Il presente ha un problema con la Storia

Il passato, come in un titolo di Leonardo Sciascia, ci serve a futura memoria (se la memoria ha un futuro)

 

Sono passati 25 anni dall’uscita del libro più famoso e fumoso di Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man.[1] L’Unione Sovietica era da poco implosa, a Maastricht quella europea faceva finta di nascere ufficialmente, la democrazia liberale sembrava non avere più rivali in tutto l’Occidente. Eppure… Eppure questi sono stati anni tremendi, di conflitti sparsi per il mondo, di guerre civili e guerre per la pace, di stragi terroristiche a sfondo religioso. Come tanti figli di Fukuyama e di quel suo libro, noi che viviamo nel 2017 mostriamo di avere qualche problema con la Storia.
Il politically correct, quando è fine a se stesso – e cioè sempre più spesso – assomiglia molto al fanatismo. Un fanatismo sui generis, sia pure, che spopola tra i progressisti più retrogradi di oggi, al punto che viene da chiedersi se questo non sia altro che un modo subdolo di rinnegare la problematicità e la complessità, un tentativo fuori tempo massimo di combattere contro mulini a vento. Una tendenza particolarmente diffusa nel campo dei cosiddetti Cultural studies, in cui l’interesse non di rado pare più convergere sulla riscrittura arbitraria e strumentale, piuttosto che sull’analisi critica di certi fatti e fenomeni. E così capita di leggere che l’unione degli studenti della SOAS (Università di Londra specializzata in Studi orientali e africani) abbia chiesto di eliminare dal programma Platone e Kant perché simboli del colonialismo bianco.[2]

 

Questo approccio tendenzioso gode di un’eccezionale fortuna soprattutto negli Stati Uniti. Prendiamo ad esempio magistrale Donna Zuckerberg, classicista e fondatrice del portale Eidolon, sorto per discutere dei classici antichi da un punto di vista moderno e femminista. La sorella di Mister Facebook nel post in cui ha presentato la linea editoriale della piattaforma ha dichiarato che gli studi classici hanno radici profonde nel fascismo e nella “white supremacy”.[3] In questo modo la Storia è trasformata, a tavolino, in un eterno presente, e l’anacronismo in uno strumento d’indagine: non un’idea esattamente geniale e neanche rivoluzionaria.

 

L’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump ha, tra l’altro, segnato un revival di posizioni estremiste ed è notizia degli ultimi mesi la “battaglia dei monumenti”, con l’obiettivo di rimuovere le statue raffiguranti i secessionisti sudisti e in generale “i simboli d’odio e di divisione razziale”: la furia iconoclasta non ha risparmiato neanche Cristoforo Colombo.[4] Ma è forse la damnatio memoriae il destino inevitabile di un Tempo che non ha punti di riferimento? Per domare l’attualità è forse necessario e utile prendersela con il passato fino a cancellarlo? E la rimozione di un simbolo non è essa stessa un atto simbolico, suscettibile di essere attratto in una reazione a catena potenzialmente senza fine e confine?

 

In un articolo di pochi giorni fa, il New Yorker, nella persona della storica ed esperta di cose italiane (e meno male!) Ruth Ben-Ghiat, si è chiesto come mai in Italia siano ancora in piedi parecchie costruzioni risalenti al fascismo.[5] La studiosa ha chiamato in causa niente meno che il Palazzo della Civiltà Italiana, anche noto come “Colosseo quadrato” dell’EUR, il quartiere che Benito Mussolini fece costruire per l’Esposizione Universale del 1942. Si tratta di un edificio che, oltre ad avere un importante valore storico, ha conservato una non trascurabile importanza a livello artistico: basti pensare che Federico Fellini – non certo un nostalgico fascista – si lasciò ispirare da questo luogo “metafisico” per alcune scene (tra cui una de La dolce vita).[6]

E non si creda che questa idiosincrasia nei confronti del divenire storico sia prerogativa esclusiva degli anglosassoni. Laura Boldrini, che passerà alla storia – qui in minuscolo – per il suo impegno a favore della parità di genere grammaticale, ebbe a dire, a proposito di partigiani e Resistenza, che “c’è chi non si sente a proprio agio passando davanti ai monumenti fascisti”.[7] E, del resto, non dovevano sentirsi a loro agio nemmeno gli sgherri dello pseudo-Califfato a Palmira, prima di fare scempio immondo di un Patrimonio dell’Umanità.[8] E come non compatire i neonazisti ucraini, che hanno fatto scomparire le statue di Lenin?[9]

 

Mi avvio a concludere, riponendo il sarcasmo nel fodero, ma non rinunciando a citazioni. Salvatore Quasimodo, in una sua celebre poesia, invitava i “figli” a dimenticare le atrocità commesse dai “padri”.[10] Al contrario, qui si sarebbe invece tentati di concordare col Primo Levi di Se questo è un uomo e con quel suo “meditate che questo è stato”.[11] Perché il senso della Storia sta tutto lì, in quella riflessione prospettica, fatta dunque – come in un titolo di Leonardo Sciascia – a futura memoria (se la memoria ha un futuro).[12]

 

 

 

 


[1] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, BUR, 2003.

[2] http://www.telegraph.co.uk/education/2017/01/08/university-students-demand-philosophers-including-plato-kant/.

[3] https://eidolon.pub/welcome-to-the-new-eidolon-3b8a4230da5b.

[4] http://www.corriere.it/esteri/17_agosto_23/usa-perche-guerra-statue-nuovo-obiettivo-cristoforo-colombo-b48c65a2-8813-11e7-a960-ee4515521d95.shtml.

[5] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy.

[6] https://www.youtube.com/watch?v=RM8j5Dpg5E4.

[7] https://www.youtube.com/watch?v=HIMszVS4qYo.

[8] http://www.lastampa.it/2017/01/20/esteri/palmira-lisis-distrugge-la-facciata-del-teatro-e-il-tetrapylon-YGmQhAqNMj2OkVVffkX3tJ/pagina.html.

[9] http://www.independent.co.uk/news/world/europe/lenin-statues-removed-soviet-union-russia-crimea-ukraine-bolshevik-communist-petro-poroshenko-a7903611.html.

[10] S. Quasimodo, Uomo del mio tempo, dalla raccolta Giorno dopo giorno (in Id., Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2003).

[11] P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2014.

[12] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Milano, Adelphi, 2017.

 

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