Pianta o alga?

A chi non è mai capitato di incontrare un’alga e chiamarla pianta o di osservare la Posidonia oceanica ed essere certi che, trattandosi di un vegetale, è sicuramente un’alga?
La realtà è ben diversa e tra alga e pianta marina ci sono notevoli differenze. Ciò che le accomuna è sicuramente il fatto di trattarsi di vegetali marini, quindi organismi autotrofi fotosintetici che ricavano, cioè, cibo (sostanza organica) a partire da molecole semplici inorganiche, come CO2, H2O e luce, e attraverso reazioni biochimiche le trasformano in molecole complesse (zuccheri, amminoacidi, proteine) che garantiscono la loro sopravvivenza.
Entrambe vivono in acqua (sia dolce che marina), sono quindi adattate a vivere completamente sommerse; quelle marine tollerano la salinità ed entrambe presentano l’impollinazione idrofila (quando sussiste la riproduzione sessuale) e quindi i gameti vengono trasportati dall’acqua e non più attraverso l’aria, gli insetti e gli uccelli, come avviene per i vegetali terrestri.
Quali sono dunque le differenze?
Partendo dagli organismi più semplici, le alghe, esse sono dette tallofite, presentano cioè un tallo, un corpo semplice, non differenziato in strutture specializzate adibite ciascuna a una funzione. Il tallo, infatti, ha il compito di assorbire direttamente i nutrienti dall’acqua e di effettuare la fotosintesi; al tallo sono collegati i rizoidi, strutture simili alle radici ma che hanno l’esclusivo compito di ancorare l’alga al substrato sul quale essa cresce. 
A differenza delle alghe, le piante marine sono dette cormofite, hanno cioè il cormo, un corpo differenziato in radici, fusto e foglie. Le prime, oltre ad ancorare la pianta al substrato, assorbono i nutrienti dal substrato, al pari delle piante terrestri; il fusto, chiamato rizoma, permette la crescita, spesso verticale, della pianta; le foglie, infine, sono adibite alla fotosintesi. Sono esse, infatti, che contengono i pigmenti fotosintetici (clorofille e carotenoidi) atti a produrre zuccheri (glucosio) partendo da CO2 , H2O e luce.
Sia le alghe che le piante marine, assieme al phytoplancton, rappresentano il primo anello della rete trofica; trattandosi di produttori primari, sono fondamentali per gli ecosistemi marini e tutti gli organismi a essi associati, in quanto sono la base per la sopravvivenza.
Le piante marine (fanerogame marine) sono rappresentate da Angiosperme (piante superiori) che si stabiliscono in habitat a fondi mobili lungo le coste, le baie e gli estuari.
Si sono evolute da piante superiori terrestri che hanno conquistato l’ambiente marino nel Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa e il loro culmine si è avuto nell’Eocene (30 milioni di anni fa). Rappresentano solo lo 0,02% delle angiosperme ma non per questo risultano poco importanti, infatti le praterie di fanerogame, soprattutto quelle di Posidonia oceanica, rientrano negli ambienti più produttivi del mare. Basti pensare che l’intero ecosistema di Posidonia oceanica produce circa 200 grammi di carbonio al m2 l’anno, rispetto ai 10-11 grammi di carbonio al m2 l’anno dei sistemi di upwelling (risalita acque profonde ricche di nutrienti) e delle barriere coralline. In Mediterraneo, la produzione media netta si aggira sui 400 grammi di carbonio al m2 l’anno e la biomassa media è di circa 180 grammi di carbonio al m2
Le specie di fanerogame presenti in Mediterraneo sono solo 6 ma nel loro insieme contribuiscono a formare una cintura molto estesa lungo la fascia costiera.
Posidonia oceanica è endemica del bacino e le sue praterie si estendono per circa 40.000 km2. La sua importanza per il nostro mare si manifesta sotto molteplici effetti, rappresentando la “comunità climax” cioè il massimo livello di sviluppo e complessità che un ecosistema può raggiungere.
È nota la sua importanza nel ridurre l’erosione costiera, nel consolidare il fondale grazie alla costruzione delle matte (ammassi di sedimento, radici e rizomi talvolta molto compatti e spessi), nel produrre biomassa e ossigeno, nell’ospitare una moltitudine di organismi appartenenti ai più diversi phyla, e nell’ agire da barriera che smorza la forza delle onde. Oltre a questo, è anche un ottimo “biondicatore” in grado di svelarci i cambiamenti, spesso negativi, cui il nostro ambiente va incontro.
