Quo Vadis

Dal pomeriggio rovente di Gerusalemme alla sera Romana. Una Roma in cui il sole disegna gli antichi bagliori delle fiamme di Nerone. Nel nostro caso un giovane Nerone albionico: si chiama Simon Yates. Per due settimane ha dato fuoco al Giro, mostrando una cristallina superiorità, fino all’intervento esterno che capovolge le sorti della storia. Questa volta Marco Vinicio, che si libera dalle corde di due brutte cadute, di una condizione un po’ ritardataria, di una serie di critiche e sussurri sull’onorevolezza di un pronto ritiro, si chiama Christofer Froome, è nato in Kenya ma corre anche lui sotto la bandiera di sua Maestà. Nella storia, appena conclusa, c’è spazio per molti altri per altri personaggi: l’erculeo Ursus, con viso e fattezze dell’olandese Tom Dumoulin, per esempio, i vari famigli Pinot, Pozzovivo, Formolo e compagnia. Forse è il caso di riavvolgere il nastro di questo Peplum rosa destinato a rimanere per molto tempo nella nostra memoria.

Grande protagonista della nostra storia è ovviamente la strada, l’unica a poter stabilire definitive gerarchie, molto più dei palmares e delle imprese passate o recenti: le prime due settimane di strada avevano adombrato il campione uscente Dumoulin, e addirittura eclissato Froome, il grandissimo favorito a tutto vantaggio del giovane Yates, fino a quel punto cannibalico, freddo, e inarrestabile. Sin dall’arrivo dell’Etna il giovane britannico si è ritagliato il ruolo di assoluto padrone della corsa: lasciata la vittoria di tappa al compagni Chavez si veste di rosa, vincendo poi sul Gran Sasso, a Osimo, ancora a Sappada. Anche se, a dirla tutta, il giorno prima di Sappada, Chris Froome aveva dominato la difficile salita dello Zoncolan e, nonostante ci avesse provato, Yates aveva dovuto lasciarlo andare. Allo loro spalle, solido e spaventoso come un Moloch, Tom Dumoulin non voleva saperne di cedere.

Con queste premesse si arriva all’ultima settimana aperta, dopo il giorno di riposo, dalla crono di Rovereto: Dumoulin non vince di un soffio, non riesce a vestirsi di rosa, fa un po’ meno paura; anche Froome non fa paurissima, relegato al quarto posto, a quattro minuti. L’imperatore Simon è preoccuoato, ma comunque piuttosto serafico, nonostante Roma sia ancora lontana. Il suo cauto ottimismo non viene scalfito nemmeno da quei trenta secondi lasciati per la strada a Prato Nevoso.

L’incubo si manifesta il giorno dopo, con la forza di uno schiaffo, o di un pugno: scalando il Colle delle Finestre le gambe di Yates si irrigidiscono, il suo fisico ha deciso; basta così. La maglia rosa si stacca, naufraga: arriverà al traguardo con quasi mezz’ora, circondato dai suoi pretoriani. La battaglia per il Giro si è svolta molto lontano da lui e ha avuto come protagonisti i due favoriti annunciati: Dumoulin, maglia rosa in pectore, ma davvero per poco; soprattutto Chris Froome che non avendo più il problema Yates ha comunque sulle spalle il peso di dover rifilare almeno due minuti all’olandese. Il Kenyano opta per una soluzione di forza, un piano folle: un forcing terribile portato dalla sua squadra sin dal mattino e una fuga partita a più di ottanta chilometri dal traguardo, iniziata in salita, rintuzzata in discesa e proseguita in solitaria fino al traguardo di Bardonecchia. Dietro di lui, dopo le crisi nere di Yates e Pozzovivo dovute al ritmo infernale, gli altri contendenti al podio, tutti scalatori, fanno lavorare il solo Dumoulin che, non potendo fare altro, se li carica sulle spalle e tira come un maledetto – verrebbe quasi da dire dannato, come quel suo connazionale costretto a veleggiare per l’eternità, solo che quello là poteva volare; il nostro olandese, invece, per muoversi deve pedalare continuamente, o stramazza in terra – e lui tira, tutto sommato limitando i danni, nonostante gli scatti continui dei suoi più leggeri avversari sull’ultima salita. Froome tappa e maglia rosa, ma con un vantaggio tutto sommato scarso: una quarantina di secondi sull’olandese. Di Yates ormai non resta nemmeno l’ombra lontana.

