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Ren Hang. Chi era il giovane artista cinese, morto suicida il 25 febbraio scorso.

Viveva a Berlino perché in Cina le sue opere gli avevano procurato più di una volta l’arresto e il carcere, perché lì l’esposizione della nudità è reato e come tale, punito. All’estero le sue fotografie di nudo incontrano il consenso della critica, la sua popolarità aumenta rapidamente, si guarda a lui come al nuovo Araki.

Studiava marketing nel 2008, anno in cui si avvicina per la prima volta alla fotografia. Perché il nudo? Mah, perché era facile che gli capitasse di vedere i suoi compagni di stanza così, ai tempi del college. Annoiato dagli studi, Ren Hang comincia a fotografarli. E’ così che ha cominciato: da autodidatta e senza un motivo preciso. Nel 2010 la sua carriera sembra mettere le ali – come molti dei suoi soggetti. Il popolare artista cinese Ai WeiWei incoraggia il suo lavoro, la sua vita è un susseguirsi di mostre collettive, poi personali, libri e cataloghi in uscita, riviste di moda che ambiscono ad editoriali che portino il suo nome e Ren Hang che continua, con sorprendente indifferenza, a fare solo quello che gli riesce naturale.

Ren Hang

Non credeva che le sue foto dovessero significare precisamente qualcosa: «ognuno vede quello che vuole vederci», diceva laconico nelle rare interviste che concedeva. Anche perché i suoi scatti espliciti sembravano concedere allo spettatore ben poca immaginazione.
Non sceglieva di fotografare quello che fotografava con spirito di contestazione, e se superava i limiti non lo faceva per puro gusto della provocazione: «Io non ci vedo dei taboo, faccio semplicemente quello che faccio».
Per quante volte potevano arrestarlo, lui continuava imperturbabile ad affrontare esplicitamente ciò che per comune senso del pudore si lascia inespresso, o si tiene nascosto. Il suo era un immaginario fatto di cose assolutamente normali, per lui. Come a voler dire, con quel fare inespressivo che talvolta aveva: di cosa dovrei avere paura? Che cosa c’è di sbagliato in quello che faccio? Sono i vostri taboo a limitarvi, perché dovrei esserlo anch’io?
Quella che facilmente poteva essere interpretata come la spregiudicata e ostinata provocazione di un artista irriverente, nato e cresciuto in un paese dalla censura facile, non era che naturale inclinazione di una persona eccezionalmente sensibile, pacata e incredibilmente timida.
Era capace di disarmare qualunque intervistatore con le sue risposte telegrafiche. Apparentemente, si presentava come un artista che non aveva niente da dire al mondo; niente che non avesse già delegato ai suoi scatti, dove, del resto, non si riscontrano impliciti sottintesi.

ren hang @credits

L’immaginario di Hang è fatto di visioni assurde e surreali, interpretazioni contorte di corpi umani destrutturati, scomposti (volendo in duplice accezione) e ricomposti in forme che iniziano, ma non si sa dove finiscono. Uomini e donne completamente immersi nella natura o che diventano loro stessi dune e deserti; e poi fiori, ciliege, pavoni, colombe; elementi accessori nella spontanea quanto inaspettata rappresentazione di visioni segrete, in cui è il corpo l’assoluto protagonista.
Su come riuscisse a coniugare purezza e poetica all’erotismo più esplicito, neanche lui stesso ha mai fatto vanto di comprenderlo, né di averne la minima consapevolezza: “mah, fotografo quello che vedo […] No, non pianifico nulla […] Dove? Qualsiasi posto può essere adatto: il tetto di un grattacielo, una stanza d’albergo, un parco, un divano, una vasca da bagno…”
Come se l’importante fosse al di là dell’evidenza più esplicita: «avverto la reale essenza delle persone attraverso i loro corpi nudi» diceva, riferito alla sua opera.

«fotografare mi fa sentire un forte senso dell’esistenza».

La semplicità era senza dubbio la dote comunicativa più forte di Ren Hang, in tutte le sue accezioni e sinonimi.
Modesto (o semplicemente sincero?) quando diceva di non avere in mente un messaggio preciso, e che le sue visioni si prestavano a qualsiasi interpretazione possibile o potevano non averne affatto bisogno. «Niente è sbagliato».

Umili, tanto da sembrare provocatorie, le sue risposte telegrafiche:
– Cosa ti ispira? «tutto»
– Il successo ha cambiato la tua vita? «mh… no»
– Non hai paura della censura? «No. Purché non mi arrestino, quando fotografo dimentico ogni avversità».
La sua semplicità era anche candore, leggerezza, innocenza, puerilità e spontaneità; un mix reso possibile dal legame che aveva con i suoi soggetti, e la fiducia che loro nutrivano verso di lui.
Ren Hang fotografava soltanto i suoi amici, compagni o amanti. Le donne no, erano modelle che posavano per lui. Aveva in mente un ideale preciso di femminilità, sceglieva sempre donne cinesi: corpi esili, pelle chiara, unghie laccate, capelli lunghi, lisci, neri, rossetto rosso. Nonostante le continue censure, e anche dopo aver lasciato la Cina, continuò ancora a fotografare corpi di uomini e donne cinesi, se gli si domandava perché, «credo si fidino di me», rispondeva.
L’essere diretto, sincero e senza filtri era caratteristica non solo del suo linguaggio visivo, ma del suo stesso modo d’essere.
Sul suo sito, oltre a pubblicare i suoi scatti, Ren Hang aggiornava periodicamente il pubblico con note personali che archiviava sotto la voce “la mia depressione”.

Sconforto e tristezza hanno pervaso il mondo dell’arte, quando si è diffusa la notizia della sua morte, avvenuta per suicidio. Amarezza per la scomparsa di un artista che avrebbe avuto ancora molto da dire al mondo, nel solo modo che conta: attraverso le sue opere.
Sconforto e tristezza, ma nessuna sorpresa. Nessun segreto per Ren Hang, neanche stavolta.

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Un messaggio di cordoglio è apparso sulla home page del FOAM di Amsterdam, che il 27 gennaio scorso aveva inaugurato l’ennesima mostra per celebrare il talento del giovane artista, ancora in calendario fino al prossimo 12 Aprile. Così come era in lavorazione anche una monografia edita dalla Taschen, interamente dedicata alla sua opera, in uscita il prossimo Marzo.

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