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Poesia, Profezia – tra ineffabilità e testimonianza

Introduzione al Tiresia di Giuliano Mesa

 

I Tiresias, though blind, throbbing between two lives,
old man with wrickled female breasts, can see
at the violet hour, the evening hour that strives
homeward, and brings the sailor home from sea,
the typist home at teatime, clears her breakfast, lights
her stove, and lays out food in tins.
1

Thomas Stearns Eliot, The Waste Land

 

La figura di Tiresia si staglia nel cuore del celebre poemetto eliotiano con la tempra di un’epifania apocalittica. Incorniciato da uno sfondo violaceo di finemondo, l’indovino, «pulsante fra due vite», identifica la propria sorte nel bilico fragile a metà di due epoche possibili: il prima, il dopo. Tra tali estremi egli è condannato ad un moto d’oscillazione, per vocazione o volontà divina. Ma l’oscillazione non esclude l’hic et nunc, anzi ne solca pendolarmente il terreno, di più – l’onniscienza di Tiresia è radicata nel presente. Lo insegnano i testi biblici: è l’indovino (o il profeta) prima di tutto testimone, depositario di una conoscenza dettagliata di uno stato dei fatti . Non tanto colui che “prevede il futuro”, bensì colui che ha in dono la facoltà di indicare una via per miglio rarlo grazie alla comprensione del male attuale. Testimone di una verità presso un uditorio affinché questo possa trasformarla prima che sia tardi.

Figura arcaica, personaggio al contempo uomo e donna, cieco e costretto a carpire l’orrore del mondo, il Tiresia effigiato da Giuliano Mesa somiglia molto di più a quello eliotiano che a quello della tradizione greca. Se in Euripide la presenza dell’indovino era funzionale a dar prova della persistenza delle forze ctonie del mito a fronte della ragione strumentale del potere, all’inverso, in Eliot e Mesa lo è a registrare una decadenza in atto: nel poeta della Terra Desolata, un tipo di decadenza spirituale della modernità ai danni della sensibilità religiosa più conservatrice, in Mesa, un tipo di decadenza morale, sebbene il poeta non si esima dal riconoscere gli aspetti emancipatori della modernità contro i suoi aspetti deteriori. Giorgio Mascitelli ha pertanto osservato che lo sguardo del Tiresia mesiano è uno sguardo che «ben conosce i rapporti di forza nella società e da dove nascono gli orrori del mondo», a differenza del Tiresia eliotiano, spettatore freddato dalla disillusione.

Il poemetto di Giuliano Mesa vede la luce tra il 2000 e il 2001, non solo agli albori del nuovo secolo, ma anche alle soglie della caduta delle Due Torri, insieme alla cui massa crollano non poche ottimistiche premesse nutrite dalla globalizzazione post-guerra fredda. La metamorfosi, nella sua declinazione di mutamento storico-sociale e politico, pare uno dei principali cardini intorno a cui ruota la riflessione del poeta, e diviene oggetto di un’acuta problematizzazione: come rispondere al mutamento? Come trovare il coraggio di cambiare? E la poesia, che posto ha la poesia?

Il poemetto Tiresia è un gemito di denuncia a voce roca. Davvero “orrori del mondo” paiono quelli che, alla stregua di grossi pescecani a pelo d’acqua, emergono sotto la lente di Mesa. Il poemetto porta la testimonianza di cinque macro-eventi disastrosi e passati sotto silenzio. Non intende solamente conferire loro una dignità che ne scongiuri una damnatio memoriae, ma li adibisce a strumenti utili a dare il la ad un approfondimento sul compito della poesia nell’ora attuale.

I cinque orrori corrispondono alle divinazioni di Tiresia, il solo che vede nonostante sia afflitto in eterno dalla cecità, il solo ad ardire un pronunciamento: ornitomanzia, piromanzia, iatromanzia, oniromanzia e necromanzia. Rispettivamente, si tratta di un incidente datato al luglio del 2000 e avvenuto nella più grande discarica di Manila, la quale franando seppellì la baraccopoli di Sitio Pangako (“Terra Promessa”) e le centinaia di abitanti che vi sopravvivevano scavando rifiuti; di un incendio che imperversò su una fabbrica di bambole ubicata a Nakhon Pathom, in Thailandia, nel

1993: cinquecento lavoratrici minorenni morirono nel rogo; della serie di esperimenti nucleari su popolazione civile o militare inconsapevole condotti negli Stati Uniti a partire dagli anni ’40 e fino a trent’anni dopo; del commercio d’organi attivo verso la metà degli anni ’90 tra Brasile e Stati Uniti, specializzato nell’espianto d’organi da corpi vivi, soprattutto di bambini; dei morti insepolti, delle fosse comuni.

Questi i cinque oracoli, altrettante prove, scrive ancora Mascitelli, della guerra che le leggi del profitto e dell’imperialismo conducono contro l’umanità.2 Agli oracoli si alternano i riflessi, componimenti più brevi e privi di titolo, veri e propri angoli di riflessione dove il poeta sconta la propria solitudine di voce monologante. Sorgono ulteriori interrogativi, e lancinanti: ha senso dire di una tragedia pur sapendo che il suo tragico non sarà recepito? Ha senso dire in un’epoca in cui imperialismo e potere annullano la stessa libertà locutoria dell’individuo? Quanto al poeta, sarà egli mai ascoltato come depositario di una verità o pare piuttosto una proposta utopistica?

