Ribelli, precari e populisti nell’era complessa

A chi tocca fare la rivoluzione? E come? Mentre ci riflettiamo bene, magari studiamo ancora un altro po’

“Sono un ribelle, mamma” cantavano gli Skiantos[1] qualche anno fa, e chissà cosa avrà pensato Freak Antoni di tutti quei ragazzi che, nella sua Bologna, si sono ribellati ai tornelli in biblioteca.[2] Sta di fatto che in Italia i “ribelli” non sono mai mancati, almeno sulla carta, e lo storico Paolo Buchignani ha da poco pubblicato un saggio[3] per rendere loro omaggio (rima canzonatoria). Abbiamo avuto il più grande Partito comunista d’Occidente, ma da noi non è mai riuscita a mettere radici una solida socialdemocrazia di tipo europeo: i nostri socialisti/comunisti col riformismo hanno sempre convissuto male, storicamente.[4]

 

Molto, troppo, secondo Buchignani, ha pesato il “mito della Rivoluzione”. Dal Risorgimento agli anni di piombo, è stato tutto un fiorire di rivoluzionari, di agitatori che ce l’avevano più a sinistra di altri (e talvolta così a sinistra da ritrovarsi all’estrema destra[5]). A parole, quantomeno. E mica solo in Italia, a pensarci bene. Gente che nel 2017, magari, aspetta che il proletariato ribalti tutto. Ma “proletari” chi? Dove sono, che fine hanno fatto? Si chiamano ancora così i protagonisti, presunti o veramente tali, del conflitto di classe?

 

Stando a Guy Standing – autore del bestseller Precari. La nuova classe esplosiva[6] –,  è il precariato la nuova classe del capitalismo globale, la classe che ha preso il posto del proletariato nella lotta per il cambiamento sociale. Spiega Standing che «i nuovi movimenti politici emergenti per aver successo devono essere costruiti sulla classe emergente. La classe emergente alla fine del XIX secolo era il proletariato e le forze progressiste di quell’epoca dovevano stare con il proletariato. Oggi possiamo avere politiche progressiste solo se si basano sul precariato.»[7]

Ma si dà il caso che il precariato sia più attratto dalle sirene populiste (quale sarebbe, d’altronde, la vera alternativa offerta loro?), quelle che tessono gli elogi di una “retrotopia”[8] e che sbandierano istanze sociali con uno spirito decisamente conservatore (come nella fantasmagorica, però in via di ridefinizione, “destra sociale”). Il politologo Marco Tarchi[9] definisce il populismo una “mentalità”, non un’ideologia (è qualcosa di meno), né uno stile retorico (è qualcosa di più). Si tratta di una reazione alla sensazione di smarrimento/sgretolamento di una determinata comunità, comunità quindi intesa come un tutt’uno, senza classi sociali né fratture o conflitti. È una forma mentis che rinnega la complessità dei fatti e dei problemi, che tende a cercare e a dare risposte immediate, semplici e rassicuranti.

 

Ad esempio, è da “populisti” spiegare il disagio di un territorio partendo da un’unica causa o affrontarlo con un’unica soluzione. I risvolti negativi di un approccio di questo tipo sono tanto più grandi ed evidenti in relazione all’attuale fase storica, che assomiglia parecchio al tramonto di un’epoca. Scrive Pierluigi Fagan nel suo Verso un mondo multipolare[10] che «il problema è che entriamo in un mondo nuovo con modi di vita, istituzioni sociali e sistemi mentali vecchi».

 

Dobbiamo riconoscere che «non solo le strutture del nostro vivere associato – democrazie delle élite (dette “democrazie rappresentative” o “di mercato” o “liberali”), Stati-nazione, economie capitalistiche e quant’altro – sono tutti portati dei tempi, ma anche che il nostro stesso mondo cognitivo, la nostra tradizione culturale, i sistemi di pensiero, le credenze, la nostra ragion pratica, derivano da quel tempo che stiamo lasciando in gran fretta. Che siano il moderno concetto di democrazia liberale, il mito della libertà economica di mercato, l’idea che ci evolviamo grazie alla competizione, la sensazione che declinando in tecnica la nostra scienza possiamo creare ogni tipo di mondo, la convinzione che il mondo cambierà grazie alla rivoluzione proletaria, i principali sistemi di pensiero che definiscono la nostra immagine del mondo sono del XIX secolo.»[11]

Tuttavia, nel XIX secolo sul pianeta eravamo soltanto 1 miliardo, oggi siamo 7,5 miliardi (presto 10). Il capitalismo è nato e si è sviluppato in una Terra molto meno affollata di questa in cui viviamo. Abbiamo assistito ad un periodo di straordinari, repentini e continui cambiamenti, avvenuti in un lasso di tempo assai ristretto (in proporzione alla precedente storia dell’uomo): dal 1950 in poi si è registrata «la triplicazione della popolazione, la quadruplicazione degli Stati e l’impennata di tutti gli indicatori di stress ambientale»[12]. Se il mondo si mostra sempre più complesso, il pensiero (politico e non solo) deve essere all’altezza. Perciò bisogna studiare.

 

 

[1] https://www.youtube.com/watch?v=MPxfWOqiCKs.

[2] http://www.ilpost.it/2017/02/13/la-storia-dei-tornelli-alluniversita-di-bologna/.

[3] P. Buchignani, Ribelli d’Italia. Il sogno della Rivoluzione da Mazzini alle Brigate Rosse, Venezia, Marsilio, 2017.

[4] cfr. L. Paggi, M. D’Angelillo, I comunisti italiani e il riformismo. Un confronto con le socialdemocrazie europee, Torino, Einaudi, 1986.

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Fascismo_di_sinistra.

[6] G. Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, Bologna, Il Mulino, 2014.

[7] http://fondazionefeltrinelli.it/il-precariato-e-la-nuova-classe-del-capitalismo-globale-10-03-2016/

[8] Z. Bauman, Retrotopia, Bari-Roma, Laterza, 2017.

[9] M. Tarchi, Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Bologna, Il Mulino, 2015.

[10] P. Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, Roma, Fazi, 2017.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

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