Ragnatela

[Marcature fatali]

È stato a lungo uno dei grandi taboo delle due ruote: la tripletta iridata consecutiva; Peter Sagan, nel 2017, l’ha sfatato, prima di lui nessun atleta era riuscito a compiere l’impresa in novant’anni. Nel 2008 tenta l’impresa un omino capace di numeri unici con la maglia della nazionale: Paolo Bettini da Livorno, arrivato all’ultima corsa della carriera. Il Grillo vuole chiudere col botto, davanti al suo pubblico: dopo i sigilli di Salisburgo e Stoccarda, vuole vincere a Varese.

Franco Ballerini schiera la consueta squadra monstre, tutta votata al terzo sigillo del livornese. Tutto sommato questo non preoccupa le altre squadre più di tanto: gli ultimi due mondiali Bettini li aveva risolti quasi da solo. l’Italia aveva contribuito a tener chiusa la corsa e Paolo, al momento giusto, aveva colpito. In questo, più che a un grillo, assomiglia a un ragno acquattato nella giungla:  gli basta un morso, piccolo e fatale. La zingarata di Salisburgo, due anni prima, ha fatto scuola: Bettini aveva colto i frutti di un attacco orchestrato dagli spagnoli a pochissimi metri dal traguardo, e si era preso la corsa. L’anno dopo, il copione si è ripetuto: attacco di Sanchez, Bettini lo segue, si forma il gruppo buono, il livornese lo regola senza apparente difficoltà. Così, mentre l’Italia si coccola un collettivo fortissimo, gli avversari vivono nella maledetta paura del morso di Bettini. Paolo li lascia fare, si comporta in tutto e per tutto come il leader unico della squadra:  incolla su di sé i loro occhi. Se un italiano vincerà il mondiale, sarà Paolo Bettini.

L’aspetto inossidabile dell’Italia e del suo capitano è, come spesso accade, un’arma a doppio taglio: il peso di tener la corsa cucita ricade tutto sulle loro spalle. Quando una fuga di tre uomini prende un vantaggio superiore al quarto d’ora, l’onere dell’inseguimento ricade interamente sugli azzurri. L’Italia tira e ricuce con disarmante semplicità. Arrivati a ridosso dei fuggitivi, si scatena la controffensiva: Cunego porta via un gruppetto di cui fa parte anche Bettini, assieme a molti altri favoriti della vigilia. Restano fuori solo due pezzi grossi, Boonen e Freire: tocca a Spagna e Belgio inseguire. Quando la caccia va a buon fine è evidente  a tutti la gran forma di Bettini, la sua ruota diventa ancora più ambita, soprattutto quando si va verso l’ultima asperità di giornata.

Salita dei Ronchi, forzano ancora gli italiani: Cunego, Rebellin, Ballan, a loro si unisce qualche avventuriero e la fuga va. Bettini? È in gruppo, alla sua ruota ci sono Boonen, Valverde, Zabel e Freire, gli avversari più pericolosi. Il livornese pedala impassibile, gli altri lo guardano increduli: ha appena perso l’ultima corsa della vita, la possibilità di una tripletta storica. Anche lui sembra pensarla così: pedala con gli occhi bassi, ancora concentrato, sembra pensare a come ribaltare la corsa. È tutta apparenza: il campione uscente ha appena deciso il mondiale, e l’ha vinto.

Nel gruppo davanti, infatti, i tre azzurri fanno un buon gioco di squadra: ai meno tre chilometri, Alessandro Ballan pianta una fiammeggiante fucilata da autentico finisseur. Ben protetto da Rebellin e Cunego, galvanizzato dalle urla della folla, Ballan alza le braccia nell’ippodromo di Varese e veste l’Iride. Appena questa notizia arriva al gruppo dietro, Bettini alza le braccia, applaude saluta le due ali di pubblico, batte pacche sulle spalle ai compagni in una gioia che sembra incontenibile. L’Italia ottiene a casa sua il terzo titolo mondiale consecutivo, è cambiato il protagonista, ma poco importa. Le immagini televisive spesso sono impietose: accanto a Paolo pedalano Freire e Zabel, con gli stessi occhi bassi che il livornese sfoggiava poco prima. Divorati dalla paura di essere punti, sono caduti nella tela senza rendersene conto.

Varese, 28 settembre 2008

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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