• Home
  • /
  • Attualità
  • /
  • Tutto il potere a quale popolo? Le parole e le cose di Donald Trump

Tutto il potere a quale popolo? Le parole e le cose di Donald Trump

È il 1984 quando una giovane ragazza si siede davanti a un vecchio professore di Storia Contemporanea per sostenere un esame in cui prenderà 29.

“Peccato per quel popolo, signorina”. Questa la ragione del punticino in meno: l’aver utilizzato il termine popolo, secondo il prof. “parola di stampo fascista”.

La giovane ragazza è mia zia G., che frequentava ai tempi l’università di Lettere a Torino, e proveniva – il professore lo ignorava – da un’ambiente famigliare tutt’altro che fascista.

Una delle prime cose che si mettono in chiaro, sui manuali di diritto costituzionale, è il significato della parola popolo, che non è lo stesso di quello della parola popolazione. Per la definizione di popolazione ce la si cava di solito con “un insieme di individui che vivono in un determinato territorio”. La parola popolo è un termine giuridico, in quanto tale più specifico, che indica “l’insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato, ed esercitano la sovranità”.

Fuori dai manuali e dentro alla storia, però, i tempi, le circostanze, e le dottrine politiche hanno contribuito a fare del popolo un soggetto camaleontico, stratificato nei suoi significati, strumentalizzato dagli interessi delle classi dominanti, abbindolato dalla retorica del sentimento e del patriottismo, diversificato nelle sue implicazioni e nelle sue componenti. La sua marcata polisemia ideologica ha portato a commettere le più assurde atrocità o a combattere le più giuste battaglie, in suo nome. C’è il popolo delle adunanze di Mussolini al balcone, c’è il volk hitleriano, c’è quello dell’“Avanti popolo, alla riscossa”, c’è quello del primo articolo della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti…”).

C’è un popolo diverso per ogni bocca che lo pronuncia: quella di Donald Trump lo fa per ben 10 volte, durante un discorso di inaugurazione lungo 16 minuti circa. Dice, tra le altre cose: “Stiamo trasferendo il potere da Washington per ridarlo a voi, il popolo”. “To you, the people”, a ricalcare quel “We, the people”, preambolo alla Costituzione degli Stati Uniti. Ma di quale popolo si tratta?

Ho ripescato su youtube un altro discorso di inaugurazione, quello del 2009 di Barack Obama, per fare un confronto. Ammetto: volevo vincere facile. Populismo e nazionalismo sono -ismi di moda, ed ero pronta ad utilizzare la prova del divario lessicale che credevo di trovare nei discorsi dei due presidenti per analizzare il conseguente divario politico, per sostenere la bontà di un modello contro l’altro.

E invece ho scoperto che anche Obama pronuncia la parola “people” ben 6 volte (una in riferimento a quello iracheno). Meno del suo successore, ma comunque abbastanza perché resti una parola-chiave nel suo discorso. Entrambi parlano dunque al popolo e di popolo, ma così come diversi erano i popoli intesi da Zia G. e dal suo professore, diversi sono quelli di Obama e di Trump.

La stessa cosa accade con la terza parola che completa, anche sui manuali, la famosa triade, accanto a popolo e popolazione: la nazione, la grande invenzione del 1800, “un’entità storico-culturale che indica un insieme di soggetti legati tra loro dalla comunanza di razza, lingua, costumi, tradizioni e religione”.

Per 13 volte ricorrono il termine “nation” e il suo aggettivo “national” nel discorso di Trump, per 11 volte nel discorso di Obama, ed entrambi fanno un ampio utilizzo della retorica nazionale.

Il discorso di Trump agisce però sui concetti di popolo e nazione come una pessima lavatrice sui vestiti: li restringe. Il significante rimane invariato, è il significato che cambia. Questo restringimento generale si declina poi economicamente nel protezionismo economico e nell’isolazionismo (“buy American, hire American”), socialmente nello smantellamento del welfare (l’Obamacare e la legge per limitare l’aborto, per esempio), politicamente in una atrofizzazione dei diritti civili (Lgbt, minoranze).  È questo restringimento nelle sue molte facce a dettare la linea della sua presidenza e a rappresentare il più grande pericolo per la democrazia così come invece la vorrebbero quelli che non l’hanno votato. Si restringe il popolo, si restringe la cittadinanza, si restringe la nazione, e con lei le lingue, le religioni e le etnie che essa è pronta ad accogliere nel suo bacino. Ne viene fuori un’America striminzita.

E’ evidente alla vista: si passa dalla folla multietnica del 2009 a un mare di facce bianche e caucasiche. Davanti a quella folla monolitica di wasp, il tentativo Trumpiano di ricucire, perlomeno con una delle componenti escluse, è linguisticamente goffo: “brown, black or white” siamo tutti patrioti, dice Trump, ma sembra più la parodia di una pubblicità della Ringo che una vera apertura al mondo afroamericano.