L’ultima tappa ostile, con arrivo a Cervinia, offre materiale per l’ultimo scontro: il basco Nieve si invola da lontanissimo verso la vittoria di tappa, il francese Pinot salta per aria e si ritirerà la sera dopo, liberando un posto sul podio a vantaggio del giovane Lopez. Restano solo Froome e Dumoulin: il primo deve solo marcare, il secondo può solo attaccare, nonostante lo scatto in salita non sia la sua arma migliore. Sono comunque commoventi i cinque attacchi che Tom, con le ultime forze, il volto di cera e le labbra bianchissime, porta al suo avversario. Dopo l’ultimo, è la maglia rosa a partire, ma si ferma subito, quasi a dire: “Tom, io ci sono, su questo tipo di salita, oggi, non mi stacchi mai: se ti va, arriviamo assieme”. Così sarà.

Queste sono state le risposte dell’arena montuosa prevista dal Giro nelle sue ultime giornate: un crudele pollice verso all’inglesino Yates; un serto rosa per il suo più maturo connazionale; l’onore delle armi al campione uscente. Tutto questo è comunque poco se consideriamo l’impresa compiuta da Froome nella tappa di Bardonecchia: una fuga comunque da cineteca che gli leva di dosso lo smalto di corridore noioso, incapace di emozionare, distaccato, uno che sarebbe venuto al Giro solo per fare presenza. Tutt’altro: Chris ha dimostrato di tenere alla corsa rosa, sapendo reagire da vero campione alle difficoltà come, pochi anni prima di lui, avevano dimostrato già Nibali e Contador, protagonisti di imprese almeno assimilabili a questa – Contador nella Vuelta 2012 a Fuente Dé; Nibali a Risoul, Giro 2016 – accomunabili a lui anche perché entrambi presenti in quello stretto club di corridori capaci di ottenere in carriera la Triplice Corona la vittoria in tutte e tre le grandi corse a tappe. Rispetto a questi si iscrive in un club ancora più ristretto: i vincitori di tre grandi corse consecutive – solo Eddy Merckx e Bernard Hinault, nomi non banali. Ci sarebbe certo, quell’inciampo sul salbutamolo alla Vuelta: la sua positività, dopo nove mesi, non è ancora stata giudicata. Pensare che Chris abbia compiuto la sua più grande impresa sportiva di fatto sub judice fa male: al sistema innanzitutto, a lui e a ciascuno di noi come tifosi. Queste vicende andrebbero chiuse in modo molto più veloce. Perché bene o male questo Giro è stato corso, i corridori supercontrollati e risultati tutti puliti – fatto testimoniato dalle svariate crisi nere – la sua storia è stata scritta. Pensare di doverci prima o poi metterci mano per conseguenze di processi tardivi è sin d’ora truculento.

Tutte queste riflessioni ci riportano dove dove siamo partiti. Il tramonto romano, tra le curve di un sinuoso circuito cittadino, tra la Roma dei papi e degli imperatori: tra fori, fontane e sanpietrini. Ecco, proprio le pietre del circuito, sconnesse e scivolose, obbligano la giuria a neutralizzare il tempo ai primi giri, lasciando spallate e rischi ai gladiatorii velocisti. La spunta Sam Bennett portandosi 3-4 nei confronti di Elia Viviani, il campione olimpico comunque si porta a casa la maglia ciclamino e quattro splendide vittorie di tappa. Questa volata sullo sfondo rossissimo del Colosseo lancia un laccio nemmeno troppo invisibile verso lo sprint degli Champs Élysées e il Tour in generale: anche sulla strade francesi troveremo ancora Froome – nel tentativo di centrare una doppietta che manca da Pantani 1998, ma sottomessa alla decisione del tribunale cui ci si riferiva sopra – Dumoulin, ma anche altri blasonati avversari come Vincenzo Nibali, Nairo Quintana, Mikel Landa e altri. Noi, per ora, ci consoliamo pensando che il Tour parte tra non moltissimo, poco più di un mese, ma resta la forte sensazione che il Giro assieme alla Vuelta si conferma una corsa altamente spettacolare, adatta ai ribaltoni e poco consona a essere controllata in modo noioso. Ora tocca a Chris dare sfoggio di questa rinnovata verve da campione di altri tempi, tocca a lui lasciare le sponde tranquille e rimettersi in cammino verso Parigi, a Nibali e agli altri il tentativo di crocifiggerlo.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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