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RicercaBo 2017: un laboratorio imperfetto

Giunto quest’anno alla decima edizione, il “Laboratorio di nuove scritture” RicercaBo – erede a sua volta della precedente esperienza reggiana di RicercaRe – si conferma un’occasione importante dal potenziale in parte inespresso. Venerdì 3 e sabato 4 novembre 2017, nell’auditorium Biagi della Sala Borsa di Bologna, dodici scrittori – divisi equamente fra uomini e donne, quasi equamente fra poeti e prosatori – hanno come da tradizione offerto i loro testi al dibattito con il comitato scientifico e gli altri critici presenti. Queste le mie note su quanto di buono e meno buono si è ascoltato nei due giorni.

I poeti

La poesia, leggermente minoritaria, era rappresentata da quattro autori in versi più uno in prosa. A differenza di certe passate edizioni mancavano poeti pienamente appartenenti al settore della ricerca, sebbene – a dimostrazione dell’inconsistenza di certe etichette – nessuno proponesse uno stile puramente ‘lirico’, bensì diversi tipi e gradi di commistione, più o meno riuscita, fra tradizione e innovazione.

Marca (stereo)tipica di sperimentalità è l’estrema, stridente o giocosa polifonia linguistica che in forme molto diverse si ritrova nei versi di Eva Macàli e in quelli di Marilina Ciaco. I primi, con il loro divertente caos di objets (linguistiques) trouvés quasi neopalazzeschiano denunciano la loro originaria dipendenza da supporti audiovisuali (l’autrice è artista visiva), ma hanno troppo tenue coesione grammaticale per reggere sulla sola pagina scritta; i secondi appaiono molto più elaborati e inseriti in strutture di ampio respiro, ma l’ambizioso amalgama di lingue e registri non giunge ancora a fondersi in una voce armonica e incisiva. Programmaticamente ostiche e al tempo stesso fluviali, le sue poesie ‘stroppiano’, e potrebbero giovarsi di una maggiore messa a fuoco.

Convince di più l’operazione di Luciano Mazziotta, che pure ha pubblicato altrove componimenti più vicini ai modi avanguardistici, ma nei testi presentati a RicercaBo opta per un lavoro di formalizzazione e contenimento, restringendo la gamma semantica a un lessico medio, incastonando reminiscenze letterarie di varia provenienza, sfruttando metri e figure di stile tradizionali, intessendo refrain e richiami interni. Il suo è come un classicismo del disagio contemporaneo, che dimostra come il pessimismo e la nevrosi possano solo giovarsi di una mediazione formale minuziosa. Tanto che se Mazziotta qua e là eccede, lo fa in intellettualismo o nella ricerca della simmetria, non certo in spontaneismo.

I versi di Marica Larocchi, che non hanno potuto esser letti dall’autrice in persona, arrivano da un’altra generazione e, stilisticamente, da un altro mondo. Il classicismo delle sue poesie è tutt’altra cosa dal formalismo di Mazziotta: la cantabilità degli endecasillabi sciolti, le dïeresi, gli esuberanti preziosismi lessicali, lo sguardo proiettato su terre e tempi remoti sono quanto di più lontano esista dalle attuali tendenze sperimentali (ma anche da certa lirica ombelicale e minimalista), e proprio per questo risultano al confronto paradossalmente innovativi; ma l’estrosa miscela appare poco equilibrata e non al riparo dal manierismo, un po’ come rilevato per la più giovane Ciaco.

I narratori

Nutrita la rappresentanza dei narratori, in tutto sette, fra cui quattro recenti finalisti del premio Calvino. Gli organizzatori hanno sottolineato come questi autori siano felicemente lontani dalle tendenze di maggior successo commerciale recente, dal giallo all’autofiction alle commistioni fra romanzo e reportage. Ciò detto, i narratori di RicercaBo esibiscono stili ben diversi fra loro: dal medionovecentesco romanzo borghese e psicologico di Emanuela Cànepa, brava a rendere il torbido affiorare dell’attrazione omoerotica fra due ragazzi nella provincia italiana del 1959 con una scrittura capace di richiamare l’epoca senza pastiche (e che si alterna, nel libro, a capitoli ambientati nel presente e scritti in maniera più contemporanea), alle lettere dal carcere di Nicolò Cavallaro, che appiattiscono uno spunto assai valido (un epistolografo ambiguo e inaffidabile, carcerato per una colpa kafkianamente misteriosa, capace di passare in poche righe dalla più stucchevole tenerezza ad accessi di brutale gelosia) su una scrittura troppo ‘al grado zero’ che non rende come potrebbe gli estremi emozionali del personaggio.

La sperimentalità, però, si nota molto a fatica in queste prove. A meno di voler considerare tale l’opprimente tensione espressionistica di Andrea Esposito, la cui storia brutale scandita in una martellante paratassi, certo poco conciliante, ha però qualche punto di contatto con la letteratura mainstream degli ultimi anni e col cinema a essa strettamente legato (non è emerso, ma avrebbe potuto, il nome di Ammaniti). Vagamente simile la proposta del giovanissimo Luca Bernardi, che presenta una storia nuda e scabra dai ritmi secchi, quasi tarantiniana per ambientazione e dinamismo, ma senza compiacimenti ironici. E in effetti quel che distanzia questi autori dai Cannibali di vent’anni fa – accostamento più volte avanzato nel corso di RicercaBo – è la loro seria e realistica aderenza alla materia trattata, che non cerca effetti di scandalo o di iperrealismo fumettistico. Degrado e violenza sono rappresentati senza una glamourizzazione, neppure provocatoria.

