Per una rinascita del sonetto

«Nisi quod pede certo / differt sermoni, sermo merus» 

C’è stato un periodo in cui scrivere poesia coincideva (almeno in parte) col comporre sonetti.

Votato da sempre al trasformismo, il sonetto non ha mai smesso di essere utilizzato: alterne vicende e alterni risultati compositivi hanno portato ad una continuità storica mai vista per un genere letterario, protrattasi dai primi anni del tredicesimo secolo fino ai giorni nostri. Ma è utile, oggi, parlare ancora di metrica chiusa e, in particolar modo di sonetti?

Certo, alla corte palermitana dello Staufen, dove il sonetto ha visto i natali per mano di abili notai-poeti, da sempre abituati al calcolo e alla precisione aritmetica applicata alla vita, dovette sembrare del tutto naturale contare il numero delle sillabe da inserire in un verso e il numero e il tipo delle rime da incrociare, affinché la composizione risultasse armonica e giustificasse la materia. L’architettura precisa del metro, la sua durata breve, la musicalità fatta di botte e risposte ravvicinate, devono aver in qualche modo influito (in positivo?) sull’ispirazione.

Non si dovrà aspettare molto prima che il sonetto prenda piede e compia “il salto sul continente” che lo porterà ad espandersi in zona toscana e ad affermarsi in seguito come una delle colonne portanti della tradizione poetica italiana, configurandosi (già allora) nel suo assetto fondamentale, nella sua morfologia definitiva.

Cristallizzato ma non immutabile, sebbene il campionario delle variazioni interne possa essere circoscritto per lo più ad alternanze rimiche, esso trova la sua linfa vitale nelle svariate possibilità interpretative. Il secolo scorso, breve e accartocciato su se stesso, è stato il primo a rompere con la tradizione metrica più classicamente intesa. Venendo traghettato da D’Annunzio, il sonetto si comporta per tutta la prima metà del novecento da fiume carsico: scompare dalle produzioni poetiche avanguardistiche; fa timidamente capolino nel repertorio ungarettiano e montaliano; ricompare con brevi incursioni nel primo Caproni.

Insomma, volendo utilizzare le parole di Paolo Giovannetti, la «modernità poetica degli italiani» può essere intesa come una cesura netta tra Otto e Novecento, quando «una generazione di poeti – nati dopo il 1880 – dà l’avvio a modi di concepire la parola in versi che si distinguono nettamente dal recente retaggio dannunziano e pascoliano»[1]. In un certo senso il verso libero o (“metrica liberata”, sebbene tutt’altro che arbitraria), ha contribuito al momentaneo disinteresse per la tradizione.

A Novecento inoltrato si riscontra però una “riscoperta” del sonetto e, quelle che fino al decennio precedente erano sembrate  le più cogenti necessità espressive, hanno lentamente lasciato spazio ad un rinnovato interesse per la forma chiusa. Nel mezzo: due conflitti mondiali e l’impressione che la poesia (e di conseguenza la metrica) dovesse piegarsi alla legittimazione di un senso.

Sonetto, dunque, inteso non più come mezzo necessario di espressione, ma come contenitore di parole, baluardo sicuro e inattaccabile a cui aggrapparsi in un periodo denso di incertezze.

«La certezza che viene dalla misura metrica e, anche mediante questa, dalla cosiddetta forma […] -scrive Fortini – è anche l’ambizione di produrre un oggetto, di diventare un oggetto, una cosa, un bene, come si suol dire, durevole»[2]. Sonetto, ancora, indipendentemente dalle licenze, come messaggero durevole di “ideologie”.

Ma che ne è, oggi, del sonetto? Quale senso può essere attribuito a quei quattordici endecasillabi nel ventunesimo secolo?

Un colpo di reni a tal proposito è stato già dato più di trent’anni fa, dopo pubblicazione del Galateo in Bosco (1978) di Andrea Zanzotto, canzoniere eclettico che raccoglie al suo interno una corona di quattordici sonetti più due, intitolata Ipersonetto. Con il margine di rischio necessario a contraddistinguere un’opera ambiziosa, si può dire che il Galateo abbia fatto scuola e che, da quel momento, il sonetto sia tornato alla ribalta (basti pensare al fenomeno del neometricismo, ai sonetti di Patrizia Valduga, a quelli di Raboni, agli “pseudosonetti” comici di Sanguineti).

Negli anni duemila, la produzione in forme tradizionali non può e non deve essere liquidata come approssimativa e liminale, né tanto meno essere messa al bando e tacciata di polveroso manierismo. Ricollegarsi alla tradizione, da un lato, e combatterla dall’altro, sono sempre stati i due cardini vincenti su cui basare un’operazione letteraria seria e consapevole. La vitalità della forma, comunque, sembra strenuamente resistere alle più recenti (nonché dubbie) operazioni metapoetiche e, anzi, accentuarsi anche dopo l’impennata neometrica degli anni ottanta e novanta. Accanto ad un aspetto di maniera e ad uno di parodia, si situa il sincero interesse nella sperimentazione sulla tradizione; una tradizione carica di secoli di storia che definisce uno spazio letterario -appunto- storico, e dunque malleabile e allo stesso tempo imprescindibile.

 

[1] P. GIOVANNETTI, G. LAVEZZI, La metrica italiana contemporanea, 1. Premesse teoriche, Roma, Carocci 2017, p. 11.

[2] F. FORTINI, Metrica e biografia, in I confini della poesia, a cura di L. Lenzini, Castelvecchi, Roma 2015.

Lorenzo Di Palma

Lorenzo Di Palma è nato a Chieti nel 1995. Frequenta il corso di laurea in Lettere Moderne e collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea dell' Università di Bologna.

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this