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Post-verità. Un errore contemporaneo inaccettabile


Termine dell’anno per l’Oxford Dictionary, menzionato da Renzi durante il suo discorso post referendario, ma già al centro del dibattito durante la Brexit e le elezioni americane, di tanti fatti accaduti in questo 2016 è la post-verità il feticcio con il quale ci avviamo verso la fine dell’anno.

Le discussioni successive alla Brexit e alle elezioni americane, l’introduzione del termine nell’Oxford Dictionary e l’affermazione di Renzi per cui “siamo nell’era della post-verità” non solo registrano una tendenza linguistica o politica ma vanno oltre, la istituzionalizzano. È successo nel linguaggio, ed è successo nella politica. La creazione di un neologismo, per identificare un determinato ventaglio di fenomeni, implica, tra le altre cose, la legittimazione delle conseguenze pratiche originate da quei fenomeni.

Post-verità e post-fattualità

Vivere nell’era della post-verità significa allora ammettere la possibilità di mettere tra parentesi i fatti. Post-verità significa che la credibilità di un’affermazione, di un avvenimento o di un’opinione non dipende dalla sua aderenza ad un fatto ma da quanto queste siano in grado di appellarsi alla parte più emotiva e irrazionale degli uomini.

La post-verità mette un discussione il fondamento stesso della cultura occidentale, ed una delle sue più importanti conquiste, faticosamente affermatasi a partire dall’Illuminismo: la necessità che una proposizione che descrive uno stato di cose, per essere vera debba aderire ai fatti della realtà.

Non solo, ma la credibilità di una proposizione si basa su due fattori principali: in primo luogo la possibilità di ritenere credibile colui che afferma la proposizione, la sua autorialità, il fatto che in genere la persona, l’istituzione, il sito web o la testata da cui traiamo l’informazione si esprima a partire dai fatti, condivisibili o meno che siano.

Se finora il dibattito si è disputato sul terreno delle interpretazioni, accettando che in qualche modo ci dovesse essere una concordanza sul fatto intorno al quale si scatenavano le interpretazioni, con la post verità si va oltre, voltando le spalle al fatto, lo si crea, si recide il legame con la realtà delle cose. In secondo luogo, la possibilità che l’affermazione si inserisca all’interno di una rete di ragioni a supporto della credibilità dell’affermazione.

L’invasione macedone di false notizie ha dimostrato come la post-verità debba in qualche modo mantenere il primo punto, la pretesa di autorialità, attuata attraverso la creazione di siti falsi che potevano essere riconducibili a fonti attendibili di una certa fazione politica.

Con la post verità salta completamente il secondo punto, la richiesta di ragioni a supporto di un’affermazione. Questo è stato possibile perché quelle affermazioni si appellano all’emotività dei lettori e non alla loro razionalità; disponendosi ad un livello non-razionale della discussione.

Recidere il legame tra credibilità e razionalità può essere estremamente pericoloso e soprattutto, siamo disposti ad accettare che la razionalità non entri più a far parte delle condizioni di credibilità di un fatto?

Saremmo disposti a credere nell’esistenza di alieni perché altrimenti un universo in cui ci fosse vita solo sulla Terra sarebbe deprimente? Ovviamente no, almeno, non in un contesto scientifico. C’è chi lo fa, ma semplicemente non viene preso sul serio.

E allora, perché dovremmo prendere sul serio chi afferma cose in-credibili in ambito politico e culturale? E soprattutto, è nel nostro interesse legittimare pacificamente l’avvento della post-verità?

Dalla parte dei media

La post-verità è un fenomeno da combattere, non da legittimare. In tal senso, i due più grandi centri di informazione si stanno muovendo.

Google e Facebook stanno prendendo provvedimenti per penalizzare i siti e le testate che diffondo false notizie. Google, linkando nei risultati di ricerca i siti di fact-checking al fine di fornire gli strumenti agli utenti per stabilire l’attendibilità di una notizia. Facebook cercando di penalizzare quelle pagine e quei contenuti che diffondono informazioni false. Queste due mosse non sono tuttavia libere da problemi.

La strategia di Google rischia semplicemente di arrivare troppo tardi. Più sopra abbiamo sostenuto che un fatto, per essere vero, deve inserirsi all’interno di una rete di ragioni a sostegno della sua credibilità. La verità deve, in altre parole, essere argomentata, e soprattutto, richiede uno sforzo bilaterale.

La post-verità si pone tuttavia su un piano differente rispetto allo spazio delle ragioni. Le fake news non sono affermazioni irrazionali, bensì pre-razionali, appellandosi all’orizzonte emotivo delle persone legittimano la possibilità di piegare la realtà ad interpretazioni tendenziose generando false credenze.

La pretesa di Google di avanzare garanzie di attendibilità delle notizie non mette al riparo dalla post-verità perché questa ha mostrato che l’autorità garante non vanifica il dubbio e può essere aggirata. La post-verità insinua il dubbio laddove non dovrebbe esserci, nella realtà.

Che i canali di informazione raccontino i fatti in maniera fedele come punto di partenza di interpretazioni possibili con cui concordare o meno è un atto di fiducia entrato in crisi in questi anni. Al fine di generare il cosiddetto wow-effect e lo si vuole perché maggiormente monetizzabile, si è deciso semplicemente di creare fatti ad hoc, sfruttando proprio la fiducia che le persone nutrivano verso l’onestà dei canali di informazione. Il wow-effect funziona tanto per le fake news quanto per le forme tradizionali di informazione.

Diversamente stanno le cose per Facebook. Il problema delle bufale rischia di allontanare sempre più utenti dalla piattaforma. La tendenza attuale che vede sempre più più utenti utilizzare Facebook come fonte di informazione primaria potrebbe invertirsi.

Ma questo è proprio ciò che Facebook vuole evitare. Dichiaratamente il social network aspira a diventare tramite unico e necessario tra gli utenti e i contenuti web.

Secondo alcuni, questa tendenza porterebbe ad una caduta in disuso dei siti web a favore di un utilizzo di piattaforme social per veicolare i propri contenuti privati e corporate.

A mio avviso, queste tendenza se si verificasse non sarebbe priva di problemi.

Per usare un parallelismo con il linguaggio ordinario, la pretesa di Facebook è di diventare la nuova grammatica del linguaggio digitale. Qualsiasi contenuto, per essere espresso e messo in circolazione, dovrebbe seguire le regole sintattiche imposte da Facebook.

Il problema è che in primo luogo la sintassi di Facebook è tutt’altro che definita ed efficiente, ed il problema delle echo-chambers e delle fake news lo dimostra. Avremmo a disposizione un linguaggio che ci dice quello che già sappiamo e che non sarebbe in grado di distinguere il vero dal falso.

Un solipsismo estremo che, per assurdo, va contro al progetto originario di Facebook, come piattaforma digitale in grado di rendere possibile uno scambio di informazioni tra utenti anche molto distanti tra loro e non legati dal alcuna relazione diretta se non la presenza sul social network.

C’è tuttavia un secondo problema. Facebook non è un filtro “ingenuo”. Potenzialmente, un linguaggio dovrebbe consentire di esprimere un numero infinito di frasi. Le potenzialità dell’italiano, ad esempio, sono illimitate rispetto ai concetti esprimibili.

Questo non è il caso di Facebook. Il social network non impone regole solo sintattiche ma anche semantiche

Si noti che è necessario che sia così, altrimenti non si vede come potrebbe risolversi il problema delle fake news all’interno di Facebook stesso se non con un intervento “autoritario” da parte di chi eroga il servizio. Una mossa alla Google vanificherebbe il tentativo di Facebook di porsi come medium unico del web perché pone il criterio di convalida delle informazioni all’esterno del mezzo stesso.