Colpiscono per la crudezza del loro contenuto anche i vivi lacerti d’autoanalisi presentati da Paola Silvia Dolci, ai quali solo latamente si può riconoscere natura narrativa – piuttosto un diarismo frammentato ed esploso, in cui il tocco formalmente più interessante è l’ordine non cronologico che attraversa a zigzag diverse età della protagonista e del suo tormentato percorso psichico. L’autrice (nota finora come poetessa) è stata un po’ penalizzata in ogni caso nell’attenzione dei presenti dalla collocazione finale, come succederà anche nella sessione del sabato, conclusa dai due narratori più tradizionali del gruppo, Serena Patrignanelli e Piero Tallarico, che con le loro differenti scritture si collocano senz’altro entrambi in una linea più convenzionale rispetto agli ultimi autori menzionati.

Va osservato che proprio per la natura del loro lavoro questi autori si trovano ad affrontare una maggior difficoltà rispetto ai poeti. Nello spirito di RicercaBo, i critici presenti si cimentano ‘senza rete’ con testi inediti o comunque freschi di officina autoriale, che per lo più loro stessi leggono per la prima volta. L’apprezzamento dei brani narrativi risulta in generale più problematico di quello delle poesie per l’ovvia ragione che poche pagine stralciate da un romanzo non possono restituire un’impressione corretta dell’intera opera. Questo tanto più quanto più tradizionalmente è intesa la scrittura, e quando ci sono dunque una trama, degli sviluppi, una cornice di cui occorre tener conto. Al problema si sottraggono in parte quella prosa d’arte che quasi come la poesia punta tutto sulla formalizzazione linguistica, e il racconto breve in sé concluso: generi poco o punto rappresentati a questo RicercaBo.

La proposta a mio avviso più riuscita e interessante della due giorni si situa, forse a non caso, fra le due macrocategorie: Simone Burratti, poeta ma non versificatore, propone malinconici poemetti in prosa che si distanziano alquanto dagli stereotipi della ‘prosa in prosa’ diffusa oggi in area sperimentale, pur mettendone accortamente a frutto qualche tecnica, e azzeccano una scrittura asciutta, ‘a togliere’, intelligentemente attuale, che però non rinuncia alla soggettività e al lirismo. Burratti è in realtà un poeta romantico, nel senso migliore del termine. Non si sa se è per la loro difficile classificabilità che i suoi testi non sono stati menzionati nella tavola rotonda finale: si tratta a ogni modo di un’omissione che dispiace.

I critici

Al di là della qualità intrinseca dei testi selezionati, che è evidentemente condizionata in primis da ciò che passa il convento, il pregio e il carattere distintivo di RicercaBo è la sua natura laboratoriale, nel doppio senso della partecipazione collettiva e dell’elemento di novità che si suppone apportato dei testi, spesso ancora non fissati in forma definitiva. Quanto dunque l’edizione 2017 è riuscita a tener fede alle sue parole-chiave di laboratorio e novità?

La partecipazione di pubblico relativamente scarsa è purtroppo connaturata a questo genere d’eventi. Non ho d’altronde la competenza per giudicare quali strategie comunicative avrebbero potuto far sì che la prestigiosa, centralissima location si riempisse di più. Ma anche l’interazione con gli happy few presenti non ha sempre funzionato a dovere. La giusta preoccupazione da parte dei moderatori per il rispetto delle tempistiche (di fatto rispettate venerdì, sforate sabato) è giunta fino a porre pressione su chi interveniva dal pubblico, troncando inspiegabilmente alcuni (e solo alcuni) interventi – e, temo, inibendo successivi potenziali contributi. Ma gli stessi autori, com’è stato fatto notare, non hanno interagito quanto auspicabile, sia preferendo (in un paio di casi) non offrire una replica alle questioni dei critici, sia soprattutto non intervenendo insieme agli stessi dopo le letture dei loro colleghi. La discussione è stata comunque sostenuta dai contributi puntuali degli organizzatori – Renato Barilli, Niva Lorenzini, Gabriele Pedullà – e degli altri critici che sono intervenuti in maniera sistematica (particolarmente pregevoli le osservazioni di Cecilia Bello Minciacchi e Sergio Rotino); ma è mancato, anche per una gestione non ottimale dei tempi, il pieno coinvolgimento di tutti. Per le stesse ragioni anche la tavola rotonda conclusiva si è risolta in brevi inquadramenti sintetici, ma non ha consentito – contrariamente a quanto previsto e promesso – l’inclusione di altre voci.

Se la dimensione del laboratorio è stata dunque imperfetta, la rassegna di testi non sempre ha mostrato evidenti novità ma se non altro ha mostrato come queste non per forza s’identifichino con lo sperimentalismo più marcato. Forse più diseguale il livello dei poeti che non quello dei narratori, buona in entrambi i campi la pluralità di voci che pure rende difficile identificare linee forti e coerenti. Non aiuta in questo l’ordine poco perspicuo delle letture, che non ha accostato testi che sarebbe stato invece fruttuoso mettere a immediato confronto. Non si può pretendere che RicercaBo sia uno specchio preciso di tutto quanto c’è di nuovo e buono nel panorama letterario nazionale, eppure al netto di certe convocazioni che lasciano perplessi le scoperte o le conferme di valore non sono mancate neppure quest’anno. La formula, insomma, funziona ancora. Il traguardo simbolicamente importante del decimo anniversario può esser occasione per ripensare alcuni aspetti organizzativi a beneficio delle edizioni venture, che piacerebbe vedere più focalizzate e soprattutto più partecipate, in tutti i sensi della parola.

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