Entrambi i presidenti, nel 2009 e nel 2017, fanno riferimento alle Scritture; d’altro canto, Obama è più preciso nell’elencare tutte le religioni che stanno dentro la sua nazione: “Cristiani, Musulmani, Indù, Ebrei, Non-Credenti”. L’unico riferimento trumpiano alle componenti religiose diverse da quella cristiana è l’obiettivo di “sradicare il fondamentalismo islamico dalla faccia della terra”. Ed ecco un’altra caratteristica linguistica nel discorso di Trump, che in Obama non trova equivalenti: la sua violenza.

Non si tratta di una dichiarazione di guerra aperta al resto del mondo, o della solita affermazione dell’egemonia e della superiorità statunitense, di una presunta missione civilizzatrice americana che più si confà alla retorica del George W. Bush post-11-settembre; si tratta di qualcosa di più sottile, subdolo e rivolto verso l’interno. È una nuvola semantica e lessicale violenta (più volte esce la parola “blood”, sangue, e la contigua “carnage”, carnaio), con cui si dipinge uno scenario apocalittico (“ravages, hardships, crime, gangs, drugs, decay, struggling, pain, destroying, stealing, ripped, shuttered, eradicate, unstoppable”, fino al drammaticissimo “I will fight with every breath in my body”), in cui i pochi buoni – i bianchi, americani, produttori –  devono combattere i molti cattivi, che sono dentro e fuori i confini nazionali, e per farlo devono sostanzialmente chiudersi al resto mondo ed eliminare i corpi estranei al proprio interno.

La faccia brutta di questo nazionalismo, variazione sul tema di altri nazionalismi occidentali alle cui malefatte abbiamo già assistito, è la sua natura escludente, è la sua decisione di definirsi attraverso la contrapposizione con chi è altro da sé. Trump sarà pure il tornado anti-establishment che spazza finalmente via i volti noti della politica, ma la sua è una vecchia ricetta.

Che questo tipo di nazionalismo sia riproposto, con le dovute varianti, proprio negli Stati Uniti, e che raccolga un così ampio consenso, ha dell’ironico: se esiste infatti una realtà statuale che – per sua intrinseca natura – poco si adatta a questa precisa ed escludente forma di nazionalismo, questa è l’America. In una sua tarda intervista, Hannah Arendt, emigrata negli U.S.A. nel 1941 dopo essere scappata dalla Germania, quando le chiedevano che impressioni avesse avuto una volta giunta in America, ancora poteva dire: “La mia impressione dominante è che l’America non è uno Stato-nazione. E gli europei fanno fatica a comprendere questo semplice fatto, che dovrebbero conoscere: questo paese è unito non dà un eredità, nè dai ricordi, nè dal suolo, nè dalla lingua, nè da un’origine identica. Non ci sono americani nativi qui, gli indiani sono spariti, ciò che è rimasto sono i cittadini, e non sono uniti che da una sola cosa – che è già molto -: si diventa cittadini degli Stati Uniti con la semplice accettazione della Costituzione. La Costituzione, che è un pezzo di carta dal punto di vista francese o tedesco, e si può modificare, qui è un documento sacro, un ricordo costante di un atto unico e sacro, che è l’atto di fondazione degli Stati Uniti. La fondazione è consistita nel riunire tutte le minoranze etniche e le disparate regioni senza però assimilare o fare sparire le differenze. Tutto questo è molto difficile da comprendere per uno straniero”. Sembra che l’America di cui parlava la filosofa tedesca naturalizzata statunitense sia definitivamente sparita.

Alla luce di queste considerazioni, diventa rilevante un’altra differenza tra i due i discorsi presi in esame: mentre Obama più volte fa riferimento ai documenti fondativi americani, il discorso di Trump manca di qualunque accenno alla carta costituzionale.

Per tre volte, invece, Trump utilizza la parola “borders”, confini, (dopo poco annuncerà la costruzione del muro al confine con il Messico e impedirà l’ingresso negli USA a quasi tutti i cittadini del Medio Oriente). Anche Obama la usa, per dire però che “non possiamo più permetterci indifferenza per le sofferenze fuori dalle nostre frontiere”.

L’aneddoto della zia e del professore, da cui siamo partiti per questa analisi linguistica, nasconde una lezione che ora si fa manifesta: non esistono parole neutre.

Cosa ha in mente Trump quando parla di popolo? Più che potere al popolo, quello di Trump è “potere sul popolo”. Con le parole dei due filosofi francesi Dardot e Laval, riferite originariamente al modello di Marine Le Pen ma in questo caso quanto mai azzeccate, “Vuole rafforzare in maniera autoritaria il potere dello stato a svantaggio proprio del popolo, [quell’enorme fetta di popolo che viene esclusa dal suo nazionalismo, verrebbe da aggiungere] ovvero la possibilità di tutti di partecipare alla vita politica”.

Ho detto che la nazione è stata la più grande invenzione del 1800, che è un po’ come scoprire l’acqua calda. Il mondo non ha sempre usato le stesse costruzioni geopolitiche per organizzarsi e definirsi, e questo è noto. Prima c’erano i grandi Imperi multietnici, di cui l’ultimo e più illustre rappresentate è stato l’Impero asburgico, fatto di slavi, austriaci, tedeschi, serbi, croati, e disintegratosi alla fine della prima guerra mondiale. Dopo, il paradigma della nazione ha definitivamente sostituito quello dell’impero premoderno nel nostro modo di pensare il mondo.