Le domande si affastellano, si elevano sulla pagina come storni agitati; legittimano l’insistenza sull’area semantica del dire, strettamente legata a quella del vedere, nella misura in cui entrambi i gesti si attivano e disattivano in una dialettica continua che non consente di fissarli in alcuna direzione univoca. Il testimoniare con lo sguardo e con la parola è la possibilità estrema anche propria del militante politico senza più campo d’azione, oltre che una condanna per il poeta consapevole che la sua testimonianza è lettera morta, inascoltata. Si fa possente l’appello alla dimensione etica della parola poetica – non a caso le prime due divinazioni si chiudono con versi esortativi alla dimensione della testimonianza:

 

 

Prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

Tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

La dialettica tra impulso etico-poetico a dire e l’impossibilità di uno spazio sociale per dire è la tensione tragica che attraversa l’intero poemetto. I primi due riflessi successivi alle prime divinazioni, pronunciati da una voce più recitativa e sommessa, si aprono con formule dubitative sull’utilità del dire:

a ridirti che cosa?

a chi ne darai conto?

Non c’è risposta accettabile che non risieda nella sospensione dell’interrogazione. Questo pare suggerire Mesa nella conclusione del suo poemetto: il riflesso posto in chiusura comincia e termina con lo stesso verso, Ti lascio qui. Il congedo del poeta consiste nell’abbandono di un mondo cui egli non sente più di appartenere. La parola si ritira nel silenzio:

epilogo

 

Ti lascio qui

con queste nubi cariche di pioggia striate da un bagliore

che ti risveglierà, anche domani, quando avrai più ricordi

da pensare.

[…]

adesso c’è soltanto il desiderio:

lasciare, lasciare intatto

questo momento prima del dolore, quando il dolore

è diventato nenia di conforto

e poi silenzio,

questo silenzio che sentiamo insieme, adesso – è adesso che sappiamo,

in questo momento che divide ti lascio qui

“Qui”: deittico che scandisce l’estremità della voce e insieme funzione testuale tramite cui Mesa può prendere congedo dall’insufficienza della poesia, consapevole tuttavia che c’è un momento nella poesia, prima che questa si tramuti in qualcosa di consolatorio, in cui essa genera una qualche minima presa di coscienza: «adesso – adesso che sappiamo / in questo momento che divide».

Prende corpo l’immagine di un tempo a ristagnarsi, pervenuto a quell’impasse che divide la poesia dalla realtà, il trauma dalla coscienza.
Nell’abbandono di Tiresia «in questo momento che divide» va inteso anche l’abbandono della specifica temporalità di Tiresia, di quell’eterno divenire che deve adesso essere silenziato per fare spazio all’unico desiderio presente,

lasciare, lasciare intatto
questo momento prima del dolore

Il congedo del Poeta dal Profeta è il prodotto di una sconfitta storica – per questo il linguaggio mesiano, come ha osservato Andrea Inglese3, non si avvale di orpelli formali oracolari, ma si mantiene consapevole dei propri limiti, raggiungendo ciononostante uno stile sublime che assegna al poemetto la dignità della tragedia.

Eppure, tra i contorni nebulosi di tale epochè, si avvertono segni che inducono ad intravedere l’indicazione di una via lucente di speranza: di contro al presente vissuto da Mesa, l’autore individua l’unica possibile cura alle sue contraddizioni nella testimonianza poetica.

La poesia è per Mesa la soluzione alla falsificazione del passato operata dal presente. Attraverso la finzione dei versi si crea una temporalità-altra, ripensamento del passato attraverso le forme, se davvero

Il passato non passa finché non lo si conosce, finché non lo si pensa. Forse, anche, finché non lo si cambia.4

Perché il Poeta torni a contemplare un’ipotesi di conciliazione col mestiere del Profeta, è necessario partire dai medesimi presupposti: instradarsi ad una conoscenza del nostro tempo scevra di compromessi. E farlo finalmente proprio, questo paradosso che fugge e si dilegua.

 

 

[1] “All’ora viola, quando gli occhi e il dorso / si sollevano dallo scrittoio, quando il motore umano attende / come un tassì pulsante nell’attesa, / Io Tiresia, benché cieco, pulsante fra due vite, / vecchio con avvizzite mammelle femminili, posso vedere / all’ora viola, l’ora della sera che volge / al ritorno, e porta a casa dal mare il marinaio, / la dattilografa a casa all’ora del tè, sparecchia la colazione, / accende il fornello e tira fuori cibo in scatola.”

[2]  Giorgio Mascitelli, Il posto di Tiresia (leggendo il Tiresia di Giuliano Mesa), su “Nazione Indiana”, art comparso il 27

Novembre 2015.

[3] Andrea Inglese, Appunti sul “Tiresia” di Giuliano Mesa, art. comparso su “Nazione Indiana” il 18 Novembre 2010.

[4] Giuliano Mesa, Al giorno d’oggi. Sulla rassegnazione, La Camera Verde, Roma, 2008.

 

– Thomas Stearns Eliot, La terra desolata, a cura di Alessandro Serpieri, BUR Rizzoli, Milano, 2014.

– Giuliano Mesa, Tiresia, da Poesie 1973-2008, La Camera Verde, Roma, 2010.

– Inglese, A., Appunti sul “Tiresia” di Giuliano Mesa, su “Nazione Indiana”, articolo pubblicato il 18 Novembre 2010.

– Mascitelli, G., Il posto di Tiresia (leggendo il Tiresia di Giuliano Mesa), su “Nazione Indiana”, articolo pubblicato il 27 Novembre 2015.

– Mesa, G., Al giorno d’oggi. Sulla rassegnazione, La Camera Verde, Roma, 2008.

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