Quando il Lenglen sembra il Foro Italico

C’è qualcosa che si ricorderà per sempre di questo Roland Garros. Non tanto il vincitore, quanto uno sconfitto. Mai come questanno, infatti sono stati i battuti a fare la storia e siccome al Café l’epopea del quasiman(colui che arriva ad un passo dal risultato, ma non lo raggiunge) è uno degli argomenti che più amiamo vediamo chi sia questo sconfitto memorabile.

Parliamo per una volta di Italia. QuellItalia che tanto ci sta facendo penare in Coppa Davis e in FedCup per il quasi inesistente ricambio generazionale, ci ha stavolta regalato alcune gioie e molte speranze per il futuro.

Dopo un primo turno che ha falcidiato alcuni dei nostri nomi noti come Seppi, Lorenzi, Schiavone, Errani e Bolelli (un lucky loser poco fortunato, avendo trovato Nadal al primo turno), abbiamo avuto delle gradite sorprese da Deborah Chiesa (uscita al primo turno, ma giocando alla pari con Belinda Bencic), Camila Giorgi, Tomas Fabbiano, Matteo Berrettini, Marco Cecchinato e il solito Fabio Fognini.

Fabbiano è stato estromesso da Coric al secondo turno, Berrettini al terzo da Thiem, Giorgi al terzo da Stephens per 8-6 al terzo. Sconfitte arrivate da nomi eccellenti, quindi non possiamo dirci insoddisfatti del livello espresso dai nostri ragazzi. Che si intraveda un futuro?

Tornando a chi nel torneo ci è rimasto. Dopo le buone prove di Roma e Strasburgo in molti riponevano le poche speranze italiane in Fognini. Fabio a Parigi non si è lasciato sopraffare dalla pressione giocando alcuni match dei suoi, tutti genio e gran colpi, lasciando da parte la sregolatezza. Nelle due partite al quinto set contro Edmund e Cilic ha giocato con intelligenza e calma, complicandosi la vita con partenze a rilento, ma mettendo in campo tutta la sua classe tenendo testa a due giocatori più in alto di lui in classifica. La corsa di Fabio si è fermata ad un passo dai quarti di finale, proprio contro il croato Cilic autore di una prestazione più solida della sua.

Ma tutti i cuori italiani (e non solo) si sono accesi per Marco Cecchinato. Nome poco noto, il 25enne palermitano ha raggiunto la fama mondiale raccogliendo scalpi importanti.

Cinque set per sbarazzarsi del romeno tutto servizio Marius Copil, tre per infrangere i sogni del lucky loser Trungelliti (e della sua nonna al seguito), quattro per superare un osso duro sulla terra come Pablo Carreno Busta, testa di serie n. 10. I quarti di finale sembravano irraggiungibili, invece ha avuto ragione in quattro set di un Goffin (n.8) malandato per prepararsi ad affrontare la scalata impossibile: Novak Djokovic.

Il serbo pare aver ritrovato il 70% dellantico smalto e tutti, lui compreso, sono convinti che il 70% sia più che sufficiente per fare un sol boccone di questo intruso al tavolo dei grandi. Dopo due set in tasca allitaliano, Djokovic riesce ad imporre il proprio ritmo e a portarsi 2-1, facendo percepire di poter ribaltare la partita. Parte infatti con un convincente 4-1 anche nel quarto, Cecchinato cerca di restare in scia, ma sul 5-3 30-0 Serbia sembra tutto rimandato al quinto set. Improvvisamente quattro punti per Marco riportano la parità, mantenuta fino al 6-6. Il tie break è un capolavoro al cardiopalmo.

Cecchinato parte con un convincente 3-0, Nole recupera e si gioca punto a punto. Si alternano i set point tra gran colpi ed errori. Alla fine una discesa a rete garibaldina è fatale al serbo. Cecchinato è in semifinale. Trionfo. Il campo Suzanne Lenglen è una bolgia come solo il Pietrangeli sa essere. Sembra di stare al match decisivo di Coppa Davis.

Djokovic abbraccia lavversario, ma incassa il colpo. Forse salterà la stagione sullerba. Marco invece è al settimo cielo. Lo aspetta Thiem, terraiolo solidissimo in grado di piegare (udite! udite!) Nadal a Madrid.

La partita con laustriaco è giocata con coraggio, determinazione e un podi aria trasognata. Thiem non molla un centimetro, sa quanto possa essere combattivo litaliano e non vuole farsi infilzare come Djokovic, soprattutto dopo aver disinnescato due mine vaganti come Nishikori e Zverev: fa buona guardia. Così, dopo un primo set lottato e ceduto e un altro tie break mozzafiato, stavolta perso, il buon Marco non ce la fa più. Un terzo parziale che è solo formalità suggella la finale Thiem-Nadal.

Già, Nadal. Lo spagnolo ha archiviato facilmente la sua semifinale con un Del Potro in grado di tenergli testa per un set solo, ora si prepara ad affrontare il giovane Thiem, nella speranza di ribaltare il confronto di Madrid, sapendo che, nonostante la freschezza fisica possa arridere al suo avversario, potrebbe essere la grande esperienza accumulata sulla lunghezza dei cinque set condita dall’abitudine a giocare a questi livelli a offrirgli una grande mano. Suggestioni, queste, destinate a non trovare grandi riscontri nella partita: Nadal si impone in tre set – 6-4 6-3 6-2 – non lasciando mai intravedere momenti di calo.

Il match, tuttavia, è più infuocato di quanto il risultato non mostri: il giovane Thiem tira spesso a tutto braccio, costringendo anche Nadal ad alzare l’intensità di gioco, per sua sfortuna il maiorchino si adegua e non si lascia impressionare troppo. Lottatissimo il primo set, durante il quale Nadal, dopo aver breakkato l’avversario alla prima occasione, è costretto a cedere il servizio, evento che non si ripeterà più; lo spagnolo lo recupera comunque facilmente e chiude il set in scioltezza, complice anche l’avventatezza di Thiem: nel momento in cui è più in palla, giudica male un colpo, perdendo un punto fondamentale, e getta alle ortiche il successivo. Leggerezze che, con questo avversario davanti non puoi permetterti. La sfida continua equilibrata e impari anche nei due set successivi, nonostante un problemino fisico per Nadal: lo spagnolo continua a dominare, Thiem a tirare a tutto braccio nel tentativo di rialzare la testa. Non cambia il risultato: un break nel secondo set, due nel terzo, e al giovane austriaco non resta che pensare all’anno prossimo.

L’immagine conclusiva di questo torneo è quella che abbiamo visto tante altre volte, undici per la precisione: Rafael Nadal con la coppa dei moschettieri tra le mani, questa volta abbiamo addirittura visto qualche furtiva lacrima. In effetti, vincere uno slam undici volte non è esattamente cosa di tutti i giorni. Morale della favola, il quadretto si chiude come si era aperto: a volte il Lenglen sembra il foro Italico, spesso gli assomiglia anche lo Chatrier; da entrambi i campi passa Nadal e il trofeo lo segue.

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