• Home
  • /
  • Arte
  • /
  • Il ritorno di Damien Hirst a Venezia: una storia Incredibile

Il ritorno di Damien Hirst a Venezia: una storia Incredibile

Dopo giorni di attesa e mistero, Venezia ha sciolto le sue riserve, aprendo i battenti di Palazzo Grassi e Punta della Dogana e svelando gli incredibili e inestimabili tesori rinvenuti nel recupero di un antico relitto a largo delle coste africane. Il tesoro risale al I secolo a.C. e si compone di colossali gruppi scultorei in marmo, bronzo e oro, oltre che di innumerevoli manufatti di più modeste dimensioni ma altrettanto inestimabile valore.
L’entità del ritrovamento ha lasciato senza alcun dubbio la squadra di sommozzatori, guidata da Damien Hirst, quando si è trattato di ricostruire la storia dell’agognato bottino: non poteva che appartenere alla figura leggendaria di Cif Amotan II. Schiavo originario di Antiochia, poi divenuto uomo libero e ricchissimo.
Incredibile già al tempo, la storia della ricchezza di Amotan divenne leggenda dopo la tragica scomparsa dell’ex schiavo, in seguito al naufragio dell’“Unbelievable” il bastimento a bordo del quale viaggiava. Inabissatosi più di duemila anni fa, il relitto scomparve senza lasciare traccia almeno sino al 2008, quando sono iniziate le operazioni di recupero.
Un esclusivo e blindatissimo concerto dei Red Hot Chili Peppers, per pochi – fortunati – invitati, ha coronato l’apertura inaugurale dell’esposizione, che fino al prossimo 3 dicembre, farà brillare gli occhi di quanti andranno ad ammirare gli incredibili tesori emersi dal ritrovamento.

Treasure from the wreck of unbelievable. Damien Hirst

Se avete individuato delle dissonanze nel breve passaggio che avete appena letto, è del tutto comprensibile.
Tuttavia né la nota band californiana, né la figura di Damien Hirst in veste di archeologo e scopritore di tesori, sono gli intrusi di questa vicenda.
Di inventato c’è tutto l’incredibile: ovvero la leggenda dello schiavo liberato, la sua inestimabile ricchezza e il fantomatico nome del bastimento che la trasportava: l’”Unbelievable”. Di vero c’è tutto il resto; il possibile. E per “possibile” si intende quello che è in grado di architettare la fantasia sfrenata di un artista super quotato e multimilionario, vero Re Mida dell’arte contemporanea.

Damien Hirst

Prima dello spettacolare ritorno a Venezia, l’ultima apparizione di Damien Hirst risaliva al flop della serie “No Love Lost. Blue Paintings” del 2009, dai più decretato come un infruttuoso e troppo modesto tentativo da parte dell’enfant prodige britannico di darsi alla pittura; neanche si fosse trattato di un artista qualunque.
Per riscattarsi del precedente insuccesso, serviva un ritorno che fosse senza precedenti. E allora Damien Hirst cosa fa? Se li inventa, i precedenti.
Tesse le fila di una vicenda leggendaria e avventurosa, disegna i tratti di un fumoso protagonista, favoleggia di un inestimabile tesoro, e poi fa quello che avrebbe fatto un mago, o un regista di colossal holliwoodiani, o un novello Walt Disney: materializza l’immaginazione.
Semplice, lineare e possibile (se ti chiami Damien Hirst).
L’operazione è infine a tal punto semplicistica che, in un gioco di rimpalli tra finzione, verità e preziosissimi fake, finisce per minare e distruggere proprio il potere e la fascinazione dell’immaginazione. Un po’ come quando arriva attesissimo un film a distruggere l’architettura fantastica che avevate eretto sul vostro romanzo preferito.

Damien Hirst

Del resto Damien Hirst ha tanti talenti, meno che il senso del limite e della misura, o non sarebbe il genio della provocazione che è. Eccolo allora tornato agli eccessi cui ci aveva abituati: il decorativismo kitch, la monumentalità, lo sfarzo.
Ma era veramente quello che ci si aspettava da uno come lui?
Essere uno degli artisti più influenti e chiacchierati nel panorama odierno non dev’essere cosa facile (sebbene ci sia decisamente di peggio). Provi a fare in modo che si ricordino il tuo nome, sacrificando sull’altare dell’arte grossi mammiferi in formaldeide per procacciare il favore del mercato, e urti la sensibilità di molti. Allora provi a rientrare nei ranghi abbassando il tono e i livelli di provocazione, ma deludi le aspettative.
Sparisci dalle scene per digerire il fallimento, ma più stai fuori e più avrai da giustificare l’assenza…
Una doppia mostra, centinaia di manufatti realizzati nel corso di dieci anni da esperti artigiani, statue alte fino a 18 m in materiali preziosi, e una colossale storia inventata ad incorniciare il tutto.
La quantità giustifica l’assenza si, ma lo spessore concettuale e l’idea, sono consistenti abbastanza?

Damien Hirst a palazzo grassi

Da questo punto di vista l’operazione di Damien Hist ancora una volta, divide e crea dibattito.
Il suo tesoro, in mostra a Venezia, diverte e stupisce il pubblico; incuriosisce e affascina quanti si accontentano di credere alle meraviglie di una storia fantastica. Ma l’intento non è affidarsi all’invenzione per incantare, o si sarebbe dato al cinema. Inoltre chi vuoi che ti creda quando la spari così grossa, e ti chiami Damien Hirst?
Consapevole di ciò, l’artista dissemina, come in una caccia al tesoro (nel tesoro) indizi inequivocabili che dichiarino il falso di quei monumentali reperti: madrepore e coralli che inglobano un ancora riconoscibile Mikey Mouse, piercing sul corpo non più così classico di divinità ellenistiche, robottoni da fumetto manga ricoperti d’oro e incrostati di alghe o invasi da molluschi, sigle “made in china” incise a caratteri appena leggibili sul basamento di monumentali gruppi scultorei, ecc ecc.

Ironico, dissacrante, esagerato; oppure didascalico, semplicista, citazionista al limite del plagio (Jeff Koons, Bansky, Marc Quinn alcuni degli artisti a cui sembra ispirarsi).damien hirst
La spettacolare mostra di Hirst a Venezia incanta i visitatori e prova a rilanciare la figura dell’artista agli occhi dei collezionisti (ad oggi sono altissime le sue quotazioni ma altrettanto alta è la percentuale di opere invendute); tuttavia non convince chi non si lascia distrarre dallo spettacolo della grandezza o dalla spropositata ricchezza di quel prezioso, ma falso, bottino; chi si aspetta insomma un contenuto oltre la forma, e un messaggio oltre l’apparenza.

Di fronte a tanta ostentata opulenza, si resta come senza immaginazione; al punto da rimpiangere – quasi – la pura, semplice, stitica, minimalista, arte concettuale; quella che pure lascia senza parole, talvolta, ma almeno suscita pure delle domande.

Leave a Reply

%d bloggers like this: