Pordenonelegge 2017 – 2. Poesia sul filo

La rassegna pomeridiana di ieri, 14 Settembre, si è svolta all’insegna della giovane poesia. Giovane nel senso di poeti nati negli anni ’80, mentre sulle radio imperversavano Sabrina Salerno e i Frankie Goes To Hollywood. Che io sappia, non è mai stato condotto uno studio sull’influenza della musica durante il concepimento, i nove mesi nel grembo materno, e le attitudini caratteriali e intellettuali dei soggetti. E se ci fosse uno studio del genere, sicuramente rivaluterebbe la vituperata musica degli anni ’80 perché gli ospiti di oggi hanno dimostrato poetiche mature e testi che contano. A dirigere l’orchestra di voci e poetiche, Franco Buffoni, a cui va sicuramente il merito di aver scoperto e lanciato, tramite i Quaderni di Poesia Contemporanea, alcuni tra i maggiori poeti da trent’anni a questa parte. L’operazione antologica è la più duratura ed efficace del Secondo Novecento, addirittura superiore a quanto fatto in precedenza da Giovanni Raboni con i Quaderni della Fenice, dove un giovanissimo Franco Buffoni veniva introdotto alla scena poetica, con nomi tutt’ora centrali nel panorama contemporaneo; ne cito due: Vivian Lamarque e Valerio Magrelli. Ormai siamo arrivati al XIII Quaderno, ma dal precedente, Buffoni, ha preso due poeti per pubblicarli nella collana Lyra Giovani che dirige presso Interlinea: Marco Corsi e Maddalena Bergamin, la cui fusione tra esperienze letterarie e biografismo ne fa due autori sicuramente completi, da ogni prospettiva. Poi è passato alla presentazione del XIII Quaderno di Poesia Contemporanea di Marcos y Marcos, con quattro autori presenti su sette antologizzati (mancavano a Pordenone: Agostino Cornali, Antonio Lanza, Stefano Pini). Jacopo Ramonda è stato, assieme a una sezione del libro di Corsi e gli ultimi lavori della Mancinelli, il fulcro di un ragionamento sulla prosa poetica – nel suo caso: prosa in prosa, di cui si fa testimone nell’ultimo quaderno, unendo immagini precise a una sonorità che a discapito di quanto comunica, tradisce la sua esperienza musicale passata. E ciò, per quanto mi riguarda, è un bene. Il lavoro di Ramonda riprende la poetica di Antonioni, nell’evidenziare i “tempi morti” della vita quotidiana, spoglia di ogni poetichese. A Daniele Orso, friulano, appena conclude una poesia, segue la voce di Buffoni che ripete l’ultimo verso, dicendo “parole come pietre”. Parole-come-pietre, una costante nella poetica di Orso. Franca Mancinelli segue una missione particellare della poesia (del mondo), dove ogni elemento vive di una tensione fortissima, nel grado zero di preferenze, e un corpo, le zolle di terra, una foglia, hanno la stessa medesima importanza nel suo mondo. È una certezza la Mancinelli, forse uno dei maggiori poeti della generazione degli anni Ottanta e ha un timbro di voce per cui la ascolterei per ore e ore senza mai stancarmi; una lettura piana, estesa, calma – il lettore viene trasportato in una dimensione altra dal luogo in cui è seduto; una voce-amaca e una potenza evocativa rara. Poi c’è Claudia Crocco. La prima volta che ho letto le poesie della Crocco, che conoscevo allora solo come critico di letteratura, ho avuto la sensazione del nutrimento, come se aspettassi quel cibo (che solum è mio ed io nacqui per lui) da tempo, come se ne avessi un bisogno endemico ma ancora non lo sapevo. Crocco possiede una coscienza stilistica rara, frutto della sua carriera accademica in corso, ma quando si sfogliano le sue poesie il background culturale è sotteso, in sordina, sorregge tutto e non traspare. La torbida sensualità, l’immaginario sbiadito, neon-realistico, come un rossetto sbavato sulla bocca, la richiesta di essere guardata, desiderata, l’erotismo sempre accennato e mai esaudito, la vita che scorre lungo fotogrammi così famigliari eppure così intimamente lontani, mancava oggi nella poesia contemporanea. I viaggi dentro lo specchio, per la Francigena, la sigaretta aspirata, il caffè che brucia, sono elementi che danzano in un lento da fine della festa, con il destino delle erezioni, le lacrime e le chat private, costruendo un confessional poem perfetto. Leggere quei versi è stato per me un’apnea nel femminile che manca al mio perimetro emozionale, perché la poesia Crocco si muove sinuosa su un filo che è cintura e lama, lingua e nocche screpolate.

La sera, alla Loggia del Municipio, hanno letto Antonella Bukovaz, Alberto Cellotto, Fabio Franzin, Marco Scarpa, Christian Sinicco. Rispetto ad altre volte in cui li ho sentiti – sarà stata la pioggia – ho trovato alcuni invitati sottotono eccetto Marco Scarpa, sempre preciso nell’esecuzione lineare dei testi.

La costante della giornata di oggi è stata piacevolmente l’immersione in una poesia che fa, in tutti gli autori ascoltati, da collante tra il corpo e la vita, letteratura e realtà, senza posture civili o sociali. Poesia sul filo, in equilibrio costante nonostante l’altezza.

Quindi ho deciso, per addormentarmi, cosa che non riesco sempre a fare facilmente fuori casa, di contare i fili d’erba nelle poesie lette in tutta la mia vita, a cui stasera sono stato risparmiato. Mi sono sdraiato sui tappeti d’erba dei prati all’inglese della letteratura, all’ombra delle posture e dei topoi, in un pomeriggio assolato di fine estate, filo d’erba uno, filo d’erba due, filo d’er…

 

 

 

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