Joseph Roth, oltre a essere un grande scrittore, è stato forse il più grande cantore di questa transizione. Nostalgico della dinastia asburgica, era un monarchico convinto e strenuo detrattore dello stato-nazione, che gli sembrava irrazionale. Nel “Il busto dell’imperatore”, parla dell’Impero asburgico come di “una casa con tante stanze”.

Il modello dello stato-nazione che Roth aborre, sul nascere (dai primordi della Rivoluzione Francese, ai primi costituzionalismi dell’800, fino al nostro Risorgimento) non era stato caratterizzato dal razzismo e dall’aggressività, quanto da una certa collaborazione tra nazioni e solidarietà per raggiungere l’indipendenza, mentre nella seconda metà della sua lunga parabola si è fatto invece più aggressivo, si è inquinato mischiandosi con il discorso della superiorità della razza, accompagnandosi a un certo bellicismo e ad un esasperato virilismo, diventando il protagonista di alcune delle pagine più buie della nostra storia.

Se ancora non riusciamo, duecento anni dopo, a fare a meno dei concetti di popolo e di nazione per passare ad altro (non certo all’impero multietnico tanto amato da Roth, quanto a nuovi paradigmi sovranazionali, internazionali, federalisti, tentativi che vediamo in questi giorni traballare se non fallire del tutto), se i tempi non sono maturi per pensare e realizzare questo superamento, ciò che davvero bisogna fare è intendere il popolo e la nazione nei loro significati migliori. I significati di Obama, per esempio – con tutti i limiti dei suoi 8 anni di presidenza.

Se le molte coincidenze lessicali tra il discorso di Obama e quello di Trump rivelano che parole come popolo e nazione rappresentano ancora i concetti con cui ci muoviamo nel nostro spazio politico e culturale, ora più che mai occorre ritrovare una maniera più sana di essere popolo e di essere nazione.

L’America, più di ogni altro Stato, ben si adatta all’immagine della grande casa a più stanze, eppure sembra aver traslocato nella sua cucina, abbandonandosi alla paranoia della sua media borghesia, sbarrando la porta ai mostri, reali o immaginari. Facciamo in modo di opporre a questo generale restringimento un allargamento uguale e contrario, partendo dall’accessibilità ai diritti: civili, politici, sociali.. L’America – o una sua porzione – ha deciso di diventare un monolocale. Non dimentichiamoci, noi, delle altre stanze, le loro come le nostre, teniamole ben arieggiate. Ho sentito recentemente un’intervista a Guy Verhofstadt, europeista convinto (sì, quello che ha chiuso la porta in faccia a Grillo, per intenderci). Diceva una cosa intelligente. Trump può essere l’onda d’urto in risposta alla quale finalmente costruire un’Europa più unita. Anche l’Europa è una casa con tante stanze. Se proprio non riusciamo a farla diventare un loft o un open-space, cerchiamo perlomeno di lasciare delle porte aperte.

I modelli politici sono per loro natura contagiosi, specie in un mondo irrimediabilmente globalizzato come è quello di oggi. C’è il rischio che il modello-Trump si imponga come esempio altrove e velocemente, c’è molta paglia pronta a bruciare in Europa, e voci pronte a seguire. A questo modello dobbiamo essere capaci di contrapporne un altro, altrettanto convincente. Preso atto che esiste un “popolo di Trump”, e che i dispositivi con cui lui si rivolge a questo popolo sono efficaci, così come le proposte che formula facedo leva sulle sue paure, la domanda che dobbiamo porci è: a quale popolo vogliamo parlare noi, e come, con quali parole? Ma soprattutto, che tipo di popolo vogliamo essere?

Camilla Marchisotti

Camilla Marchisotti, classe 1993, è cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta. A Torino ha vissuto per un certo periodo nella stessa via di Natalia Ginzburg, e questo non le sembra di certo un caso. Anche perché il lessico familiare (e tutto ciò che ne compete) è il campo d’azione della maggior parte delle sue follie. Una tra queste è la decisione di lasciarsi alle spalle due anni di Giurisprudenza all’Università di Torino, per spostarsi a Bologna a studiare Lettere Moderne. A suo dire Bologna l’ha resa una persona ancora meno costante perché passa le giornate a peregrinare da un’attività ad un’altra: lettura, scrittura, studio, lezioni, lunghe passeggiate, cinema e fantasticherie varie. Sempre in movimento tra attualità e letteratura, è stata per molti anni parte attiva dell’associazione Libera, e le alcune sue fantasticherie sono state pubblicate dalla rivista online “404 – file not found“. Tra le sue passioni più recenti Annie Ernaux e le poesie di Patrizia Cavalli. Tra quelle meno recenti, la Costituzione, che continua imperterrita a citare. Quando non è impegnata nelle sue mille attività, è facile trovarla a cercare qualcosa. È infatti solita perdere le sue cose ovunque, soprattutto nei posti che la fanno sentire a casa.

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: