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Pordenonelegge 2017 – 3. Calpestare l’universo passando per strada

C’è un curioso aneddoto su Ungaretti: prima di salpare per un viaggio in Brasile, qualcuno lo ferma per dirgli che Montale è appena diventato senatore; Ungaretti si gira, rabbioso, rispondendogli “se Montale è senatore, Ungaretti fa l’amore”. La rivendicazione del vitalismo, il suo pulsare incessante nelle arterie del corpo, nelle trincee delle parole, tra quanto segna la distanza tra inchiostro e sangue, e il bianco della carta, cambia non solo il corso della poesia italiana ma quella mondiale (da ricordarsi, a proposito, la sua influenza su Ferlinghetti). Lettere a Bruna, appena uscito per Mondadori, ci apre a un Ungaretti anziano, di 78 anni, profondamente e perdutamente innamorato di Bruna Bianco (26, ai tempi), con una foga adolescenziale senza reticenze e filtri. Ai nomignoli si affianca il fuoco del desiderio, al resoconto degli impegni quotidiani la poesia, gli incontri, le incombenze, il tutto illuminato dai fari di un amore totale e totalizzante. Ungaretti è stato scelto come voce narrante per la prima televisiva dello sbarco sulla luna, perché il compito del poeta è quello di guidare il pubblico televisivo verso l’ignoto e in queste fitte pagine, ci guida verso un luogo dove chiunque di noi è passato ma pochi hanno iniziato a scavare a braccia nude. L’incontro in una sala gremita di gente, con il curatore Silvio Ramat e il poeta Davide Rondoni, ha visto anche la presenza di una frizzante Francesca Cricelli e della stessa Bruna Bianco. Rondoni, collegandosi a una domanda sull’ermetismo ha lanciato quella che potrebbe essere intesa come provocazione ma che è la tesi di un pamphlet di cui condivido l’impianto ideologico: rendere l’insegnamento della poesia nelle scuole facoltativo. Il libro dove sviscera questa tesi è Contro la letteratura (Il Saggiatore, 2010). Sulla stessa linea di pensiero un altro saggio molto divertente di Berardinelli ed Enzensberger Che noia la poesia (Einaudi, 2006). Ed è strano per me allinearmi perfettamente a due intellettuali da cui prendo le distanze pressoché su tutto. Ma questo aspetto mi è utile a focalizzare il problema: l’insegnamento scolastico, questo tipo di insegnamento scolastico è forse la causa maggiore del cortocircuito che si è creato tra poesia e lettori. Ha ragione Rondoni ad affermare che chi accetta questo stato di cose, commette un crimine verso la poesia; ha ragione a ritenere questo tipo di approccio verso la poesia schematico e freddo, mettendo in secondo piano quello che nell’etimo di studio è centrale: amore – stando comunque attenti a non abusare di questo termine. Prima della presentazione di Lettere a Bruna, Santagostini e Riccardi hanno declinato elegantemente ma con grande maestria, le ragioni delle polemiche sull’inserimento di una poesia di Caproni (meglio: quella poesia di Caproni), come tema dell’esame di maturità. E proprio Riccardi parlando della missione principale della poesia, dice che deve “calpestare l’universo passando per strada”. Strada che nella contemporaneità porta inevitabilmente a Milo De Angelis. Poche ore dopo, assieme a Viviana Nicodemo ha tenuto una sala piena di ascoltatori in mistica sospensione, come un aedo persiano del Cinquecento, facendo del suo intervento prima live, poi attraverso il documentario Sulla punta di una matita, un vero e proprio canto all’insegna del sacro (laicamente, dolorosamente) dentro e dietro ogni singola parola. Il documentario, di cui la Nicodemo cura anche la regia, è contenuto nel libro “La parola data”, curato da Luigi Tassoni e uscito proprio quest’anno per i tipi di Mimesis. Un libro che raccoglie alcune interviste di De Angelis – questo, nel periodo 2008-2016, che assieme alle lettere di Ungaretti, conferma che a grande letteratura continua a essere composta in due propaggini abusate della letteratura: le interviste e le lettere d’amore. La sera è stata presentata la collana Gialla Oro da Cescon e Pivanti e che ha visto leggere: Franco Buffoni, Martha Canfield, Anna Maria Farabbi e Jaroslaw Mikolajewski. E finalmente ho ascoltato dal vivo, Ho pensato a te, contino Giacomo, poesia che Buffoni dedica al contino Giacomo Leopardi. L’avevo già incontrata varie volte ma quando l’ho vista, con un paragrafo dedicato da Paolo Giovannetti, in La metrica italiana contemporanea (Carrocci, 2010), si è illuminata di una nuova luce. E siccome penso alla metrica in primis come un dispositivo di composizione volto all’oralità, ascoltare questa poesia dal vivo ne rende la liquida complessità e mi si è rivelata un’altra prospettiva ancora. Buffoni è così: riesce a fondere il suo bagaglio culturale complesso e trasversale, le lingue che lo abitano, le ascendenze con la linea lombarda, con una poesia asciutta, elegante ma per nulla delicata, che può toccare qualsiasi tema, rimanendo potente ed efficace: da quello civile al corpo, dall’infanzia a un fatto storico sepolto sotto l’oblio collettivo. E quando legge è un performer in sordina. L’ho sentito ieri come l’ho sentito accendere un’aula universitaria con una lezione spettacolare sulla traduzione del sonetto XXXIII di Shakespeare con lo stesso nervo e fuoco che è quello di Ungaretti, quello di Auden, pure nella differenza e distanza che divide questi autori. Ieri la sua nuova raccolta, Poeti, appena uscita per Pordenonelegge/Lietocolle, e dedicata ai padri poetici, ha coinvolto in questo suo personale album di famiglia poetica, tutto il pubblico.

A Pordenone adesso piove e fa freddo. Mi ritorna ed echeggia in mente il finale di Ho pensato a te, contino Giacomo: Sono stufo di preti e di poeti, conte Giacomo. / E di miti infantilmente riadattati.

 

 

 

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