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Pordenonelegge 2017 – 5. Una cosa divertente che non so se farò più

La fine di un percorso offre il fianco a un senso di spossata malinconia, quasi sempre, e pure in questo caso, arrivati alla fine di Pordenonelegge, la parola fine si porta al guinzaglio un ché di banalmente triste. Il mondo della poesia, ciò che possiamo chiamare “scena” con un chiaro rimando al rap, ma che del rap non ha il pubblico folto di ascoltatori (lettori, nel nostro caso) “puri”, è un mondo abbastanza isolato, sia rispetto a dinamiche di pubblico, che nelle comunicazioni con le altre arti. Questo reportage esclusivo di eventi poetici, so bene di averlo potuto fare, in veste di poeta che si occupa di poesia ogni santo giorno, da 10 anni, che fa ricerca sul contemporaneo e non solo. Immagino che un esterno o non addetto ai lavori, entrare nel “nostro mondo”, sarebbe quantomeno spiazzato non tanto dalle dinamiche che riguardano ogni mondo sommerso e underground, ma da una ricezione tutta distorta di alcuni meccanismi. Come quello della rimozione: in questi giorni, ho assistito a un continuo tentativo di rimozione di un certo Novecento, l’altro Novecento, quello delle avanguardie, delle neo-avanguardie, quasi mai citate, dal futurismo che si può ben definire come apertura del Novecento artistico mondiale, in poi. Lo dico senza polemica, con un certo stupore sì. Anche nel primo evento della giornata di oggi, La poesia per chi, a cura di Piccini, Bertoni, Galaverni, il discorso attorno alla poesia ha coinvolto la scuola, l’editoria, la ricezione però si è fermata su un impianto tendenzialmente metafisico che qua generalizzo parafrasando, ma era solo detto meglio: la poesia si rivolge a tutti ma possono capirla in pochi – un altro modo per declinare la massima di Deleuze per cui si scrive per un pubblico che non c’è. Quanto è rimasto esterno al discorso è l’insufficienza della poesia di aderire all’immaginario di un pubblico abituato a vedere e riconoscere altro, rispetto ai temi maggioritari della poesia contemporanea. Ma la questione cruciale in poesia non è il tema: conta solo lo svolgimento. Se nel caso di Mario Benedetti, poeta ricordato dagli amici di sempre e tra i più riconosciuti poeti attuali di quella generazione: Gian Mario Villalta, Stefano Dal Bianco e Antonio Riccardi, in concomitanza con l’uscita della sua opera per Garzanti, il tema appunto, non è centrale perché Benedetti, con una capacità unica, riesce a dare linfa nuova. L’aveva riaffermata con l’ultimo libro uscito per Mondadori, Tersa morte, anche se il punto di svolta della sua poetica e della sorte di un genere poetico, si trova in quel capolavoro lirico che è Umana Gloria, del 2003. Un ricordo a tratti commovente, spesso più scanzonato, dove l’affetto dei tre presentatori si mischiava con il travaglio interiore, di sapere uno dei più grandi poeti lirici del nostro tempo, perso nel limbo della malattia. Il libro riesce a raggiungere vette mai più sfiorate da un altro autore e per quanto da Benedetti mi distanzino poetica e immaginario, ogni volta che ripercorro i suoi versi, non posso che inchinarmi a quella potenza lirica. La sera, alla Loggia, durante le letture, ho riascoltato con piacere Alberto Bertoni, scoperto la poesia di Daniele Piccini ma quanto mi ha colpito è la lettura di Stefano Dal Bianco, dove per la prima volta mi si è incarnato in alcune poesie e reso chiaro, il perché bisogna parlare di metrica libera e non di verso libero. La perfezione stilistica, un lavoro metrico volto a un’oralità di cui non riuscivo a decifrare il modo pur riconoscendo l’autorevolezza. ha innestato una crisi, la più piacevole per me. Così ho finito queste giornate nel migliore dei modi possibili, a parlare di Pavese e battute per verso con Bertoni e di ritmo nell’Orlando Furioso con Dal Bianco, con l’ultimo che mi ha dato una lezione di composizione poetica, davanti a un bicchiere. Per il resto fuori il freddo si faceva sempre più pungente, le vetrine avevano sempre il giallo e il nero come dominante, le strade erano piene di bandiere di Pordenonelegge e passavano ancora per strada donne o ragazze in mise gialla e nera, confermando la partecipazione di una città intera a un festival di letteratura, un coinvolgimento che mai avevo visto nella gente. Pordenonelegge è un sistema virtuoso di cultura che produce utile, da una prospettiva simbolica e anche economica. Ce ne fossero. Ho giocato al reporter ed è stato anche abbastanza divertente, in alcuni momenti, nutrimento in altri senza mai dimenticare che la poesia va a braccetto con la noia di default. Una cosa divertente, appunto, che non so se farò più.

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