A mio avviso, Facebook non sarà in grado di essere una valida alternativa ai siti finché manterrà un sistema quantitativo di attribuzione del valore.

Un tale sistema è necessariamente destinato a non valorizzare (o magari lo sarà e lo spero) la qualità – nel nostro caso l’attendibilità delle informazioni diffuse – così come le democrazie hanno dimostrato di non poter essere un efficace strumento di rappresentanza delle minoranze.

Andrea Petronca

Classe 1989, nato a Monza. Laureato in Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Milano. Collaboro con BE-MA editrice, casa editrice milanese, per cui mi occupo di turismo. Petronca Sportivo appassionato e scostante. Il mio grande interesse sono le relazioni sociali, la loro contingenza e la necessità delle regole che generano.

Un commento

  • gianluigi delucca

    03/05/2017 at 11:21

    Ho un’opinione diversa. La post-verita’ e’ una conseguenza ineluttabile della nostra epoca. Combatterla e’ un inutile dispendio di energie. Partiamo dalla verita’ dei fatti, mito di ogni buon giornalista all’inglese. La sua esistenza e’ stata sconfitta ovunque, a partire dalla scienza per finire nelle aule dei tribunali. In effetti al contrario. Prima si e’ dimostrato che non esistono due testimoni che riportino una stessa “realta’” e poi che ognuno di noi non solo vive la sua “realta’”, ma in effetti la costruisce a posteriori dopo averla incontrata. Poi c’e’ la credibilita’ o autorevolezza del testimone. Anche questa e’ stata distrutta. Chi scrive per comunicare, riporta “fatti” accaduti a lui, ma letti da persone che non hanno nessuna possibilita’ di controllarli. Che sia l’articolo scientifico su dati sperimentali, che sia l’articolo di cronaca di un paese lontano, che sia il video di un bacio tra una coppia, che sia la foto di un viso, tutto potrebbe semplicemente essere falso o completamente inventato. A questo punto e’ possibile scrivere qualsiasi cosa, tutta la responsabilita’ di attribuzione di “verita’” ricade sul lettore, qualsiasi sia l’opinione di chi scrive. A questo vengono educati i giovani d’oggi, sono loro a dover decidere quella che sara’ la loro verita’. Infine le cosidette “fake news” sono pre-razionali, perche’ il nostro mondo lo e’ piu’ di prima e lo sara’ sempre di piu’ in futuro. La tecnologia riporta le “cose”, alla loro essenza magica. Tutti usano il telecomando, anche quello che non sanno leggere. Tutti sanno cambiare le pile perche’ altrimenti non funziona. Quanti sanno “come” funziona? Quanti saprebbero ripararlo? Quanti, anche sapendo ripararlo, avrebbero accesso ai pezzi necessari per effettuare la riparazione? 1 su diecmila? Se passiamo all’automobile o alla lavastoviglie, al cellulare, al pc, uno su centomile e tutti quanti forse nessuno..Anche qui le nuove generazioni imparano la programmazione dei robot alle elementari, speriamo in loro, ma sicuramente non sara’ sufficiente quando saranno maggiorenni. Infine, la globalizzazione. Il normale cittadino vorrebbe partecipare alla vita politica e sociale. Dovrebbe partecipare alle riunioni condominiali, di circoscrizione, del comune, che trattano dalla gestione dei rifiuti all’assistenza sanitaria e sociale, alla promozione commerciale, .ecc….e naturalmente essere aggiornato sulle relative politiche e pratiche della provincia, della regione e inquadrare il tutto all’interno della normativa nazionale ed europea. E dopo attenta valutazione partecipare alle elezioni (!!!) condominiali, circoscrizionali, comunali, regionali, nazionali ed europee. Impossibile anche a tempo pieno, figurarsi nel tempo libero. Midnight Magazine e’ un buon esempio di post verita’, perche’ anche di questa esiste il buono ed il cattivo.

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