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Pordenonelegge2017 – 1. La poesia è una camicia gialla

Ogni volta che sento che con la cultura non si mangia, e vivendo a Venezia paradossalmente sento questa frase cadere dal quadro politico molto spesso, metto mano alla fondina. Non solo perché sono a Pordenonelegge, non solo perché in questi anni, con un festival che tratta di letteratura la città ha raggiunto le 130.000 partecipazioni, ossia più della metà di tutti gli abitanti di Pordenone, ma perché investire sulla cultura, sulla letteratura, qualcosa comporta e porta, per esempio il doppio della popolazione. Pordenonelegge si sente in ogni bar, palazzo, vetrina del centro storico addobbata in giallo e nero, i colori della manifestazione e per essere in sintonia, ho portato una camicia gialla anch’io, che dopo anni e anni di assenza dai negozi di vestiti, finalmente ritorna in auge – la camicia gialla intendo, non più un ricordo degli anni Ottanta ma solida realtà contemporanea. Pordenonelegge, pur essendo un festival letterario che racchiude tutte le propaggini dell’arte della parola, ingloba forse il più grosso festival di poesia in Italia. E di questo mi occuperò in questa serie di articoli. E la poesia sta piano piano ritornando nel discorso letterario, fuori dalle classifiche dei libri più venduti ma inizia a conquistarsi fette sempre maggiori di lettori e ascoltatori, pure l’editoria si sta accorgendo, sempre con una lentezza che le è diventata proverbiale nell’investire su propaggini letterarie poco redditizie, ma la poesia come la camicia gialla ritorna nella scena, gradualmente. La sua stessa struttura in versi, nella maggior parte dei casi, le permette un’oratura molto più agevole all’orecchio di un periodo di prosa.

“Ascoltare”, sia in latino che in arabo è un verbo che sottende una sottomissione all’altro, un gesto di umiltà perché in fondo l’ascolto è abitare la distanza che ci separa dai nostri simili. Ricordo quando ero piccolo che in albanese, per dire che una persona è una brava persona, si diceva che ascolta tanto. Spesso mi è capitato, in vari eventi di poesia a cui ho assistito da partecipante, di vedere i poeti solo quando erano sul palco, per poi uscire fuori appena entrava un altro o addirittura poeti che facevano parte di una rassegna, volti ad ascoltare solo le proprie di liriche, per uscire e non tornare più, come il Marco della celebre hit di Laura Pausini. Stasera no: Milo de Angelis, uno dei più importanti e rinomati poeti italiani, non doveva leggere, eppure era in prima fila ad ascoltare. Per un’ora e mezza il palco è stato gestito da Nicola Gardini, Mary B. Tolusso, Giovanni Turra, Francesco Targhetta e Giacomo Vit, presentati da Roberto Cescon. Ogni poeta doveva portare un altro poeta di riferimento nel Novecento. Voci differenti, poetiche differenti e consolidate in percorsi ampiamente riconosciuti dalla scena poetica, anche se l’atmosfera attorno sembrava essersi addensata, rarificata, come in una tempesta di scirocco, alle poesie di Mary B., non solo le sue ma anche la chiusa con una delle liriche più potentemente erotiche di Raboni, maestro nel fondere erotismo e pulsione di morte. Pulsione erotica e percezione della morte funzionano come il vermuth rosso e il Campari, un terzo un terzo, poi uno slash di soda e si ha l’Americano, cocktail dagli ingredienti tipicamente italiani che leggenda racconta si intitoli Americano, in omaggio a Primo Carnera, nato proprio in provincia di Pordenone, detto l’Americano per il successo che conseguì anche oltre oceano. Pensando a Raboni e Americano, più al secondo devo ammettere, sono andato a coronare il fine serata con appunto uno dei miei drink preferiti, di fronte al Teatro Verdi: un Americano con Carpano Antica Formula (non Martini Rosso che lo odio) e scorzetta di limone. Lo bevo sempre così. Uno dei problemi del ritorno da una lettura di poesie, in un festival di letteratura, è cosa leggere prima di andare a letto – fossero questi i problemi direbbe qualcuno, mio padre in primis. Linoleum di Giulia Rusconi, appena uscito per Amos Edizioni, nella collana A27 poesia. Aspettavo da un po’ il libro nuovo della Rusconi. I padri (Ladolfi, 2012) è stata una vera e propria folgorazione. Non avevo mai letto nulla del genere. Ero di fronte a una scrittura anaffettiva e granitica, fatta di lame e piume, in situazioni di massacro del padre-letterario, uomo-padre da parte di un Io narrante stralunato e lynchiano – la scrittura invece seguiva una linea di chiarezza espositiva e ogni due liriche mi arrivava un pugno allo stomaco, a me-uomo, me-lettore. Se posso difatti, lo consiglio a chiunque. Poi arriva nel 2014, Suite per una notte, uscita per il sodalizio editoriale Pordenonelegge-Lietocolle. Giulia riconferma il suo talento, in un’analisi coinvolta di quanto tra corpo e il resto accade: l’amore certo, gli aperitivi veneziani, e lo fa musicalmente. Ed ecco, tre anni dopo, Linoleum. Alla chiarezza granitica de I padri, in questo libro si cerca un ritorno a una poesia più classica, fatta di rime interne con un utilizzo sempre sapiente di tutti i dispositivi metrici e retorici. Come scenario la Rusconi ci porta in ospedale, tra i malati. La pietas pavesiana emerge dal fondo di una cura continua e costante per i margini di carne della società, il resto dimenticato – la delicatezza senza sentimentalismi, il sentirsi parte dei curati, perché se la maggior parte dei poeti si rapporta al mondo con modalità da turista, Giulia Rusconi ne è parte integrante di quel mondo, e curando cerca la cura alla propria di malattia, in fondo a quella di ognuno: vivere.

 

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