Tra le altre fanerogame presenti in Mediterraneo, si possono citare la Cymodocea nodosa, diffusa in acque basse e più torbide rispetto a quelle frequentate dalla Posidonia, presente anche nell’Oceano Atlantico, dal Senegal al Portogallo; Zostera marina e Zostera nolti, diffuse soprattutto in acque salmastre in prossimità degli estuari; Halophyla stipulacea, originaria del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, penetrata nel Mediterraneo attraverso “migrazione lessepsiana”; Ruppia marittima, un po’ più rara, presente anch’essa nelle zone paludose salmastre.
Le alghe appartengono principalmente a tre divisioni: alghe verdi (Clorophyta), alghe brune (Phaeophyta), alghe rosse (Rodophyta). 
Le prime si riscontrano a profondità inferiori, dal sopralitorale all’infralitorale, cioè dalla zona di battigia a circa una trentina-quarantina di metri, prediligendo acque ben illuminate. Le alghe brune si spingono un po’ più in profondità, mentre le alghe rosse raggiungono talora i 120-130 metri di profondità, avendo pigmenti in grado di captare le radiazioni luminose blu verdi e poter così svolgere la fotosintesi in ambienti relativamente bui. È proprio a seconda del tipo di pigmenti che un’alga appartiene a una o all’altra categoria.
Di alghe se ne contano migliaia di specie, molte di esse presenti anche in acque dolci (soprattutto le alghe verdi), diffuse in entrambi gli emisferi, dalle acque fredde (alghe brune), alle zone temperate (alghe verdi) a quelle tropicali (alghe rosse). 
Da un punto di vista della predazione, le alghe sono più ambite dagli erbivori rispetto alle piante marine. Queste ultime, infatti, in particolar modo il genere Posidonia, non risultano molto appetibili e sono davvero pochi gli erbivori che si avventano sulle loro foglie. Questo lo possiamo definire un adattamento evolutivo, in quanto, avendo tempi di crescita molto lunghi, se venissero predate in maniera costante ed elevata, non avrebbero la possibilità di ricostituirsi e andrebbero incontro a conseguenze drammatiche. La Posidonia oceanica, infatti, ha foglie ricche di cellulosa che la rendono totalmente inappetibile e solo tre sono le specie di erbivori note che si nutrono, seppur in minima parte, di esse: il riccio Paracentrotus lividus, il pesce Sarpa salpa e il crostaceo isopode Idotea hectica.
Le alghe, al contrario, presentano cicli di vita molto più rapidi e meno complessi e la capacità che hanno di reagire alla predazione è assai diversa e più efficace se messa a confronto con quella delle piante marine.
Naturalmente, a tutto c’è un’eccezione! Le specie Caulerpa taxifolia e Caulerpa racemosa, due alghe verdi oggi diffuse in gran parte del Mediterraneo a seguito di migrazione lessepsiana, presentano caratteristiche uniche: sono diventate invasive a causa della loro eccezionale rapidità di crescita, della capacità di colonizzare un ambiente velocemente, della riproduzione sia sessuata che asessuata, della grande capacità di adattamento agli habitat nuovi, della presenza di fusto, radici e foglie come le piante, e dell’eccezionale facoltà di autorigenerazione, accumulo di sostanze repellenti contro erbivori, quindi mancanza di predatori, di malattie e forte tolleranza agli stress ambientali. Tutte queste caratteristiche hanno fatto di tali “alghe aliene” un nemico temibile per i vegetali autoctoni, in particolare per la Posidonia oceanica che in molte zone è regredita proprio a causa dell’invasione algale. 
Che sia un’alga o una pianta, dunque, ognuna ha la sua funzione e il suo ruolo nell’ecosistema. Se quest’ultimo, però, viene compromesso dall’azione dell’uomo, tutto cambia, e se ci sono voluti migliaia di anni per ottenere l’equilibrio, occorreranno altrettanti migliaia di anni per ripristinare quell’equilibrio spezzato.

Margherita Acs

Margherita Acs, nata a Vercelli il 28 maggio 1986. Laureata in Biologia Marina, ha sempre avuto la passione per la natura e, in particolar modo, per il mare. E’ subacquea Fipsas e istruttrice Fipsas/Cmas di biologia subacquea. Oltre al suo lato “scientifico”, adora scrivere e lo fa da ormai più di dieci anni. E’ autrice di due romanzi di genere fantasy, entrambi pubblicati, uno dei quali “Il Confine” vincitore di un Premio Letterario Nazionale nel 2015. E’ attualmente alle prese con il suo terzo romanzo, ed è giornalista freelance presso la testata locale della sua provincia. Accanita lettrice, i suoi generi letterari vanno dai classici ai fantasy, dai romanzi di avventura ai saggi di grandi esploratori e scienziati.

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