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Pordenonelegge 2017 – 4. L'infanzia, l'immigrazione, il disabitato

Per essere artisti – poeti in questo caso, bisogna avere un’infanzia che pulsa nelle arterie adulte e pompa il sangue nei polpastrelli che battono all’impazzata sulle tastiere del pc e si trasformano in rivoli di versi. L’infanzia: si pensi a Tarkovskij. In Silvia Salvagnini, l’Agotha Kristof della poesia italiana contemporanea, l’infanzia che riporta, la lingua che si fa bambina, contorcendosi nel corpo scarno di una versificazione sempre più spoglia, si tinge di un immaginario lynchiano: l’inquietante dentro il quotidiano. Con Salvagnini si apre la giornata di Sabato 16 Ottobre. La sua operazione linguistica di riduzione all’osso, che ha avuto sostenitori come Sanguineti, Balestrini, Niccolai, Voce, nell’apparente semplicità, è stato un risveglio dentro un altro sogno, una fiaba nella grammatica della meraviglia e ferocia bambina. Così il suo libro L’orlo del vestito (Sartoria Utopia, 2016).

La giornata, dopo il carillon della voce di Salvagnini, continua con un divertito Rondoni che parla della frizione tra poesia e vita, assieme a Villalta, presentando L’allodola e il fuoco. Le cinquanta poesie che accendono la vita (La Nave di Teseo, 2017). La sua ars oratoria, ha tenuto piacevolmente seduto un pubblico fitto tra battute, aneddoti e poesie di grandi autori, confermando che Rondoni sul palco è a proprio agio, ci sa stare e funziona; riesce a risultare accessibile a ragazzi delle superiori, così come a un pubblico di intellettuali.

Devo ammettere che la sorpresa più grande per me è stato Fabiano Alborghetti e il suo romanzo in versi Maiser, uscito quest’anno per Marcos y Marcos e presentato da Fabio Pusterla, assieme al nuovo libro di Stefano Raimondi. La storia di un immigrato abruzzese che va a cercare fortuna in Svizzera per fuggire alla mezzadria. Vista la premessa immaginavo la classica solfa di un immaginario letterario abusato. Poi Alborghetti inizia a leggere passi di Maiser. Mi ci è voluto un minuto per abituarmi alla sua voce, alla sua lettura, non attoriale ma sommessa, umile. Ma una volta entrato, Alborghetti conduce il gioco e mi trovo dentro quel viaggio, la coppia che si conosce in una festa di paese, il viaggio in treno, Milano, l’arrivo in Svizzera. Quando si è fermato ero triste. Volevo continuasse a narrare, a riportarmi di nuovo in quella storia, col suo piglio dolce nei confronti dei personaggi ma mai mieloso, senza inghippi ideologici – umano, terribilmente umano. Il romanzo in versi ha una struttura metrica in doppi senari, confermata da Alborghetti oltre a dodecasillabi, tredecasillabi che aiutano la narrazione.

Non sono riuscito ad ascoltare il carteggio Celan- Bachmann, portato da De Angelis e Nicodemo, colpa il ritardo di cinque minuti ma ho trovato una ventina di persone fuori ad aspettare, perché il Ridotto del Verdi era pieno. Mi sono quindi spostato, dopo un paio di Ribolla Gialla Spumantizzata, alla presentazione di Alberto Pellegatta e Davide Rondoni, a cura di Maurizio Cucchi.

La sera la Loggia del Municipio ospita i giovani della Gialla Pordenonelegge-Lietocolle. Oltre a un evitabile paternalismo dell’editore che apre la serata, le voci dei giovani autori concludono una giornata intensa e che mi sembra avesse portato per i bar e le strade di Pordenone, molta più gente degli altri giorni. Mi ha colpito il cambio di ritmo delle poesie in dialetto rispetto a quelle in italiano di Naike Agata La Biunda. Due sistemi prosodici totalmente differenti. Poi la nuova plaquette di Maria Borio, L’altro limite, un’indagine poetica del disabitato, dello spoglio che riguarda l’esistenza, portata come un’àncora al limite della conoscenza e della poesia, rispetto a quanto da fuori e dentro ci abita.

La stanchezza si era fatta insostenibile ma l’articolo, doveva essere scritto. Una volta finito, per addormentarmi ho pensato alla lettura robotica e post-human di Pellegatta, penso, in assoluto, l’esecuzione dei propri testi più monotòna che mi sia mai capitato di ascoltare, e non so se sia il frutto di una fobia verso quanto di estatico riguardi la poesia detta ad alta voce, o semplicemente un suo modo di eseguire le liriche di Ipotesi di felicità (la lettura non ne tradiva alcuna, di ipotesi), ma la gioia compositiva palpabile, le associazioni nonsense, una certa ironia ben giocata nella scrittura, passavano sotto il ferro da stiro della sua voce ed esecuzione, da poter decisamente consigliarne l’ascolto a tutti gli insonni. Risparmiano sulle pillole.

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