi personalità della cultura tedesca di ogni tempo, da Kant a Hegel a Nietzsche, fino a Freud e Marx.
Ma la storia si ripete anche verso il futuro, e dunque, dalla prospettiva di Brecht, verso di noi: di qui discende l’ultimo, grandissimo pregio del
Romanzo dei Tui, ossia la sua attualità, probabilmente destinata a rimanere costante nel tempo (quali che siano i contesti storici e sociali peculiari), ma in ogni caso oggi più che mai presente.

Un esercizio, per spiegare e per concludere: provate a leggere i passi del libro che raccontano la chilometrica, assurda processione del Tashi Lama (ossia il Papa) attraverso la Cima, con la sua carovana che, portando pace e serenità, devasta e svuota le terre e le case di ogni fonte di sostentamento; provate a leggere del Tashi Lama che dorme su di un pagliericcio ed è amato da tutti, ma che in ogni caso provoca tutto questo – in quanto “uomo potente” con una corte di Tui al seguito -, e vedete se riuscite a non pensare a Papa Bergoglio.
Provate a leggere il capitolo
La costituzione dei Tui (che si riferisce alla travagliata stesura delle varie versioni della Costituzione di Weimar) e vedete se riuscite a non pensare al recente referendum costituzionale, avvenuto proprio in casa nostra.

Emanuele Pon

Emanuele Pon, classe 1992, Genova, consegue con il massimo dei voti la laurea triennale in Lettere Moderne, all’Università degli Studi di Genova, nel 2015, con una tesi sui metodi di diffusione della poesia a Genova negli ultimi trent’anni, ed è laureando nel corso di Laurea Magistrale in Letterature Moderne e Spettacolo.

Nel 2012 fonda, a Genova, il mensile indipendente di letteratura e cultura Fischi di Carta, di cui tutt’ora è caporedattore insieme a cinque colleghi. Scrive inoltre per alcune testate e blog culturali online, come la webzine cinematografica The Macguffin ed il progetto Artspecialday.

Pubblica poesie dalla fondazione di Fischi di Carta, ed alcuni suoi inediti sono stati pubblicati, con relativa traduzione, sulla rivista culturale austriaca Mosaik.

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